L’ultimo capolavoro di Bowie

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di Filippo Zampella

Non sono mai stato un fan accanito del Duca Bianco, di cui a parte alcuni pezzi non ho mai amato la discografia completa. 12540291_10207078352629193_261526509_nEppure, già dal primo ascolto di quest’ultimo disco “Blackstar”, uscito il 9 Gennaio, mi sono trovato pienamente d’accordo con la moltitudine entusiasta dei critici. Questo disco va ascoltato! Prima di tutto per le canzoni, belle, variegate eppure legate da un unico filo, quello della musica attuale, coinvolgente e sorprendente. Colpisce che un musicista sulla scena da 45 anni abbia trovato l’ispirazione e la voglia di rimettersi in gioco con qualcosa di diverso dalle sue ultime opere, in maniera inusuale per chi calca le scene da tanti anni e per chi lo ascolta da tempo. Forse la grandezza di Bowie, cui accomuno il più anziano Neil Young, è proprio quella di sentire l’umore dei propri fan, ormai di diverse generazioni, e di non aver paura di essere sempre al passo coi tempi, sfidando musicisti più giovani tradizionalmente più inclini alle innovazioni. Ma, a parte il fattore novità, è la musica che colpisce. Merito di Bowie e della band jazz che lo accompagna, di cui si sa veramente poco se non che provenga da New York. Ci muoviamo su un terreno che spazia dal jazz-rock ad accenni noise, con spunti di pop raffinato a forte connotazione elettronica. La batteria, sincopata, ipnotica caratterizza gran parte del disco, e   pur suonando in primo piano, non è mai fastidiosa. Le chitarre e le tastiere, sempre presenti, s’intrecciano e lasciano spazio allo strumento più bello del disco: la voce possente e calda di Bowie che s’impone sugli articolati tappeti sonori. Sette le canzoni che compongono l’album, ben diverse tra loro. Radiofonicamente non accattivanti, risultano piacevoli anche agli ascoltatori meno avezzi a suoni più complessi benchè richiedano loro sicuramente un secondo ascolto. L’album si apre con la lunghissima Blackstar, che dà titolo all’album: una composizione free form, densa di cambi di ritmo e di atmosfere, che tengono in sospeso fino alla fine. Si parte con un riff che richiama alla mente i Radiohead, per poi muoversi in territori più bowiani. Da lì si prosegue spaziando dai ritmi ballad di Lazarus, la mia preferita, alle costruzioni più moderne di Sue (Or in a Season of Crime). 12498879_10207078361549416_902549913_nMolto bella anche “ Tis a pity She Was a Whore. Ma ciascuno potrà trovare almeno 3 o 4 pezzi che rimangono impressi, cosa non comune di questi tempi. I testi sono claustrofobici, pieni di richiami di morte, esecuzioni e non sembrano intravedere nulla di positivo. Letti due giorni fa potevano essere attribuiti al senso di negatività che pervade il mondo occidentale in questo inizio di 2016. Naturalmente dopo la notizia della sua scomparsa, vanno riletti con un occhio diverso, più personale. E’ pur vero che un senso di nero ha sempre pervaso i testi di Bowie, quindi le atmosfere cupe presenti anche qui non avevano destato troppa sorpresa. Per fortuna, non sono necessarie iperboli e giri di parole complessi per suggerire l’ascolto di questo ennesimo capolavoro di Bowie, basta lasciar partire la musica e goderne appieno.

Marina Capasso

Marina Capasso

Laureata in Scienze della Formazione Primaria e dottore di ricerca in Pedagogia della Formazione. Lavora come insegnante di sostegno nella scuola primaria. Appassionata di musica jazz.

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