Cronache dal mondo H

di Kristine Maria Rapino

Mi vesto. Una maglietta al volo. Pratica. Sui toni del verde, del giallo, o del rosa. Voglio portare un po’ di colore là dentro. Un pantalone non aderente, possibilmente facile da lavare. M’imburro lo stomaco con alimenti forti, unti, essenziali. Un caffè per cominciare. E salto in macchina. È ottobre. Fuori è ancora caldo ma ho già messo le gomme termiche. Non si sa mai. Mezz’ora di guida e sono da te.sanita-150x124

Qualche giorno fa qualcuno della redazione mi ha chiesto perché non scrivessi più articoli. Mi occupo di libri, di cultura. Ho risposto io. Nell’ultimo periodo le mie occasioni mondane si sono ristrette al dialogo numerico con il ragazzo che mette il gpl. “Il pieno”, e spingo la leva per aprire lo sportellino. Benedico ancora il giorno in cui ho rinnegato la benzina.

Certo, ripeto. Cosa potrei scrivere della mia vita negli ultimi mesi? Conferenze, nessuna. Presentazione di libri, poche. Contatti letterari, molti ma virtuali. Scrivo come una disperata, rubando i minuti, i secondi. Trascino il computer ovunque. Perché la mia attenzione è rivolta altrove. A un mondo parallelo. Separato dal nostro da appena una teoria di pareti e qualche sguardo. Un dedalo di corridoi ricamato sul dolore della gente. Questo mondo è rappresentato da una lettera e ne ha la stessa personalità: non si pronuncia mai, ma esiste. Presenza silenziosa: la mutina. La H di hotel. La H che indica la vicinanza di un ospedale.

Da quando mia nonna è stata ricoverata, vado lì quasi ogni giorno. Da parecchio, ormai. Prima, all’ospedale civile di una città di provincia. Poi, in quello di un paese. L’odore, sempre lo stesso. Di lidocaina e disinfettante. Le storie, tante. La punteggiatura della sofferenza comincia con l’interrogativo piantato in faccia al medico. Si libera subito del peso delle virgole, poi entra nel limbo dei puntini di sospensione… L’attesa.

E te ne rendi conto. Che oltre ai pazienti ricoverati, esistono in quel mondo persone che smarriscono il senso della quotidianità: i loro parenti. Nessun piatto da lavare, nessuna cena da preparare. Di colpo, niente ha più importanza. Parte il Big Crunch. La vita smette di espandersi, collassa su se stessa. Tutto si ridimensiona. Il grande diventa piccolo. Le priorità, carezze. La fretta, tenerezza omeopatica, somministrata in forma diluita, nelle ore di visita, quando trovi la porta aperta e puoi entrare. Quella mano intrecciata alla sua, stretta. Quell’occhio che si spinge continuamente in alto, come la pallina di un flipper, a vigilare sull’ultima goccia della flebo prima di richiamare l’infermiera. Quel braccio che appoggi attorno al collo sconosciuto di chi ha appena perso qualcuno. E piangi. Piangi anche tu.

>>>ANSA/SPENDING REVIEW:MINISTERO,VIA ALMENO 7.439 LETTIQuesto mondo parallelo ha leggi diverse dalle nostre. Non ha tempo, non ha spazio. È popolato da strani individui: gli abitanti del mondo H. Un giorno mi hanno chiesto se ero la badante. No, ho risposto. Sono la nipote. Perché è vero. Sono spesso donne dell’est, quegli abitanti. Attraversano i corridoi ogni giorno, le scarpe comode, il rossetto tenue. Trascinandosi dietro riviste, tramezzini, fotografie del figlio lontano, voglia di ricordare, insofferenza. Ci servono anche loro. Perché il mondo, quello vero, deve continuare a correre e non si può fermare. La malattia è un contrattempo. La malattia è un impedimento. Nessun biasimo. È davvero difficile essere presenti il più possibile accanto ad un parente ricoverato. Allora si fanno i turni. Vado io, vai tu, va lei, poi vado di nuovo io. La famiglia protende tentacoli, sviluppa ventose, si attacca alla vita. Ama.

Negli ospedali che ho frequentato negli ultimi mesi, ho notato tante cose. In alcuni si lavora male. Molto male. C’è sovraffollamento, decine di pazienti in barella lasciati nel corridoio. Uno scenario da ospedale da campo. Il primario seguito da un grappolo di studenti laccati. A volte superficiali. Più spesso presuntuosi. Le persone che diventano un gomitolo di nomi lunghi, incomprensibili. Pagine di libri da studiare. Gli infermieri stanchi di lavorare coi vecchi. Personale oss che si rivolge a un’ex insegnante chiedendo se ha fatto la cacca, e la rivolta nel letto come un pezzo di carne e sangue. Senza dignità, senza più niente.

Per fortuna, non tutti sono così. Dove si trova adesso mia nonna, in un ospedale di paese, incontro ogni giorno tanta vita. Persone che ti accarezzano con lo sguardo, infermieri decisi, determinati, profondamente umani. Un sorriso è quel che basta. Un sorriso fa sentire a casa. Loro, e noi. Meno male, penso. Che esiste ancora gente così, che sceglie il proprio mestiere per vocazione e lo porta avanti con coerenza.

E mi chiedo il perché. Perché si continuano a chiudere gli ospedali dei centri minori, mentre i grandi sono congestionati. E me la prendo con la politica, e me la prendo con chi non si rende conto del disagio che procurano. Ai pazienti, sorvegliati meno e peggio. Ai parenti, costretti a centinaia di chilometri di macchina da percorrere ogni giorno per raggiungere l’ospedale più vicino. Mi chiedo se lo conoscano davvero, e da vicino, questo mondo H.badanti6

Qui dove crollano i muri della diffidenza. Dove si diventa improvvisamente amici, fratelli. Solidali nel dolore, uniti dal caffè delle macchinette e dal pallore della luce a neon. Poi, improvvisa, una risata liberatoria. E i discorsi della vita che scorre fuori nonostante tutto. Le foto del battesimo dei nipoti, la nuora che deve partorire. La pioggia che non vuole smettere. Il cane che abbaia, la macchina nuova, la spesa da fare. Basta poco per riuscire a sviluppare un sistema di difesa a quel mondo, una scappatoia. Giro visite, tutti fuori. Nella stanza col televisore, occhi incollati su quella scatola, la stessa che hai a casa, che trasmette le trasmissioni, le stesse che trasmette a casa. Questo ti fa sentire più sicuro. Prima o poi, ti dici, con paura e malinconia. Prima o poi, finirà anche questo. E tornerà ad esistere quell’altro mondo realtà. Quello vero.

In pochi giorni, tutta questa gente, tutte queste storie, scomparirebbero. I letti, i corridoi. Le fotografie del battesimo, la nuora che deve partorire, il cane che abbaia. Tutto. Non lascerebbe traccia. Tu torneresti a essere uno di quelli che sbuffa in fila alla cassa, alle poste, che resta imbambolato davanti a una vetrina o a una partita di calcio. Oppure no.

Intanto oggi ti chiedi se c’è qualcuno che ogni tanto ci pensa, a questo mondo parallelo. Magari qualcuno che sta leggendo le righe di un articolo che non contiene alcuna notizia. Qualcuno che guarda le persone che ha intorno e, domandandosi se dietro quei visi tirati non si nasconda un abitante del mondo H, fa la cosa più importante di tutte: gli sorride.