Diario di Bordo di una Scrittrice Emergente – Il Laboratorio di Scrittura Rai Eri

image_pdfimage_print

Undicesima puntata: unicità e talento. Dalla campagna dei cugini, al bazar dei Matia
Paola Gaglianone intervista lo scrittore Paolo Di Paolo

Di Kristine Maria Rapino

Antonella Ruggero adora il pistacchio.
È eccellente nel triplo carpiato, ha un baobab sul terrazzo, si lava i denti sette volte al giorno e cucina un baccalà da urlo.
Ammesso che tutto questo sia vero, sfortunatamente per lei il grande pubblico la conosce solo per la sua voce straordinaria, senza paragoni nel panorama musicale italiano. Così come Nick Luciani, il biondo che negli anni ‘70 cantava ‘Anima mia’ con una tutina bianca da allunaggio glitter. Forse, da piccolo sognava di fare l’impiegato all’anagrafe, ma qualcuno ha scoperto il suo talento. Ahi lui.

Nel bene e nel male, chi scopre la sua unicità ha in mano le chiavi del successo.
Perché il talento è figlio unico. Capriccioso, volitivo, egocentrico. Soprattutto, non somiglia a nessuno. Nel panorama artistico, l’Unicità se ne va a spasso in calesse godendosi il venticello fresco nella calura estiva. Mentre il resto del mondo, annidato nel vicolo dell’anonimato, si affanna a cercare un poco d’ombra, lui sorride beato e smargiasso, con la granita in mano.

Eppure, attenzione: la bizzarria è un’arma a doppio taglio. Il confine tra genio e sregolatezza, infatti, è privo di IVA alla dogana. Ciononostante, non bisogna eccedere con le stranezze. È questione di buonsenso. Si tratta semplicemente di trovare la propria voce, e che sia inconfondibile. Un esempio su tutti, nella letteratura, ha un nome molto comune in Italia e un cognome piuttosto diffuso nell’agrigentino. Messi insieme danno un marchio di fabbrica riconoscibile e consolidato: Andrea Camilleri. Lui, come pochi altri, è riuscito a diventare una garanzia. Il Commissario Montalbano è l’equivalente letterario di un paio di scarpe da running della Nike: puoi avere dubbi sul modello, ma non sulla qualità.

Ti senti uno scrittore? Sbagliato. Devi diventare un clima, un mondo. Devi diventare un aggettivo. Uno in particolare. Con diritto esclusivo di attribuzione. Una volta formulato, non potrà che essere riferito a te. La Mazzantini è viscerale, Siti è articolato. Carofiglio è asciutto, De Giovanni è profumato. Donna Tartt è fotografica, Stephen King è… kingiano. Punto. E io? Io speriamo che me la cavo. Ad ogni modo, se toccasse a me decidere, la mia scelta ricadrebbe su: ‘scottadito’. Perché in fondo, in pochi resistono al fascino dell’abbacchio.

Come si trova il proprio aggettivo, e quindi la propria strada nel campo della scrittura?

Paolo di Paolo

Paolo di Paolo

All’undicesima lezione del Laboratorio di Scrittura Rai Eri, incontriamo Paolo di Paolo, giovane scrittore romano. Ci racconta i suoi esordi e come si è inserito con successo nel panorama editoriale all’età di 25 anni. In poco tempo, ha costruito tappe interessanti. Capiamo, dunque, come si fa a entrare in questo mondo, come trovare le chiavi di accesso, pur non avendo le spalle coperte. Perché stare chiusi nella propria stanza, raramente giova all’intento.
Paola Gaglianone gli rivolge alcuni degli interrogativi affrontati durante il corso: come nasce l’idea narrativa, la voce narrante, il tempo. Paolo Di Paolo risponde con entusiasmo epidemico e da grande slalomista della parola, ci fa entrare con morbidezza nei segreti del suo ultimo libro: ‘Mandami tanta vita’, edito da Feltrinelli.

P. Gaglianone – Qual è il cammino di un esordiente oggi? Quali sono, in base alla tua esperienza, i canali di accesso al mondo della letteratura?
Il percorso di uno scrittore oggi, anche rispetto a molti anni fa, è molto più pericolante, molto più fragile. Quando sei arrivato al grande editore, se fino a dieci anni fa questo garantiva una durata, oggi no. Non per essere pessimisti, ma realisti. A maggior ragione, bisogna sempre rilanciare. Niente è più scontato. Basta tornare indietro anche solo di sei, sette anni, prima del fatidico 2008, un anno rilevante al livello giornalistico, perché scrive della grande crisi, che coincide nella storia dell’editoria recente con il più grande successo degli ultimi anni, cioè ‘La solitudine dei numeri primi’ di Paolo Giordano. Quell’oggetto misterioso che è il best seller dell’esordiente, in realtà non si è più replicato in quei termini numerici, se non con un libro uscito nel 2010, quello di Silvia Avallone, ‘Acciaio’. […] Effettivamente, anche lo scrittore che si è guadagnato un successo così forte, oggi non può mettere il pilota automatico, come accadeva dieci anni fa. Il pubblico non è guadagnato una volta per tutte. Oggi rilanci sempre. Un po’ ti devi considerare un esordiente ogni volta. A pensare il tuo libro ogni volta come un ri-esordio, una ripartenza.

P. Gaglianone – Come vedi il mondo dell’editoria oggi?
Anche in questo senso, le cose sono cambiate. È molto più facile, però, rispetto a qualche anno fa, esordire da un grande editore. Anche attraverso un corso come questo, è più facile avere delle piccole chiavi che un esordiente di qualche anno fa non avrebbe avuto. Quindici anni fa, uno che voleva scrivere non sapeva a chi mandare il manoscritto. Sembrava ci fosse un abisso tra te e l’editoria. Oggi, invece, gli editor li conosci. Ti capita molto più facilmente di capire qual è l’interlocutore. Questo sul colpo d’occhio, può dare un minimo di conforto, perché se sai a chi far leggere le cose, è già un punto guadagnato. Non garantisce la pubblicazione, ma sapere quali sono i premi letterari più rilevanti, come ‘La Giara’, il ‘Premio Calvino’, sapere che esistono dei canali in cui comunque c’è qualcuno che ti legge e ti da un riscontro, serve.

P. Gaglianone – Tu come hai cominciato?
Io sono partito dalla piccola editoria. Da un contesto minimo. Ho esordito da una minuscola casa editrice, raffinatissima e che per questo resta minuscola, che ha stampato il mio libro in 400-500 copie. Il passaggio dalla piccola editoria per me è stato fondamentale. Ero ventenne, e il primo approdo è stato quello di un grande premio che è cresciuto nel tempo, il ‘Premio Calvino’. È il premio per eccellenza dell’esordio. Negli anni ha consolidato un suo vantaggio sugli altri premi, perché ti garantisce all’ottanta per cento che poi un grande editore ti guardi con attenzione. Esordienti importanti sono usciti da lì. Pensiamo a Flavio Soriga, Diego De Silva. Io avevo mandato dei racconti, scritti l’estate dopo la maturità. E ho detto “li mando, tanto che ci perdo”. Se non fosse arrivata nessuna risposta, forse mi sarei anche scoraggiato, come succede in quella fase. Sono stato fortunato a essere selezionato al Premio Calvino. Questo mi ha dato la possibilità di una pubblicazione presso il piccolo editore.

Mandami tanta vitaP. Gaglianone – E il tuo ultimo romanzo ‘Mandami tanta vita’, parla di Piero Gobetti.
Di un ragazzo che aspetta di parlare con un suo coetaneo. Io non nomino mai per tutto il libro Piero come Gobetti, neanche nella quarta di copertina. Non volevo che fosse esplicito. Se scrivi Piero Gobetti, le persone si spaventano, pensano che sarà un romanzo storico tradizionale. Invece è la storia di due ragazzi nella Torino del ‘26, in un clima rigido, cupo. E quanta passione ci vuole in un tempo ostile, per realizzare qualcosa? Tanta. Era come se dicessi a me stesso, alle mie stesse paure: “guarda, tu pensi che questo sia un periodo di crisi, così difficile, impossibile, impenetrabile, ma in fondo quel clima lì era infinitamente più complesso, più disperato”. Dentro ogni epoca, c’è un margine di memoria.

P. Gaglianone – Un buon romanzo risponde a degli interrogativi. Il tuo romanzo ha questa capacità. Ti fa riflettere su quanto anche oggi possa valere una passione. La passione è un investimento su un futuro che probabilmente non vedrai. Per te, quanto è vitale la creatività?
Stavo leggendo una biografia di Jules Verne e leggevo della sua giovinezza. Lui viveva a Parigi nel 1847 e si portava dietro una valigia con tutte le sue ambizioni, ma suo padre voleva assolutamente che lui diventasse avvocato. […] A un certo punto, il biografo dice che “l’attesa di un riconoscimento che non veniva, la consapevolezza di voler arrivare molto in alto per giustificare il rifiuto di una carriera stabile, forse spiegano le sue lamentele continue, i violenti crampi allo stomaco. Un giorno la febbre e una specie d’attacco di nervi, che a volte attribuiva a semplici temporali”. Questa inquietudine che hai addosso è la costante di tutte le parabole dei creativi. Ed è una cosa che mi affascina. […] Anche Piero Gobetti dice: “in fondo, vale la pena comunque fare qualcosa concentrandosi su quel fare, non sulla destinazione ultima di quel fare”.

P. Gaglianone – Come hai costruito il tuo personaggio?
Ho dovuto lavorare molto sull’ambientazione. Ho passato un anno e mezzo a fare ricerca, e sei mesi a scrivere il libro. Ho cominciato a scrivere veramente, soltanto quando ho sentito di poter abitare il tempo che stavo raccontando, con disinvoltura.

P. Gaglianone – Perché nella narrazione c’è un tempo, che è il clima. Bisogna documentarsi per costruirlo. Giusto?
Esattamente. Più che il dettaglio storico, è l’atmosfera. La temperatura. L’aria che tira, che respiri. Al punto che, più che i saggi di storia, che pure ho letto, la scelta è stata quella di leggere i giornali di quegli anni. […] Era importante sapere cosa davano al cinema, le pubblicità, il meteo. Faccio un esempio che vi farà ridere. Volevo sapere che tempo facesse ogni giorno. Andavo a vedere il bollettino meteorologico dei singoli giorni, che è un po’ una follia. Sono andato a Torino, ci tornavo spesso, però il romanzo l’ho scritto a Roma. Avevo davanti una cartina. Anche quando non nominavo le strade, volevo sapere che percorsi facevano i personaggi. Poi bisognava controllare se i nomi delle strade erano quelli. Se avevano cambiato nome. Corso Matteotti, ad esempio, non poteva essere chiamarsi così nel ‘26, questo è intuitivo. Questi dettagli di rifinitura sono importanti. […] Il margine di anacronismo è altissimo, anche per cose minuscole. La sciatteria non premia mai. Non è tanto una questione di vestiti o di date, è una questione di clima. E questo si costruisce con una lunga documentazione.

P. Gaglianone – In Laboratorio stiamo affrontando il tema della costruzione del finale. Tu, come hai costruito il tuo?
Ci ho pensato fino all’ultimo. […] Il libro comincia con un espediente di bassa manovalanza: uno scambio di valigia. Una cosa piuttosto ovvia. Ma mi divertiva che fosse ovvio, perché anche questa era una cosa climatica. Lo scambio di valigie era il presupposto tipico del romanzo d’appendice di quegli anni, di Carolina Invernizio, Liala. E il finale come doveva essere? Le linee restavano parallele, prima opzione, oppure forzi la narrazione e li fai incontrare [i due protagonisti, Moraldo e Piero. n.d.r.]? Se li avessi fatti incontrare realmente, sarebbe stato troppo posticcio.

P. Gaglianone – Una cosa che va detta è che un buon finale, mentre da una parte chiarisce il senso della narrazione, dall’altra apre la porta a una nuova storia. È una strana ambivalenza. Come ne ‘I promessi sposi’. Si chiude col ritrovarsi di Renzo e Lucia, e si apre chiedendosi come saranno Renzo e Lucia sposi. Quanto migliore è un finale, tanto più senti che si apre la porta da qualche altra parte.
E il lettore continua la sua storia. […] Il libro deve finire un attimo prima di essere didascalico. Anche un bravo giallista riesce a mantenere un margine di mistero nel finale. È vero che devi arrivare al colpevole, ma i personaggi non devi chiuderli, perché la loro psicologia evolve fuori dal romanzo. Perché quei personaggi sono vivi oltre la pagina.

P- Gaglianone – La tua voce narrante?
Qui era difficile la voce narrante. In prima persona no, perché avrebbe limitato molto la prospettiva. Io volevo vedere sopra la sua testa, intorno a lui, quindi mi serviva un narratore terzo. Però è un narratore in soggettiva. Sembra una finta prima. Perché ingloba l’indiretto libero, cioè i pensieri stessi di Moraldo, soprattutto nella parte di Moraldo. Nel caso di Piero, è una voce un po’ più neutra.

P. Gaglianone – Quindi una terza persona, tempo presente.
Sì. Questa è una scelta forte perché verrebbe istintivo un tempo remoto, invece mi piaceva che ci fosse questa incertezza delle cose presenti.

Un domanda per finire. Indubbiamente hai un’altissima conoscenza della letteratura. Secondo te, conoscere troppo la letteratura può essere limitante?
Credo di sì. Per eccesso di letteratura puoi rischiare di uccidere la freschezza della scrittura. La letteratura che conosci devi un po’ dimenticartela mentre scrivi, per cercare una strada tua. […] Quello che sai della letteratura degli altri, però, ti aiuta, anche involontariamente, a risolvere dei passaggi. Ti appoggi, come a delle stampelle. Non bisogna neanche sentirsi schiacciati dalla mole dei libri che vengono pubblicati intorno a noi, o prima di noi. C’è una parola a cui tengo tanto, che viene sempre meno frequentata da chi vuole scrivere: consapevolezza. Non cultura. È una cosa diversa. La consapevolezza di ciò che state facendo non uccide l’istinto, non uccide il talento, ma lo rende consapevole. Quando cominci a scrivere, non devi sapere dove si andrà a parare, perché sarebbe triste. Devi anche stupirti di quello che stai facendo. Ma nel momento in cui l’hai fatto, il momento dopo deve intervenire quella consapevolezza che ti aiuta a prendere una distanza critica, che non è distruttiva o semplicemente cinica, ma è dire: “ecco, questo è quello di cui sono capace. Ma è il massimo?”. Anche se fai la stesura di getto, quello che deve guidarti è una sorta di cambio di prospettiva: io lettore voglio giudicare me scrittore. Comincio a farmi delle domande. Allora, quei libri che hai letto non diventano ciò che ti schiaccia culturalmente, ma una zattera. Perché pensi alle cose straordinarie che hai letto, e impari da tutte. Da questo punto di vista, leggere per chi scrive come voi, ha un doppio valore.

P. Gaglianone – Vivi di scrittura? Ti consideri uno scrittore professionista?
Ho la fortuna di non fare un altro mestiere. Però sarebbe disonesto e non reale se dicessi che posso vivere tranquillamente con la narrativa. La mia fortuna, in realtà, è che in fondo scrivo per vivere, ma devo scrivere per i giornali, la televisione, il teatro, per i progetti editoriali. Non mi piacerebbe neanche svegliarmi la mattina e fare solo un romanzo. Concentro la scrittura narrativa in periodi molto densi, magari in sei o sette mesi, perché per tutto il resto del tempo vado in giro con dei quaderni e prendo un appunto, una frase, una scena. Mi documento, finché non arriva il momento in cui mi dedico prevalentemente alla scrittura narrativa. Gli appunti sul quaderno, la scrittura direttamente al computer.
Non mi piace pensare alla vita dello scrittore come alla vita di un professionista. Non è una carriera. Costanza e disciplina ci vogliono, ma anche scrivendo dalle 7:30 a mezzogiorno, come faceva Moravia, non dovete prenderlo come qualcosa di impiegatizio. La disciplina è una questione più che altro di fedeltà a se stessi. Arrivare ad un punto in cui diamo tutto per la scrittura, che è l’unica cosa che ti salva dall’insoddisfazione. E quel tutto lo posso dare in tre mesi, in sei mesi intensissimi oppure in una continuità più rilassata per cui ogni giorno scrivere un po’. Ognuno ha il suo metodo. Il punto è averlo, un metodo. Una scadenza mentale ti aiuta anche a darti un po’ di costanza. Tabucchi diceva sempre che un racconto lo puoi scrivere in tre giorni, vorticosamente, perché è come un appartamento in affitto. Un romanzo è come una casa tua, di proprietà. Però, se te ne vai per due anni e ci torni, è un po’ difficile metterti sulla stessa lunghezza d’onda
.

P. Gaglianone – Per concludere, un consiglio agli scrittori esordienti.
Capire che cosa hai fatto e che cosa vuoi fare. È il tuo valore aggiunto. Devi essere insostituibile. Quando uno scrittore riesce a comunicare questo al pubblico, è uno scrittore riconoscibile. Il rischio è quello di costruire un libro andando incontro alle aspettative del lettore. Ma meglio che essere infinitamente ed eternamente sostituibili. L’esordiente tipo degli ultimi anni ha avuto questo elemento di vulnerabilità: il fatto di non aver avuto una riconoscibilità. Né stilistica, né d’immaginario. Se uno scrittore è un clima, è uno spazio atmosferico, probabilmente non viene sostituito. Se uno scrittore invece somiglia a tanti altri… Mi ricordo una cosa che diceva la Ginzburg in un suo libro: io so di essere un piccolissimo scrittore nella storia della letteratura, però so che nessuno ha la mia stessa voce. Lo stile fa la differenza. Siamo tantissimi a voler scrivere e rimanere nell’indistinto è sempre più facile. Dovete capire dove sta la vostra voce tirarla fuori. E cantare come non sanno cantare gli altri.

Stefania Taruffi

Stefania Taruffi

Laureata in Lingue, co-fondatrice di Itali@Magazine. "Fare cultura" è la sua passione.

Leave a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *