Il cimitero di Praga, la banalità del male e delle critiche?

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Umberto Eco

di Paolo Cappelli


Un inevitabile successo letterario fin dalla sua prima comparsa in libreria, “Il cimitero di Praga”, l’ultimo romanzo di Umberto Eco edito da Bompiani, del quale  avevamo parlato annunciandone l’uscita, avvenuta il 29 ottobre. Il romanzo dell’illustre semiologo e filosofo, già alla prima ristampa, che verrà tradotto in 40 paesi del mondo già disponibile anche in e-book, occupa la vetta della classifica dei libri più venduti, dopo un testa a testa con il nuovo racconto di Andrea Camilleri, “Il sorriso di Angelica”.

Ma cosa c’è dietro il clamore suscitato dal sesto romanzo di Eco?
“Il cimitero di Praga” racconta la vita e le gesta del Capitano dell’Esercito sabaudo Simone Simonini, esperto falsario dell’Europa del diciannovesimo secolo, con un odio viscerale per gli ebrei. Scrive Gad Lerner: “Tutti noi abbiamo una strega o un orco delle favole che ha ingombrato i nostri incubi da bambini. A Simonini è toccato lo spregevole ebreo Mordechai, nascosto nel ghetto di Torino dopo aver perpetrato un omicidio rituale. Che paura i racconti del nonno sull’ebreaccio”.

Il suo odio, la sua capacità di destreggiarsi tra caratteri tipografici e linotype, inchiostri e filigrane, così come la sua avidità e la voglia di trarre il massimo profitto dalle proprie potenzialità, lo porteranno a produrre una serie di falsi che costituiranno la base per la creazione dei “Protocolli de Savi Anziani di Sion”. Questo falso documento, prodotto nei primi anni del XX secolo in Russia dalla polizia segreta zarista, attribuisce a una cospirazione di matrice ebraica la volontà di  impadronirsi del mondo; in sostanza costituisce le fondamenta di ogni successiva costruzione ideologica antisemita.  Eco citò  il discusso documento per la prima volta nel “Pendolo di Foucault”, dedicandogli un intero capitolo nelle Norton Lectures, “Sei passeggiate nei boschi narrativi” e scrisse una prefazione al comix di Will Eisner “Il complotto”.

Questo documento – e qui non siamo più nella finzione romanzesca – è realmente esistito e ha costituito uno dei fattori che hanno avvalorato, agli occhi di Hitler e dei nazisti, la persecuzione di questo popolo. Naturalmente il discorso al riguardo è più ampio, ma queste poche parole riescono comunque a inquadrare la situazione nella quale Umberto Eco cala il proprio protagonista. Simone Simonini ci accompagna così in un processo involutivo che fu proprio dell’Ottocento, quando l’ebreo passa dall’essere soltanto un deicida reietto, meritevole quindi della discriminazione che subisce da secoli a un essere temibile, tanto incarnazione della finanza cosmopolita come rivoluzionario sovversivo.

Naturalmente non potevano mancare le polemiche. In questo caso è stata Lucetta Scaraffia, dalle colonne dell’Osservatore Romano, a scagliare i suoi dubbi  insinuanti sull’ultima fatica letteraria di Eco. La sua recensione bolla il romanzo come “noioso, farraginoso e di difficilissima lettura” poiché non riesce, secondo la giornalista, “a reggere il macigno dei troppi complotti”, stante l’asserita “esilità della trama”. Forse per l’esperienza di aver avuto un padre massone, forse per la rigida educazione ricevuta dalla madre proprio a cavallo del ’68, periodo in cui si andavano abbandonando molti dei formalismi sociali del dopoguerra, o forse per la sua vicinanza al mondo e all’ideologia cattolica, riscoperta studiando la donna attraverso la vita delle sante e delle suore “perché i testi delle sante cominciarono a parlarmi al di là delle mie intenzioni”, la Scaraffia non vede di buon occhio la figura dell’antieroe Simonini, la sua bramosia di prevalere, il suo odio quasi biologicamente intenso verso gli ebrei. Anzi, sottolinea come l’analisi di una personalità così negativa, nel modo in cui Eco la presenta, può indurre il lettore a giustificarne le idee, persino a condividerle.

Le continue descrizioni della perfidia umana, dei meccanismi attraverso cui nasce e si sviluppa, poi sedimentandosi, un tale odio sarebbero alla base di un giustificazionismo morale pernicioso. È persino possibile che qualcuno, in particolare coloro che non riescono a separare la fantasia romanzesca dalla realtà storica, che Eco ben rappresenta con la sua maestria, possa pensare che in fondo, forse, qualcosa di vero c’è se tutti, ma proprio tutti i personaggi appaiono certi del disegno sionista.  Eco si difende, affermando che il libro non fa altro che ripresentare documenti reali, già noti, ampiamente diffusi e pubblicati, proponendo semmai una lettura delle motivazioni che, basandosi su questi documenti, portano alla genesi dei meccanismi dell’odio, così come delle ragioni di chi di questi meccanismi fa uso per i propri fini, come il protagonista, o per fini “superiori” di conquista e potere, come nella farneticante ideologia nazista.

C’è però da dire che nel romanzo d’appendice ottocentesco, perché questa è la struttura che l’autore ha dato al libro, si trova sempre una contrapposizione tra protagonista e antagonista, tra eroe e antieroe e, in definitiva, tra bene e male. Alla fine, i primi riescono sempre a prevalere, con buona pace della coscienza del lettore. Ne “Il cimitero di Praga”, invece, il male viene ricostruito senza condanna, senza un eroe positivo con il quale identificarsi per contrastarlo. In realtà, stroncature di cattolicissimi autori a parte, Eco afferma a chiare lettere nella postilla al suo romanzo quale sia stata l’idea che ha guidato il suo lavoro: “Ripensandoci bene, anche Simonino Simonini, […] cui sono state attribuite cose fatte in realtà da persone diverse, è in qualche modo esistito. Anzi, a dirla tutta, egli è ancora tra noi”.

Come a dire, l’odio non è che una parte dell’uomo. Il male è comunque dentro di noi e qualcuno, storicamente, l’ha tirato fuori, l’ha amorevolmente coltivato, fatto crescere. L’ha poi scelto come alleato, paladino, custode e veicolo di ideologie. Ma Simonino Simonini, in fondo, non è diverso da Erode, Nerone, Hitler, o Stalin: la matrice primigenia del suo odio non è diversa. A differenza di quanto afferma Lucetta Scaraffia, poco conta che lo rivolga contro gli ebrei, giacché il libro, che resterà certamente ancora per diverse settimane vetta alle classifiche di vendita, parla del male che conquista e abbraccia l’uomo con i suoi mille tentacoli.

Alla scia di polemiche sorte intorno alla costruzione del suo romanzo Eco ha risposto: “Chi scrive un trattato di chimica può sempre aspettarsi che qualcuno lo utilizzi per avvelenare la nonna. Esistono sempre dei malintenzionati. Ma in genere non credo proprio abbiano bisogno di leggere i miei romanzi per farsi le loro idee. Con il mio libro, al contrario, mi sono sforzato di smascherarli, di mettere in luce le loro trame“.

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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