Caro Lettore, è colpa Sua

image_pdfimage_print

Roma viene devastata da teppisti che si nascondono dietro la bandiera di una squadra di calcio. La Polizia interviene tepidamente e li scorta allo stadio. Siamo sicuri che la colpa sia tutta della Polizia?

Roma.
18 febbraio 2015. Ore 22.13. Un furgoncino bianco percorre una strada sterrata e buia nel quadrante nordest di Roma, nei pressi del Grande Raccordo Anulare. All’improvviso si ferma. Un signore corpulento, appena sceso, spalanca le porte posteriori, estrae una lavatrice e l’abbandona ai margini della Riserva Naturale della Marcigliana. Risale a bordo e si dilegua nella notte.
18 febbraio 2015. Ore 22.13. Diverse centinaia di tifosi olandesi, sostenitori del Feyenoord e nella Città Eterna per assistere a un incontro di calcio contro la AS Roma, sono in preda a un’ubriachezza violenta. Creano scompiglio nei pressi della centralissima piazza Farnese, sede dell’Ambasciata di Francia e delle prospicenti fontane realizzate da Girolamo Rainaldi nel 1626, nonché in Piazza Campo dé Fiori, là dove l’immobilità della statua bronzea dedicata a Giordano Bruno stride con il caos che si dipana solo tre metri più sotto. Dall’altra parte, reparti della Polizia in assetto antisommossa effettuano cariche di alleggerimento, fermano e arrestano alcuni degli scalmanati.
19 febbraio 2015. Ore 14.39. Tifosi olandesi, forse amici e parenti di quelli di cui sopra, sono radunati ai piedi della Scalinata della Trinità dei Monti, intorno alla fontana che Pietro Bernini suo figlio Gian Lorenzo completarono nel 1627. Sono ubriachi (sì, come quelli sopra). Accendono fumogeni da segnalazione. Lanciano nella fontana bottiglie di vetro vuote, ma non senza prima scagliarle contro il monumento stesso. Alla fine si conteranno 110 (centodieci, sic) scalfitture difficilmente riparabili, nel senso che manca il pezzo da rimettere al posto del buco. Danno stimato per la città: un milione di euro tutto compreso, ma proprio tutto.
19 febbraio 2015. Ore 14.39. Quadrante est di Roma, quartiere di San Basilio, noto ai più per il degrado e le scene di ordinaria criminalità, per lo più organizzata. Stefano, che un incidente ha costretto sulla sedia a rotelle all’età di 22 anni, sta tentando di scendere dal marciapiede. Ma non può. Le auto sono parcheggiate fitte fitte. Davanti allo scivolo che gli consentirebbe poi di attraversare la strada c’è un grosso furgone con le quattro frecce lampeggianti. L’autista, incurante, scarica merce per rifornire un vicino negozio. Danno sociale stimato: incalcolabile.10994813_10152881620682182_1481847734_n

Le quattro storie sono accomunate dal luogo e da una domanda senza risposta: chi paga?
Chi paga per l’inquinamento di quella lavatrice?
Chi paga per ripulire Piazza Campo dé Fiori o per indennizzare il ristorante che ha dovuto chiudere per i disordini?
Chi paga per restaurare una fontana che ha 388 anni?
Chi paga per il tempo di Stefano?
Chi rompe paga, verrebbe da dire, ma la saggezza popolare, stavolta, non basta.

Eh no, caro Lettore. L’incapacità di rispettare il nostro Paese, i suoi valori, la sua cultura e il suo patrimonio artistico, ambientale e umano non è solo straniera. E’ soprattutto italiana, figlia di quell’egoismo italico che si è andato sviluppando fino a considerare tutto ciò che è pubblico come non proprio, quasi appartenesse a un’entità astratta. Il fatto è che si tratta di res publica, di cosa pubblica, appunto, cioè appartenente a tutti noi. E guarda caso, la nostra forma repubblicana di governo s’ispira proprio a questo.
No, mi spiace. La colpa è nostra. Viviamo una realtà il cui degrado è inversamente proporzionale al nostro senso civico.
I giovani ventenni passano la serata a bere fino al coma etilico, ma non spendono due ore in piedi in fila per poter ammirare i capolavori di Escher (che era olandese, ma diverso da quelli di cui sopra) recentemente in mostra proprio nella Capitale. Peraltro, basterebbe fare le cose in senso inverso per annientarsi comunque le sinapsi, ma da acculturati anziché da ignoranti.
La lista di esempi simili fa parte dell’esperienza di ognuno di noi.
E allora ecco chi paga: paga Stefano, pago io, paga Lei che sta leggendo questo articolo.
In sostanza, è colpa Sua, caro Lettore. Lo è ogni volta che butta una sigaretta per terra, ogni volta che parcheggia in doppia fila, ogni volta che rinuncia a visitare un museo, o ad assistere a un concerto.
E’ colpa Sua, quando sceglie di infarcire la Sua oratoria con termini anglofoni quando ci sono egregi corrispettivi italiani da usare, anche di uso comune.
Lo sa, è colpa Sua quando passa con noncuranza davanti alle auto di grossa cilindrata parcheggiate fuori da case popolari, i cui inquilini hanno un reddito che non darebbe loro alcun diritto di assegnazione e fa spallucce.
Ma torniamo ai danni. Il Sindaco di Roma ha chiesto che sia il Regno d’Olanda tramite la sua ambasciata, oppure il club sportivo del Feyenoord, a pagare i danni materiali. Ovviamente, ha ricevuto come risposta un cortese due di picche e ci mancherebbe altro. Io non voglio che paghi qualcun altro. Io desidero che tra gli arrestati (pochi, a mio avviso) s’identifichi il Mario Rossi olandese che ha causato otto di quelle scalfitture, che sia processato, ed eventualmente condannato a risarcire il danno pro quota. Lui. Non la sua ambasciata. M dirà, caro Lettore, che il costo di un processo in tre gradi di giudizio è superiore al valore dell’indennizzo e che la speranza di ottenerlo è minima. Probabilmente ha ragione. Ma in una Nazione in cui la percezione è che nessuno paghi mai e che non vi sia certezza della giustizia, ritengo sia il caso di riaffermare la subordinazione alla legge di chiunque muove passi sul nostro territorio. Vede, caro Lettore, esempi virtuosi ce ne sono: in Polonia, 149 nostri tifosi, la cui squadra non citerò, furono arrestati nel 2013 per fatti meno gravi e sei di questi processati e condannati. Il tribunale polacco rifiutò persino di commutare la pena in una multa e respinse le richieste di scarcerazione poiché la residenza italiana avrebbe permesso ai condannati di non ripresentarsi, una volta scarcerati. Lei comprenderà che l’esigenza di una mano forte è quanto mai avvertita, specie in un momento in cui a Roma giungono minacce di altro tenore, da soggetti molto determinati e – va riconosciuto – meglio organizzati. Il che mi porta all’altro protagonista delle situazioni che Le descrivevo in precedenza, ovvero le forze dell’ordine. Devo dirLe che la scelta di non intervenire in Piazza di Spagna mi è sembrata saggia. Può sembrare un abominio lasciar distruggere una fontana del XVII secolo piuttosto che intervenire, ma in quella situazione sarebbe stato facile ritrovarsi tra le mani una seconda Piazza Alimonda, o leggere poi di paragoni, fin troppo scontati, tra gli spazi aperti del Tridente romano e quelli chiusi della Scuola Diaz di Genova.
Meno comprensibile è la mancata tutela a Stefano, per il quale basterebbe un po’ di senso civico.
Vede, caro Lettore, leggo e osservo interviste a romani che s’indignano per quando accaduto, ma non proteggono Stefano in un quartiere di periferia. Né si preoccupano dei grossi SUV che ingombrano le strade della Roma bene.
Nel nostro Inno Nazionale c’è una parte della seconda strofa, che quasi nessuno ricorda (perché nelle partite della Nazionale si canta solo la prima), la quale recita: “Giuriamo far libero il suolo natio: uniti, per Dio, chi vincer ci può?”

Caro Lettore, la nostra indifferenza è come un cancro mal diagnosticato. Non sappiamo che è lì, ma ci erode da dentro. Inconsapevoli, ne soffriamo, ne moriamo.
E Roma con noi.
Cordialmente, Suo.

di Paolo Cappelli

Redazione

Redazione

Tutto si integra nell’eterno ritorno: ciò lo sanno gli umoristi, i santi e gli innocenti. -Pier Paolo Pasolini

Leave a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *