Diario di Bordo di una Scrittrice Emergente – Il Laboratorio di Scrittura Rai Eri

image_pdfimage_print

Decima puntata: come aprire una Spa sull’Isola Ferdinandea

Di Kristine Maria Rapino

Da piccola volevo essere una Bic. Semplice, leggera, all’occorrenza commestibile.
Soprattutto, indelebile – non come quella fregapopolo della Papermate, che si cancellava col gommino. La Bic era multitasking: utilissima per togliere il cerume, tirare con la cerbottana palline intrise di saliva, macchiare il soprabito della maestra, quando scoppiava dopo averla frizionata tra le mani bollenti. In casi remoti, serviva per scrivere. Lunghi temi sulla famiglia e sul pranzo di Natale. Così è cominciata la mia carriera nel mondo della scrittura. E della criminalità organizzata.

C’è un inizio per tutti. Difficile, sempre. Promettente, dipende. Perché è questione di tempismo. Esiste un momento preciso nella vita di ognuno in cui emerge dalle acque un’Isola Ferdinandea. Come quella apparsa nel Canale di Sicilia nel 1831. Così, di punto in bianco. È la bocca di un vulcano sommerso. Viene fuori apparentemente dal nulla, in mezzo al tranquillo mare di sempre. Ma all’occhio più esperto non sfugge la sua esistenza. Nel momento in cui emerge, tutti ne rivendicano l’appartenenza. Eppure, non perderà mai il pregio romantico della libertà. Si chiama: talento.

Capita, però, che quest’isola così com’è apparsa, scompaia. Puff. Da un giorno all’altro. Come fare per trattenerla? Semplice. Un’approfondita conoscenza della tettonica a placche. E tanta perseveranza – un pizzico di lato B è proverbialmente bene accetto. Il trucco è progettare finché si è in tempo. Gettare le fondamenta prima che l’isola s’inabissi. Comincia dall’essenziale. Alberghi, uffici, compro-oro, scuole, Spa, spiagge per nudisti e la Chiesa parrocchiale. Fai sfilare la processione con la banda, i mortaretti, le noccioline tostate, le tifoserie del campionato di Eccellenza, le stelle filanti e il busto del Santo. In altre parole, la devo far vivere. S’adda scetà. Come accade per Parco della Vittoria e Viale dei Giardini: chi passa, anche per caso, se lo deve ricordare.

Il talento ha una tariffa a chilometraggio illimitato. Con una premessa simile, aggirarsi tutta la vita tra l’area parcheggio condominiale e l’alimentari de mi zia è da sconsiderati. Per non dire altro. Tu punta al giro del mondo. Perché scrivere è un viaggio. Ardito, affollato, avventuroso. Si parte, se puoi. Si arriva, se vuoi. Se hai le capacità, prendi un paio di cianfrusaglie al volo e sali sul primo treno. Lo scrittore è l’entusiasta delle banchine, il tecnico delle coincidenze, il monarca assoluto del tabellone arrivi e partenze. Ha la valigia sempre pronta. La differenza la fanno il tempo e le occasioni. C’è chi comincia a viaggiare solo in tarda età. C’è invece chi a vent’anni si carica zaino e tenda e si avventura sull’InterRail. Comunque sia, si parte. Niente Tav. Lo scrittore autentico preferisce l’aroma del Regionale. Perché ogni tanto può scendere a fumarsi una sigaretta. E a cercare storie da raccontare.

Siamo alla decima lezione del Laboratorio di scrittura Rai Eri.
GaglianoneQui la teoria scende in campo. Incontriamo una scrittrice e il suo talento: Lia Levi. Il luogo: la strepitosa sala con terrazzo mozzafiato sull’Altare della Patria e i Fori Imperiali, sede dell’Associazione Civita di Piazza Venezia. Il movente: la presentazione dell’ultimo libro dell’autrice: ‘Il braccialetto’, edito da Edizioni e/o. Paola Gaglianone, la coordinatrice del Laboratorio di scrittura Rai Eri, conosce Lia Levi da più di vent’anni, dal tempo del suo libro ‘Una bambina e basta’, romanzo con il quale la scrittrice, punto di riferimento dell’ebraismo italiano, vinse il Premio Elsa Morante-Opera Prima nel 1994. Racconta così il suo primo incontro con l’autrice: «Ho conosciuto Lia perché mi occupavo di promozione della lettura nelle scuole e cercavo un romanzo che potesse far capire la realtà della Shoah in un modo “non respingente”. Ebbi in mano ‘Una bambina e basta’ e dissi: “perfetto!”». La presenta a noi allievi del laboratorio.

È la stessa Gaglianone svelarci la bellezza di questo suo ultimo libro: ‘Il braccialetto‘. «Io credo che un buon libro sia quello che suscita una domanda che, forse, senza quella lettura sarebbe stata rimossa», afferma la Gaglianone. Quando si chiude il romanzo di Lia Levi ne intuisci la domanda: qual è il tesoro nascosto, il braccialetto, che l’adolescenza regala alla vita adulta? Questo romanzo è un vero tuffo nell’età della pubertà, scritto da un’autrice, diciamolo, non più così adolescente. È il racconto dell’amicizia tra due quindicenni: Corrado, ebreo di famiglia borghese, e Leandro, cattolico di famiglia aristocratica. Due realtà diverse che si cementano in una Roma città aperta che vive le giornate difficili della caduta del Fascismo e del rastrellamento del ghetto. In questo clima, i due ragazzi s’incontrano per caso. L’affinità che li lega è la certezza interiore che la vita vada vissuta standoci dentro fino in fondo. «La vita va vissuta in modo da sentirne sempre la temperatura», spiega la Gaglianone. Ecco il senso della storia: il regalo che l’adolescenza fa alla vita adulta è proprio vivere la vita con partecipazione. «In fondo, noi diventiamo adulti per come abbiamo saputo, o potuto, essere adolescenti». Lia Levi è stata in grado di scrivere questo libro perché lei il braccialetto d’oro dell’adolescenza non l’ha mai buttato. Perché, lo ricordiamo, si riesce a scrivere solo le cose che si hanno dentro. Pur avendo una tematica storica intensa, la sua è una scrittura misurata, priva di esasperazioni. Toglie, non aggiunge. «Per non appesantire il testo», suggerisce Lia Levi. «Se lo spiegano i lettori. Bisogna narrare, non spiegare».

Passiamo alle domande che riguardano più propriamente il mondo della scrittura.
È Paola Gaglianone a farsi portavoce degli interrogativi dello scrittore emergente. E li sottopone a Lia Levi. Ecco la sua intervista.

P. Gaglianone – Hai cominciato la tua carriera di scrittrice in età matura. Come mai fino ad adesso, con tutta questa capacità, non hai scritto? Come hai deciso di diventare scrittrice?
«Io ho i tempi lunghi. Ho deciso da bambina, mi ero scritta anche una lettera. Leggevo moltissimo da bambina. Verso i dieci, undici anni, avevo deciso di diventare scrittrice. A forza di leggere, volevo diventarlo anch’io. Però, ben sapendo che quello non era il momento, mi sono scritta una lettera a me stessa “futura grande”, ed è una lettera che il destino non ha perduto. Ce l’ho ancora. Non l’ho mai dimenticato. Dopo gli studi ho deciso per il giornalismo, per due motivi: uno perché quello dello scrittore è un lavoro solitario, devi stare a casa da solo a scrivere. E questo in età giovanile è difficile. Almeno per me, che sentivo questa esigenza di stare tra la gente. Invece, nel giornalismo hai dei colleghi. In più, sei sulle cose. Poi perché si guadagna, hai uno stipendio. E con la scrittura, invece, è tutto nel vago. Ma più che altro perché sentivo il desiderio di far parte delle cose che succedevano. Però io lo sapevo che avrei scritto. Ogni tanto scrivevo dei racconti, cose per me. Credo che sia un difetto del giorno d’oggi scrivere una cosa, magari anche buona, e come l’hai scritta hai già il pensiero della pubblicazione. Secondo me non dovrebbe essere così. Bisogna scrivere principalmente per sé stessi. Io ho scritto molti racconti, fatto degli sceneggiati per la radio, poi ho cominciato a dire: “voglio raccontare”. Così ho scritto ‘Una bambina e basta’. Un’altra cosa che non corrispondeva è che ci vuole il silenzio nella casa. I figli non erano più in casa allora. Anche questi fattori contano. Poi, se non hai vissuto cosa racconti

Come procedi nell’ideazione del romanzo?
«La cosa che mi domandano di più, specialmente i bambini, è: dove prendi l’ispirazione? L’ispirazione non è nulla. L’ispirazione è solo un’idea centrale. Ecco perché se vuoi scrivere un romanzo su un tema lo puoi anche dire, perché il romanzo non è scritto. L’idea centrale è libera. Poi la devi sviluppare, la devi creare. Quella non è l’ispirazione, quello è lo spunto. Lo spunto deve diventare architettura e prende moltissimo tempo. Piano, piano ti fai i tuoi piani. Alcuni di questi spunti li puoi anche lasciare, se vedi che non s’intersecano. Quindi, attraverso i mesi, certe volte anche gli anni, ti crei prima la situazione, poi dove deve andare a parare. Il finale non è la frase finale, ma cosa vuoi dirmi. E poi comincia la fase della costruzione dei personaggi. Questo è sempre un procedimento ancora mentale. Devi immaginarti la famiglia. Fratelli e sorelle dei personaggi. Avere tutto lo scenario. E ci vuole moltissimo tempo. Quando cominci a scrivere, lo scenario ce l’hai più o meno fatto. Ma mentre scrivi, lo puoi cambiare. Perché scrivendo, un personaggio ti viene sempre un po’ diverso da come lo avevi pensato. Questo modifica un pochino la trama. Non bisogna mettersi a scrivere se non si hanno le idee chiare. Il foglio bianco non t’ispira. Devi prima avere la storia dentro. Allora sì che puoi cominciare a scrivere. E l’incipit è più difficile, naturalmente».

gaglianone 2Quando ti accorgi che l’incipit è quello giusto?
«L’incipit è sempre sbagliato. Perché quando cominci sei più impacciato. Non sai ancora qual è il tuo stile. Man, mano che acquisti sicurezza, vedi che non va bene. E lo riscrivi. Io, per esempio, per ‘Il braccialetto’, il primo capitolo l’ho riscritto dodici volte. Perché non scorreva e il primo capitolo deve essere quello più fluido. Invece è sempre quello meno fluido, perché non hai la strada e perché i personaggi li devi ancora presentare. Quando sei a metà, i personaggi li hai già, li fai muovere, sei più disinvolto. All’inizio non hai la situazione, non hai i personaggi. È oggettivamente più difficile. Quindi cominci, poi magari lo riscrivi».

L’incipit è sicuramente la parte più difficile.
«Non hai i personaggi. E non puoi fare come certi autori che scrivono rapporti di polizia. Dice: “Luana sta andando a consegnare il documento. Era stata una bambina difficile. Aveva fatto questo, quell’altro…” Ha già raccontato tutto. Questo passato devi tenertelo e metterlo un pezzetto alla volta. Ci vuole tutto un libro per svilupparlo. Sono cose che s’imparano».

Quale voce narrante usi? Terza, prima, passato, presente?
«La mia tendenza è la prima persona, che per me è più facile. Perché racconti i fatti e le sensazioni che provi in contemporanea, se parli in prima persona. Gli ultimi due libri li ho scritti però in terza persona. Ma non è una scelta assoluta. Certo, è più facile dire le tue sensazioni mentre le vivi, mentre con la terza persona le devi rendere attraverso i fatti».

Qualche consiglio agli aspiranti scrittori.
«Consiglio di pensare lungamente alla storia. Poi quando la butti giù, non fa niente se non è perfetta. Prima, però, occorre pensare alla sequenza dei fatti. Questo è molto importante. È l’architettura. La scrittura viene dopo. Ma non posso dire che perché io faccio così, devono fare tutti così. Simenon ci metteva meno di un mese a scrivere un libro. Evidentemente non c’era questa fatica di trovare lo stile e la parola adatta».

E le storie?
«Non esistono storie che non ci siano già state raccontate. È il modo in cui lo racconto che fa la differenza. Sta a noi trovare un modo personale di dire le cose, senza ricercare l’avanguardia stilistica, architettonica. C’è chi lo sa fare ed è bravissimo. Ma l’artificio, in genere, si sente».

Un’ultima domanda: Il momento più difficile della scrittura?
«Il momento più difficile è il finale. Per ‘Il Braccialetto’, ad esempio, io avevo in mente due finali, uno più salvifico e l’altro più duro. E fino all’ultimo credevo che avrei usato quell’altro. Difficile è anche lo spunto iniziale. Io ero rimasta colpita dal libro di Moravia ‘La disubbidienza’. È la storia che narra di questo ragazzo di quindici anni che vive il tracollo dell’immagine dei genitori. Per ‘Il braccialetto’ sono partita da questo. Non si può dire: questa storia c’è già. È solo uno spunto. Non si copiano gli scrittori. T’ispirano. Puoi dire una cosa che è stata detta, ma tu la dici in un altro modo. Un modo tuo. Non esiste il plagio. Il plagio è copiare le righe, le descrizioni. Perché le storie sono sempre quelle. Allora plagiamo anche quando scriviamo di due che s’innamorano, o di qualcuno che tradisce. Non abbiate paura di prendere spunto dalla letteratura».

Stefania Taruffi

Stefania Taruffi

Laureata in Lingue, co-fondatrice di Itali@Magazine. "Fare cultura" è la sua passione.

Leave a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *