Quando essere italiani ci rende orgogliosi. Grazie, Milena!

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di Caterina Ferruzzi

Certo negli ultimi tempi l’Italia non ha grandi motivi per cui andare fiera. Anzi. Questa notte però, durante l’87° edizione della cerimonia di premiazione dell’Oscar, un po’ di amor patrio ce lo ha fatto ritrovare lei, Milena Canonero.

canonero oscar 2015Pur essendoci comunque una grande attesa, sotto sotto c’era anche la certezza che nel momento della proclamazione del vincitore della categoria “Migliori Costumi” si sarebbe sentito pronunciare il suo nome. Chi è dunque questa donna che ha ricevuto durante la sua carriera ben nove Nominations dall’Academy e ha potuto stringere tra le mani per quattro volte l’ambito Oscar?

Milena Canonero, torinese di nascita, ha studiato arte e storia del costume a Londra dove ha avuto modo di incontrare Stanley Kubrick che le ha offerto il suo primo incarico. Si tratta certo non di un film di seconda categoria bensì di un cult cinematografico: “Arancia Meccanica”. Stiamo pur certi che se il perfezionista Kubrick le ha affidato l’incarico ciò significava che ne aveva intuito le straordinarie potenzialità.
La chiamerà infatti a collaborare ancora con lui nel 1975 nel capolavoro “Barry Lindon”, film in cui i costumi di Milena Canonero hanno la forza di ricostruire in modo veritiero e raffinato un’epoca e uno spaccato preciso di storia. Il suo lavoro è notevole e viene infatti premiato con la prima statuetta dorata nel 1976. Il regista statunitense, naturalizzato britannico, la vorrà ancora una volta al suo fianco nell’horror “Shining” nel 1980, per dare il suo tocco personale nel creare la giusta atmosfera in cui si svolge la celebre storia.
Non passa molto tempo e arriva il secondo Oscar. E’ infatti il 1982 quando Milena Canonero riceve il premio per i costumi di “Momenti di Gloria”, film diretto da Hugh Hudson.
I film per cui Milena Canonero si trova a lavorare sono sempre pellicole importanti. Pur non vincendo è stata candidata per ben cinque volte dall’Academy con “La Mia Africa” di Sidney Pollack (1985), “Dick Tracey” di Warren Beatty (1991), “Tucker” di Francis Ford Coppola, “Titus” di Julie Taymor (1999) e “L’Intrigo della Collana” di Charles Shyer (2001).

La carriera di Milena Canonero si è svolta tutta all’estero, dove ormai risiede da anni, ma in tempi recenti ricordiamo il suo straordinario lavoro di costumista per “I Vicerè” di Roberto Faenza, unico regista italiano con i quale abbia finora collaborato.
Anche qui la ricostruzione di un periodo storico attraverso gli abiti viene premiata, stavolta con il nostro Oscar locale, il David di Donatello. Milena-Canonero-
Il ritorno sul palco della grande cerimonia di premiazione degli Oscar avviene nel 2007 quando Milena Canonero viene insignita del riconoscimento per i costumi realizzati nello psicadelico “Marie Antoniette” di Sofia Coppola.
Oggi la costumista italiana si trova a festeggiare la collaborazione con Wim Anderson, regista con il quale ha già lavorato nel 2004 in “Le Avventure Acquatiche di Steve Zissou” e in “Il Treno per Darjeeling” nel 2007.

Con “The Grand Hotel Budapest” Milena Canonero non deve ricostruire un’epoca, bensì un piccolo mondo variopinto che risponde alle esigenze della sceneggiatura. E ci riesce. Le divise viola dei dipendenti dello strampalato hotel di Anderson rimarranno nelle memorie cinematografiche a lungo.
Una piccola grande soddisfazione per il nostro Paese e che dimostra ancora una volta come la creatività e la manualità italiane siano riconosciute all’estero per la loro qualità. Purtroppo spesso siamo noi a dimenticarci delle grandi potenzialità che abbiamo magari dietro l’angolo. Persone che spesso lavorano e vivono in punta dei piedi e senza clamori e che per questo ci sembrano, chissà perché, meno importanti di chi sta sempre in prima pagina. Ancora una volta sono stati degli stranieri a ricordarci i tesori di casa nostra.

Ma basterà un Oscar per farci diventare nuovamente orgogliosi e consapevoli di essere italiani?

Redazione

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Tutto si integra nell’eterno ritorno: ciò lo sanno gli umoristi, i santi e gli innocenti. -Pier Paolo Pasolini

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