Unesco: dieta mediterranea patrimonio dell’Umanità

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Di Valentino Salvatore

Finalmente potremo dire con un certo orgoglio: anche la dieta mediterranea è patrimonio immateriale dell’umanità. E festeggiare magari con una spaghettata e del buon vino come da navigato cliché italico. Alla faccia del junk food che ormai invade le nostre tavole e ci bracca nelle pause di lavoro o nella frenesia della vita quotidiana. Ma cosa significa e chi ha sancito ufficialmente questa promozione? Ebbene, il Comitato intergovernativo per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale dell’Unesco, riunito a Nairobi in Kenia dal 15 al 19 novembre ha proclamato solennemente una consistente infornata di ‘beni’ da elevare al rango di patrimonio ideale di tutta l’umanità.

Il comitato è uno degli organi della Convenzione approvata il 17 ottobre 2003 dalla Conferenza Generale dell’Unesco e si occupa di valorizzare quelle creazioni dell’ingegno e della creatività tipiche di determinati paesi. In modo da segnalarne la necessità di salvaguardia o per il loro status rappresentativo nella cultura di un certo popolo.  Un’alleanza tra Italia, Spagna, Grecia e Marocco (mediterranea, appunto) ha sostenuto la candidatura di questa dieta tipica presso il comitato. Un inimitabile connubio di cibi e sapori che è ormai un biglietto da visita italiano in ogni parte del mondo. Non solo, ma anche uno “stile di vita” (come l’etimologia della parola “dieta”), che porta con sé un bagaglio di cultura, espressività, conoscenze, rappresentazioni e abilità di quelle popolazioni che si affacciano sul Mediterraneo. Oltre alla new entry della dieta mediterranea, l’Italia può già vantare come patrimonio immateriale dell’umanità l’epica dell’opera dei pupi siciliana e il canto tenore sardo.

Piccolo cruccio per noi italiani è la valorizzazione della cucina tipica francese e di quella messicana, promosse dai paesi di rispettiva proveninenza. Mentre quella italiana non ha riconoscimenti particolari, al momento. La Francia quest’anno è premiata anche per i sofisticati pizzi a merletto di Alençon e per il compagnonnage, il caratteristico complesso di modalità per la trasmissione del know-how lavorativo. Scorrendo la lista dell’Unesco, si notano quest’anno ben 47 novità, presentate da 29 diversi paesi. Per la Cina ad esempio l’agopuntura e la moxibustione, discipline tipiche della medicina tradizionale, ma anche l’opera di Pechino. Si segnalano le steli funebri di Khachkars, caratteristiche dell’Armenia cristiana, che rischiano di sparire a causa del vandalismo.

Spicca tra i promossi il flamenco, espressione appassionata di arte musicale che viene dal cuore della Spagna. La Francia porta a casa anche la nobile arte della caccia col falcone, d’intesa con Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Marocco, Siria, Spagna, Belgio, Corea del Sud e Mongolia. L’Italia non è nel club, nonostante la grande tradizione di cui fu padre nobile l’imperatore Federico II di Svevia. A sorpesa anche il Belgio fa centro tre volte, col carnevale invernale di Aalst, la fiera annuale a Sint-Lievens-Houtem e quella di Geraardsbergen con annesso festival Krakelingen e Tonnekensbrad.

Grande affermazione dell’Iran, per la tessitura dei tappeti di Fars e del Kashan (due distinte voci), la musica dei Bakhshis nella provincia Khorasan, i rituali Pahlevani simili alle arti marziali e la drammaturgia Ta‘ziye a sfondo mitico e religioso. Per la Spagna, anche le torri umane in cui si dilettano gruppi amatoriali soprattutto durante le festività catalane e l’emozionante canto della Sibilla, eseguito la vigilia di Natale nelle chiese. Hanno ottenuto il riconoscimento anche la musica tradizionale beduina al-Bar’ah tipica dei monti dell’Oman e il Khöömei, forma di canto degli abitanti dei monti Altaj, in Mongolia.

In generale, il nostro paese sembra aver ottenuto meno di quanto meriti dall’Unesco, che premia realtà più esotiche o stati che hanno più peso o riescono a giocare meglio le proprie carte. L’Italia non riesce a conquistare quei riconoscimenti internazionali che forse dovrebbe avere una nazione così ricca di arte, storia, tradizioni e cultura. Ma non demorde, ci riproverà l’anno prossimo con la candidatura tra i patrimoni immateriali dell’umanità della pizza napoletana e della coltivazione dello zibibbo di Pantelleria.

Il risvolto positivo a termine della conclusione della V Sessione di lavori del Comitato del Patrimonio Immateriale dell’Umanità dell’Unesco è stata l’elezione dell’Italia ad unanimità come uno dei sei paesi che, all’interno del Comitato, valuteranno le candidature nella lista dell’Unesco nel 2011. Il Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali riferisce infatti che tra i 166 Paesi che hanno ratificato la Convenzione dell’Unesco sul patrimonio culturale immateriale, solo 6 Paesi sono membri di questo organismo e l’Italia sarebbe l’unico del gruppo elettorale europeo.

La lista completa redatta dalla Comitato del Patrimonio Immateriale dell’Umanità dell’ Unesco

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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