Case chiuse teatro pieno, torna al Bellini il successo di DAdP

foto DAdP_by Viviana Martucci

foto DAdP by Viviana Martucci

di Lidia Monda

Scoppiettante, funambolico, accattivante. È DAdP, acronimo di Dignità Autonome di Prostituzione, lo spettacolo in scena fino al 15 marzo al teatro Bellini di Napoli, diventato per l’occasione la “casa chiusa dell’arte”.

Qui, signore e signori, siamo molto lontani dalle sonnacchiose sfumature del bigio. Attori e attrici, avviluppati da luci pop e da lussuriose vestaglie di seta, adescano e si lasciano adescare da spettatori-clienti, che pagano a suon di ‘dollarini’, moneta locale in dotazione, le varie ‘prestazioni di piacere’ teatrale.

A capo della casa chiusa e di questa strana famiglia è Luciano Melchionna. Lo spettacolo, di L. Melchionna dal format di B. Cianchini e L. Melchionna,  dura da ben otto anni, di cui cinque al Teatro Bellini, eppure è sempre unico e diverso di anno in anno, di serata in serata.

Luciano Melchionna ph by Nina Borrelli

Luciano Melchionna – ph by Nina Borrelli

Quando si dice la magia del teatro. Qui però la novità è che ci si trova parte attiva di questa magia, già mentre si è in fila all’entrata, in un foyer allestito con lanterne rosse, che ci immergono subito nell’atmosfera tipica di una casa di tolleranza degli anni ‘30.

Troviamo posto in platea che, quasi senza poltrone, è un’agorà vivace e affollata dove, dall’alto dei loro tacchi, attrici ma anche attori peripatetici si lasciano ammirare o addirittura litigano per accaparrarsi il gruppo di clienti più folto.

Una volta conclusa la contrattazione si parte per il viaggio, fisico e metafisico. Perché questa è la più brillante e nuova idea di teatro cubista, destrutturato e trasversale, degli ultimi tempi, in cui tutto ha un senso più profondo proprio perché non è al suo posto abituale.

Il palco è solo una vetrina; gli spettacoli, tanti e in contemporanea, durano circa una ventina di minuti, sicché si possono seguire tutti quelli che coi ‘dollarini’ si potranno comprare; ma soprattutto le singole rappresentazioni si svolgono in qualsiasi ambiente del teatro, con impensabili sconfinamenti. Ci si arrampica per le scale, in gironi di dantesca euforia, per raggiungere i piani più alti degli uffici amministrativi, o ci si inabissa nei più reconditi seminterrati per seguire l’artista di turno. Persino nei bagni, o negli spazi antistanti al bar, insomma tutto è palco, tutto è platea, tutto è spettacolo, perché si è dentro lo spettacolo.

Gli attori sono giovanissimi talenti, che si affiancano ad artisti navigati o personaggi presi in prestito della tv – come Antonella Elia- mai esorbitanti e sempre calzati perfettamente nella parte.

“Lia” ph by Angela Loveday

Un cenno a parte merita l’esibizione di Daniele Russo, bravo e talentuoso, che si è conquistato a buon diritto lo spazio intimo e surreale del Piccolo Bellini, un piccolo teatro nel teatro. Avvolto in una scenografia nera e confidenziale, l’attore veste i panni di “Lia ‘e Pusilleco”, una drag queen dal tacco venti, che ha intrattenuto la platea facendo ridere e pensare, frammentando il monologo con improvvisazioni da artista consumato, nonostante la sua giovane età.

A mezzanotte, come uno spettacolo pirotecnico, il gran finale, intervallato da cammei di pura poesia, come il passo a due dei trampolieri, che ricorda atmosfere felliniane di lieve incanto sospeso.

L’ultima sorpresa è all’uscita, dove l’abbraccio di questa strana famiglia ci accompagna fino a casa, lasciandoci un retrogusto di euforica leggerezza e un’idea che, a pensarci, non doveva essere troppo lontana da quella dei clienti delle case di tolleranza: che questo sia davvero -davvero- il posto più seducente ed incantevole dove spendere il proprio tempo e i propri soldi.