Misoginia e politica italiana

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Di David Spiegelman

Quando si guarda a figure monumentali come Golda Meir, Dolores Ibarruri, Margaret Thatcher e Indira Gandhi, riesce difficile volgersi al pensiero della misoginia politica, che affligge e non poco il nostro presente, già gravato da un’indole senectudinaria che scintilla oggi più che mai: i candidati, sedicenti “giovani” se non “nuovi” a scalzare un ultrasettantenne, hanno l’età in cui i Clinton e i Blair e gli Aznar e i Bush avevano consegnato agli editori gli strapagati memoriali di una carriera già conclusa. Senza menzionare le plurali statiste dell’Europa preartica, o la stessa Merkel che brilla di luce compromissoria, e nemmeno – in quel pezzo d’Europa australe chiamato Argentina – la dinastica Kirchner, occorre pure attrezzarsi all’ipotesi che, declinata precocemente di fronte alla rudezza della realtà la velleitaria supernova del Nobel a prescindere Obama, la prossima competizione per la Casa Bianca possa riguardare Hillary Rodham e Sarah Palin.

Nella nostra terra, dove pure Eleonora Fonseca Pimentel era molteplicemente straniera, occorre registrare anche il vistoso segno di arretratezza di una minorità tenace della presenza femminile in politica, conseguenza di un pregiudizio che non di rado sconfina in un’insofferenza di calco razzista. La storia medesima della Repubblica limita alle varie ed eventuali la rilevanza delle donne, molte delle quali si prestano al gioco della finta emancipazione, fino a convincersi che autodefinirsi “direttora”, “ministra” o – come la sublime Vincenzi in quel di Genova – “la sindaco” rappresenti un segno concreto di riscatto e non già una caricatura neoflaubertiana.

Il bilancio va redatto poi nella comprensione di fenomeni cannibalistici: furono mal tollerate, se non gravate di oscuri pettegolezzi spesso in regime di autologia, le carriere di due donne chiamate, in epoche e con premesse assai differenti, alla presidenza della Camera come Nilde Iotti e Irene Pivetti. Così si diede per statuto che l’ascesa in politica di una donna potesse darsi soltanto in base a presupposti di vassallaggio, se non di consegna ancillare o peggio. Era nel suo stesso gruppo partitico, infatti, che si coltivavano le dicerie più puntute sulla carriera di Anna Finocchiaro, nome speso quattro anni e mezzo fa addirittura per il Quirinale, magistratura per cui a sua volta Pannella aveva indicato Emma Bonino, nel quadro della naturale vocazione al paradosso del grande provocatore, tornato in età matura a quella goliardia da cui si era distinto in gioventù.

La bipartizione dello scenario politico, radicalizzando i termini della dialettica, ha aggravato il clima. Se da una parte il presidente stesso del Consiglio scade nella freddura avanspettacolare, cristallizzando un ex ministro come Rosy Bindi a emblema estetico negativo, non più eleganti – anzi, peggiori perché provenienti da una parte che si vorrebbe illuminata e aliena da ogni becerume casermesco – sono stati gli epiteti più volte rivolti da sinistra verso il ministro Giorgia Meloni, derisa per la statura fisica non da cestista ancor prima che per le sue idee. Il rispetto per la persona, ancor prima che per la donna, è parso una variabile rispetto alla collocazione di schieramento o di formazione: quasi nessuno solidarizzava con Daniela Garnero ex Santanché aggredita o minacciata di morte per le sue sortite in tema di Islam, così come ben pochi rinunciavano alla facezia sul cilicio di Paola Binetti.

Le ragioni della guerra di trincea cedevano a ogni altra considerazione: libera circolazione, quindi, alle peggiori dicerie su questa o quella “favorita”, locupletata ora con un seggio, ora addirittura con un dicastero. Nessuno, si badi, è innocente: si è dovuto assistere anche allo spettacolo di una parlamentare, “nominata” a sinistra con questa legge ora largamente disconosciuta ma da tutti utilizzata per uno scopo che oggi pare grottesco, ovvero mandare in Parlamento pedine di assoluta fedeltà, che si era detta «felice di portare alla Camera la sua inesperienza».

Il problema non riguarda soltanto la rappresentanza politica. La componente femminile nell’Accademia dei Lincei è drasticamente minimale. La Corte Costituzionale ha accolto il primo giudice donna soltanto a 38 anni dalla sua istituzione, per giunta accompagnando per tutta la durata del suo mandato l’avvocato Fernanda Contri da dubbi sulla legittimità della sua elezione. Il mondo accademico è caratterizzato da un vistoso maschilismo.

Ma il sistema delle quote, come si è tentato di fare in politica, pare ragionevolmente un rimedio che aggrava il male: come ogni imposizione artificiosa, finisce per determinare un meccanicismo che svuota il significato stesso della norma. Resta l’idea che la politica italiana sia ammalata anche di scarsa considerazione, se non di aperta ostilità, nei confronti della specificità femminile. Ma è una situazione cui le donne, come da sempre fanno nella storia, dovranno provvedere in proprio a riparare. In attesa, se non di una papessa Giovanna, almeno di una figura che assomigli a Johanna Sigurdardottir, primo ministro donna, divorziata dal marito, madre di due figli e ora sposata con una scrittrice. E lontana da noi, si direbbe, come la sua Islanda.

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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