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Cioccolatini colorati per Maurizio de Giovanni, ma la tinta di Napoli resta una sola

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di Lidia Monda

de giovanni sala 4 best

sala gremita all’Intragallery

Ci sono eventi che assomigliano a scrigni magici che ad aprirli e a guardarci dentro, regalano ogni volta esperienze inaspettate. E’ il caso delle Conversazioni Cromatiche su Napoli, ideate e curate da Benedetta de Falco, e arrivate ormai all’ultima sessione, per quest’anno, di un singolare percorso, teso a offrire uno sguardo sulla città partendo da un’insolita prospettiva: il colore. Ospite delle sempre accoglienti Rosa Francesca Masturzo e Annamaria de Fanis all’Intragallery, galleria d’arte nel cuore di Chiaja, il colore è stato ancora una volta protagonista, con un interprete d’eccezione, Maurizio de Giovanni.

E forse eravamo un po’ in ritardo per l’ora del tè, ma de Giovanni, come impongono le buone maniere, ci ha portato in dono, con la sua fantasia, una suggestiva scatola d’immagini, colorate come cioccolatini, saltellando dall’uno all’altro in cerca della giusta tinta da assegnare alla città.

benedetta e maurizio

Benedetta de Falco e Maurizio de Giovanni

Mmm… lo sguardo indugia sul giallo, e a rifletterci, potrebbe essere una buona scelta se si pensa al genere letterario dello scrittore. Ma è un bonbon dal gusto amaro, va detto. Giallo è il colore del tufo, ma anche della paura, che uniti insieme fanno la storia di quella rivoluzione etica che ha cambiato per sempre l’anima di Napoli, nell’anno e mezzo in cui, dal ’43 al ’44, è stata sotto i bombardamenti. Rintanati nel ventre cavernoso della città, i napoletani trovarono non solo riparo, restando in attesa fino a quindici ore di fila, ma soprattutto solitudine, e paura. Non sempre si era insieme, anzi, le corse per sfuggire ai bombardamenti erano disordinate e nella calca i più sfortunati soccombevano, persino. E una volta giunti nel grembo materno, i suoi figli trovavano difesa dal pericolo esterno, ma non dalle minacce interne. Nessuna barriera restava a proteggerli dalla paura e dall’incertezza di ritrovarsi, una volta riemersi in superficie, senza più dimora o senza più alcun affetto. Questi sentimenti impregnavano le ore e le pareti del tunnel borbonico, graffiate da scritte evocative -NOI VIVI- senza alcuna interpunzione, e proseguiva poi anche fuori, nei vicoli, dove, dopo i bombardamenti, imperava un silenzio rannicchiato sui gradini, appesantito da dubbi e timori nell’attesa di ritorni, notizie, figure familiari.  La Napoli di quegli anni usciva profondamente modificata dalla guerra, non già nel carattere, ma nella sua scala di valori, soppiantando gli ideali sociali fino allora in vigore, con un più forte istinto di sopravvivenza individuale. Poco male, se non fosse che molti di quei ragazzini un tempo impauriti e soli, sarebbero poi cresciuti feroci e senza scrupoli, allungando le loro mani sulla città negli anni ‘50 e ’60.de giovanni sala 1

No, il giallo promette troppa amarezza, meglio cercare ancora. Lo sguardo di de Giovanni, indugia sull’extra fondente, forse il nero è la risposta giusta, del resto Napoli è una città di grande luce ma anche di profondissima ombra. È costantemente divisa tra questi opposti, tanto da non avere penombra, del tutto assente negli stretti vicoli, in cui la luce fende l’aria con lame circoscritte, dai contorni sempre nitidi. Nera è l’ombra, nera è la follia, neri sono i cannoni di Castel dell’Ovo puntati sulla città, anziché sul mare, a riprova di una capitale che teme innanzitutto se stessa. Nera è la morte, con cui i napoletani hanno un rapporto familiare e unico. Perché, certo, è difficile trovarla, nel mondo, un’altra città capace di adottare una capuzzella, ovvero uno dei 40.000 crani rinvenuti nell’ossario del Cimitero delle Fontanelle, in seguito all’epidemia di peste del 1652. Bisognerà poi vedere se a fronte di altarini e offerte votive l’anima pezzentella ricambierà con la grazia richiesta, ma in quel caso diventano poi questioni private, di famiglia. Il napoletano, insomma, adotta il morto, non la morte, e ne fa una faccenda personale, personalissima.de Giovanni e de Falco

No, anche il nero dell’extra dark, seppur gustoso, è riduttivo. Eppure questi cioccolatini sembrano tutti indistintamente buoni e i colori altrettanto invitanti, rendendo ancor più difficile la scelta. Lo scrittore si sofferma allora sul grigio, colore della burocrazia, ottusa nel consentire e acuta nell’impedire, o delle strade nella doppia tonalità del grigio scuro, delle vie lastricate di piperno, o del grigio chiaro, colore delle buche, di gran voga negli ultimi tempi. Ma grigio è anche il colore di certi salotti benestanti e benpensanti, che potrebbero essere associati all’aristocrazia borbonica per la loro immiscibilità al resto della città, se non fosse che appartengono a un presente borghese, accartocciato su stesso, ricco di mezzi, e mediocre d’intenti, che ha stessa ferocia di quei ragazzini là, quelli induriti dalla guerra, ma senza la scusante d’averne fatta alcuna.

È probabile dunque che i cioccolatini grigi siano belli ma stantii come certi quartieri, e che si debba, insomma, scegliere con attenzione. Potrebbe andar meglio allora con quelli rosa, che evocano immagini caramellate dal trash di sentimenti adiposi, pance debordanti e ricordi tatuati, di musicalità neomelodiche riconducibili a quartieri e temi trattati, secondo geometrie prestabilite. Ma il rosa rischia d’avere un retrogusto imprevedibile, che va trattato con cautela, come la rabbia dei ragazzi di periferia, senza speranza, con le mani sporche di una terra ben peggiore di quella che hanno trovato.

No, anche il rosa non è il colore giusto. Sicché tra i riverberi delle carte colorate, spinge e si fa strada un colore invadente che alla fine s’impone, l’azzurro, “la vera dannazione di questa città”. E già, perché se Napoli non avesse questo azzurro sarebbe molto più facile lasciarla andare, e invece … Invece. L’azzurro del mare e del cielo avvolge la città come una trapunta, s’insinua per le strade, scavalca le finestre, le anime, gli occhi. Penetra nelle case attraverso imposte che non chiudono mai bene e sembrano fatte apposta per lasciarlo entrare. Il colore avvolge anche Nisida col suo carcere minorile, un’isola nell’isola, anche se nessuno lo sa, ed è geniale pensare che in mezzo a tale bellezza si sia pensato di costruire un penitenziario minorile, affinché tutto quest’azzurro sia un modo per restituire quei ragazzi alla vita.142

L’azzurro è un colore sfacciato, indiscreto, ed è meglio non provarci a tenerlo fuori. È il colore di Napoli perché è come lei, non chiede permesso. Trase e zitta, entra e basta. È un linguaggio muto, l’azzurro, che collega sentimenti non detti, sopperisce a parole mancate, crea terreni comuni di condivisione, inventandosi persino una nuova lingua, magari quella del calcio.

Sì, l’azzurro dev’essere la tinta giusta per la nostra città, in questa scatola di emozioni ricoperte da stagnola colorata.

Solo che scartando il bonbon questa tinta s’insinua, permane, dilaga. Scavalca ben più d’un balcone, aggira barriere, oltrepassa la forma e punta dritto, centrando il cuore. Ed è così abile, quest’azzurro, che ti frega e te ne accorgi quando è già troppo tardi per porre riparo.

Poco male, “ricordati di ridere e anche di piangere, perché se ridi o se piangi allora sei vivo”, diceva al figlio scrittore un vecchio avvocato dagli occhi verdi e dalle poche parole.

Una lezione preziosa che ci ha lasciato, prima di addormentarsi sotto una coperta d’azzurro.

lidia monda

lidia monda

Giornalista incuriosita, avvocato perplesso, mamma senza dubbio. È Amministratore Delegato della sua famiglia – un marito e due figli, ingiustamente maschi- e nel frattempo che tutti diventano grandi (lei compresa) mescola di continuo le carriere alla ricerca dell’equilibrio perfetto. Ama libri, piante e animo umano. Tre cose uguali. Qualche anno fa le svaligiano casa. Lei inciampa nel giornalismo e finisce dentro Itali@Magazine e ai ladri, quasi quasi, va il suo sentito ringraziamento.

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