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“20 anos de saudade”. Fabio Accardi ci racconta il suo ultimo lavoro

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di Marina Capasso

Per l’uscita del suo ultimo disco, “20 anos de saudade”, dedicato interamente alla musica di A.C. Jobim, Fabio Accardi ci racconta di sé e delle suggestioni che sono dietro a questo meraviglioso lavoro.

Qual è il tuo percorso musicale e quali sono le tue fonti di ispirazione?

«Il mio percorso musicale comincia a 13 anni grazie a mio fratello chitarrista di una rock Band di cui ero un fan sfegatato: mi reputo un “fratello d’arte”. Lui è sempre stato un autodidatta; io invece già da subito ho intrapreso un percorso accademico: dal maestro privato alla scuola di musica locale al conservatorio; sono diplomato in percussioni classiche a Verona e in jazz al conservatorio nazionale superiore di Parigi. Ho avuto la fortuna di incontrare e confrontarmi con dei grandissimi batteristi: da Gatto a Fioravanti a Manzi a Peter Erskine a Ron Savage della Berkelee, Gary Chaffee, Marvin Smitty Smith, Tommy Campbell, Gene Lake, Vinnie Colaiuta, Billy Hart, Joey Baron, John Riley. Ho studiato con Daniel Humair e Dre Pallemaertz a Parigi; ho studiato percussioni classiche con Beniamino Forestiere e Saverio Tasca. 11046387_10205019701045295_2479428761049175734_oHo sempre avuto una visone della musica che andava oltre il mio strumento; non mi ritengo un virtuoso; ho spesso preferito dedicare tempo ed energie allo studio della composizione e dell’arrangiamento e quindi alla scrittura; e soprattutto alla trascrizione.  Scrivo musica dal ‘98.  Di conseguenza le mie fonti di ispirazione non sono solo batteristiche, e, quando lo sono, si tratta di batteristi compositori o leader di gruppi: a partire da Art Blakey a Philly Joe Jones, a Max Roach, a Roy Haynes, Tony Williams, Elvin Jones; ma di più Jack de Johnette e Billy Cobham, Peter Erskine; e Bill Stewart,  Brian Blade, Eric Harland, Manu Katche, Stewart Copeland, Phil Collins, Gatto e Fioravanti».

Hai vissuto per molti anni all’estero. Come pensi che questo abbia influenzato la tua arte?

«La mia permanenza all’estero risale al 2002 fino al 2009 a Parigi. Sono andato per studiare al conservatorio nazionale superiore, dove mi sono diplomato nel 2006. Lì ho avuto l’opportunità di studiare il mio strumento con Daniel Humair e Dre Pallemaertz, incontrare Billy Hart e Joey Baron e John Riley e di studiare arrangiamento e composizione. Quello su cui ho più lavorato però è stata la composizione. Ci spronavano a scrivere, scrivere, scrivere … e arrangiare, orchestrare. E’ stato durante quel periodo che ho scritto 6 dei 10 brani che costituiscono la tracklist del mio primo disco ARCOIRIS, che ho registrato a Parigi nel 2008 con un organico appulo belga franco maltese (4 li avevo composti in precedenza). Nella mia musica sono abbastanza eclatanti delle atmosfere legate alla musica francese sia di provenienza cinematografica che della canzone francese di cui io sono un appassionato: Truffault, Resnais da una parte, Jacques Brel Serge Gainsbourg, Henry Salvador dall’altra! A parte Gainsbourg, che ascoltavo già da tempo, gli altri due li ho scoperti a Parigi; a questo ci aggiungiamo che sono un fan di Richard Galliano. Parigi è una metropoli e, come tutte le metropoli dove è forte la presenza di comunità extraeuropee, è un concentrato di culture, le più disparate. E’ inevitabile imbattersi, incuriosirsi, immergersi e rimanerne affascinato: in primis quella africana la comunità più numerosa a Parigi, dopo quella araba; Parigi dopo Rio è la città più brasiliana, è la città più tanguera dopo Buenos Aires; sono tutti elementi che sono entrati di prepotenza nel mio immaginario sonoro».

Cosa significa per te “fare musica” e quale credi sia il tuo messaggio?

«Fare musica è una dimensione necessaria al mio benessere psico-fisico e, di conseguenza, desidero condividere questo benessere con tutti coloro che amano ascoltare e fare musica. Il messaggio è quello di una continua ricerca della verità nell’arte. La verità della propria identità, dell’originalità della propria arte; della profonda conoscenza di un linguaggio per la massima chiarezza della manifestazione del contenuto del messaggio. Il mio messaggio è sempre New Bottle Old Wine che significa sforzo teso a cercare sempre di fare qualcosa di nuovo, non per forza, ma sempre ancorato alle radici; la tradizione dà spessore al moderno e lo rende contemporaneo, quindi vero!».

Raccontaci del tuo ultimo disco

«Il mio ultimo disco, “20 anos de saudade”, è dedicato interamente alla musica di A.C. Jobim.  Pertanto si differenza dei primi due che erano costituiti principalmente da brani originali.  “Whispers” ha solo 3 covers: Lilia di Milton Nascimento, Silver Hollow di Jack DeJohnette e Bodas de sangue di Marcos Valle. Questo nuovo lavoro è stato pensato per commemorare i venti anni dalla scomparsa del maestro soberano, il più grande ed il più famoso musicista brasiliano; il padre fondatore della bossanova, stile nato dall’incontro della canzone brasiliana con il jazz da cui ne subisce l’influencia. celebriamo Tom Jobim a 20 anni dalla sua scomparsa con 11 meravigliose canzoni alcune delle quali scelte dai convidados presenti sul disco quali Paola Armesano , Maria Pia de Vito, Rogerio Tavares, Roberto Taufic; e soliti del calibro di Fabrizio Bosso e Gabriele Mirabassi; Jobim è uno dei musicisti che amo di più, alla cui cifra stilistica io mi ispiro: il perfetto equilibrio tra popolare e colto, tra la melodia semplice e orecchiabile che si muove su armonie sofisticate e ricercate; riscontro questo perfetto equilibrio nei più grandi: Ravel, Gershwin, Duke, Miles, Piazzolla, Hancock, Milton Nascimento, Pat Metheny. La particolarità di questo disco, prodotto da Rossella Giancaspero per la nostra giovane etichetta pugliese Mordente Records, giunta alla sua quinta pubblicazione, è che è un progetto a più voci (Maria Pia De Vito, Rogerio Tavares, Paola Arnesano) e con più strumentisti, tutti jazzisti di grande spessore in diversa formazione: Roberto Taufic (guitar), Gabriele Mirabassi (clarinet), Fabrizio Bosso (trumpet), Gaetano Partipilo (alto sax), Mirko Signorile (piano), Vince Abbracciante (accordion), Nando Di Modugno (acoustic and electric guitar), Giorgio Vendola (double bass), Giuseppe Bassi (double bass), Francesco Lomangino (tenor sax and flute), Raffaele Casarano (soprano sax), Marco Bardoscia (double bass), Pierluigi Balducci (double and acustic bass). Altra particolarità del disco è la raffinatezza degli arrangiamenti, grazie al background jazzistico che accomuna i musicisti presenti sul disco.untitled Terzo punto di forza del lavoro è che la scelta stessa dei musicisti non è casuale ma è ricaduta su coloro che sono accomunati da una profonda passione per la bossanova. Altro punto di forza è la scelta dei brani. Sul disco sono quasi tutti dei brani molto ricercati del repertorio del meraviglioso compositore brasiliano: laddove invece si è scelto di approcciarsi a brani ultra noti come Chega de saudade o Fotografia, questi sono stati completamente riletti in chiave jazz. Sul disco le canzoni di Jobim sono comunque una porta per far venire fuori la nostra personale visione della sua musica, con la reinterpretazione alla luce dei nostri arrangiamenti o anche frutto di un’esecuzione di getto, scevra da ogni arrangiamento se non quello del punto di partenza, dell’intenzione e della struttura, caratterizzata da una forte impronta improvvisativa come accade in Chega de Saudade con PJF ossia il vamp ipnotico del Fender di Signorile il groove africano del basso di Bardoscia e il perfetto ntreccio timbrico dei sax soprano di Casarano e contralto Partipilo; in Por Toda a Minha Vida con Maria Pia, Mirko al piano e Giuseppe Bassi al contrabbasso. Surboard, invece, è il brano più arrangiato (insieme al produttore artistico Rossella Giancaspero) e costruito traccia per traccia. E’ il brano orchestrale del disco: ci sono tutti (o quasi) gli strumentisti presenti nel disco: dal pianista Mirko Signorile, che qui è al Fender; il fisarmonicista Vince Abbracciante, che qui suona l’organo hammond; Bardoscia al basso, Frank Lomangino al tenore e al flauto; e gli assolo pazzeschi di Gaetano Partipilo e Fabrizio Bosso. Questo tributo è un atto dovuto ma soprattutto voluto a uno dei musicisti che più hanno influenzato la mia musica».

Marina Capasso

Marina Capasso

Laureata in Scienze della Formazione Primaria e dottore di ricerca in Pedagogia della Formazione. Lavora come insegnante di sostegno nella scuola primaria. Appassionata di musica jazz.

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