Piero Mastroberardino ci parla di Villa dei Misteri, il vino che viene da duemila anni fa

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Ecco il Vesuvio, che ieri ancora era verde delle ombre di pampini:
qui celebre uva spremuta dal torchio aveva colmato i tini.
Questa giogaia Bacco amò più dei colli di Nisa:
su questo monte ieri ancora i Satiri eseguirono il girotondo.
Qui c’era la città di Venere, a lei più gradita di Sparta;
qui c’era la città che ripeteva nel nome la gloria di Ercole.
Tutto giace sommerso dalle fiamme e dall’oscura cenere:
gli dei avrebbero voluto che un tale scempio non fosse stato loro permesso.

Marziale Ep. IV, 44

 

Così il poeta romano sull’apocalisse che si riversò il 24 agosto del 79 d.C. su Pompei. Una città di 15 mila anime sorta su un altipiano di formazione vulcanica. Una terra fertile, un clima favorevole e una posizione geografica che la rendeva uno dei porti più importanti dell’entroterra campano. A distanza di duemila anni tra le rovine viventi della città sepolta, nei terreni che circondano il Foro Boario, il Triclinio estivo, la Domus della Nave Europa, di Eusino, la Caupona del Gladiatore e nell’Orto dei Fuggiaschi è stata ripresa la coltivazione dei vitigni autoctoni: quelle del Piedirosso e dello Sciascinoso. Un esperimento nato nel 1996 grazie agli studi di botanica applicata all’archeologia diretti dalla dott.ssa Annamaria Ciarallo con la collaborazione sinergica dell’azienda vitivinicola Mastroberardino di Atripalda, nell’avellinese. Ed è proprio al professore Piero Mastroberardino, erede della storica azienda, che ci siamo rivolti per parlare di Villa dei Misteri, il vino prodotto tra le cinta murarie dell’antica città. Classe 1966, professore ordinario di Business Management all’Università di Foggia con la passione per la scrittura e la pittura, dal 2015 presidente dell’Istituto del Vino Italiano di Qualità Grandi Marchi.

Dal 1996 l’azienda Mastroberardino, su incarico della Soprintendenza Archeologica di Pompei, è protagonista dell’ impresa del reimpianto sperimentale nel paleosuolo dei vitigni autoctoni Piedirosso e Sciascinoso, le cui tracce sono sopravvissute all’eruzione del 79 d.C. Puo’ parlarci di questo progetto nel dettaglio?

Si tratta di un progetto complesso e impegnativo che si avvale di diversi ambiti di studio. L’idea, nata alla fine degli anni 80, si concretizza in un programma di ricerca finalizzato ad una indagine sui metodi e sulle tecniche di viticoltura e vinificazione nell’antica Pompei, e alla riproduzione di alcune delle fasi salienti di tale sistema sul piano sperimentale. L’iniziativa di ricreare all’interno dell’antica città condizioni di vitalità attraverso una produzione apre molteplici prospettive di studio, in ordine alle varietà autoctone, ai sistemi di coltura, alle tecniche di vinificazione, alle modalità e occasioni di consumo dei vini, al ruolo di essi nella socio-cultura e nell’economia, nella vita di un popolo. Le scelte sulla posizione dei vigneti, delle varietà e dei sistemi di allevamento sono state effettuate sulla scorta di studi botanici, bibliografici e iconografici condotti anche sugli antichi affreschi pompeiani, e archeologici sui calchi dei pali delle viti ritrovati nei luoghi dove duemila anni fa si trovavano i vigneti coltivati a Pompei.

Quanto è esteso il progetto all’interno delle cinta murarie di Pompei?

Il progetto si è articolato in diverse fasi, l’ultima delle quali ha consentito di mettere a dimora vigneti in altre dieci piccole aree all’interno dell’area archeologica, che si sono aggiunti ai primi 5 già impiantati tra il 1996 e il 2000. Si è potuta così ampliare la sperimentazione sulle forme di allevamento e sulle varietà di vite. Nelle fasi più recenti, dopo aver fatto esperimenti sulla pergola romana e sulla classica forma delle vigne a palo in filari, dedicate in maniera prevalente a rimettere in campo varietà antiche come il Piedirosso e lo Sciascinoso, si sta lavorando su una ulteriore forma di allevamento tradizionale dell’antichità, l’alberello. La scelta di tale soluzione è stata fatta in relazione al vitigno da impiantare, l’Aglianico, vero monarca dell’antica viticoltura della Campania, che predilige una forma di conduzione della vigna adatta a potature corte, a testimoniare il matrimonio perfetto tra il vitigno di origine greca e la tipica forma di allevamento di origine ellenica.

Avete dovuto attenervi a metodi allevamento e coltivazione delle viti antiche di 2000 anni. Nello specifico all’impossibilità di utilizzare mezzi meccanici e fertilizzanti.

In effetti non facciamo molta fatica sotto questo punto di vista, in generale anche per quanto riguarda i nostri vigneti tradizionali cerchiamo di affidarci il più possibile alle conoscenze tecniche e alla mano dell’uomo, ad esempio effettuiamo la vendemmia manuale su tutti i vigneti della nostra produzione. Nello specifico per quanto riguarda i vigneti per Villa dei Misteri abbiamo una squadra di 10 uomini che lavora sul sito costantemente e che segue scrupolosamente le piante nel corso di tutto il ciclo vegetativo.

Considerando la natura vulcanica del suolo le viti sono a piede franco?

No, le viti non sono a piede franco. Anche nei casi in cui i suoli possono risultare di una tipologia idonea ad una coltura a piede franco, la fillossera non è debellata per cui non abbiamo ritenuto di rischiare, considerato che il progetto si realizza in un contesto così delicato ed esclusivo.

Il primo raccolto e la prima vinificazione sono avvenute nel 2001. In che periodo cade la vendemmia?

Generalmente alla fine di ottobre.

Il distillato finale di tanta cura è Villa dei Misteri, IGT rosso. Puo’ descriverci questo vino? E che resa riuscite in media ad ottenere?

Villa dei Misteri è un vino fortemente caratterizzato dal terreno vulcanico da cui proviene, ricco di elementi minerali e lapilli. L’annata attualmente in commercio è la 2007, che al naso si presenta di notevole complessità con note speziate che ricordano la vaniglia,
la cannella, il tostato e note di frutti rossi, in particolare marasca, prugna e sfumature minerali. Al palato è avvolgente, di considerevole spessore e dotato di tannini fini ed eleganti. I vigneti hanno una densità d’impianto di 7.000 ceppi per ettaro e la resa è di circa 50 q/ettaro e circa 0,7 kg/ceppo.

L’azienda Mastroberardino da due secoli caratterizza fortemente il dna del territorio esaltandone le migliori peculiarità. Cosa rappresenta per lei lavorare in un’azienda storica così importante?

Mio padre, Antonio Mastroberardino, Cavaliere del Lavoro, identificato come l’archeologo della vite e del vino, ha svolto un ruolo determinante a partire dal 1950 per la salvaguardia delle varietà autoctone, negli anni più bui e difficili della ricostituzione del patrimonio viticolo nazionale, apportando un contributo scientifico fondamentale per lo sviluppo della comunità e dell’economia viticola ed enologica dell’Irpinia e dell’Italia. Gli esponenti della mia famiglia che si sono succeduti di tempo in tempo alla guida dell’azienda si sono identificati in un valore forte e basilare, che ha ispirato le scelte plasmando e colmando di significati una storia: la lealtà verso il proprio territorio, le origini, l’ambiente naturale e quello sociale, a tutela di un’identità culturale. La coerenza nei confronti di questo paradigma ci ha condotto in modo naturale a svolgere un ruolo pionieristico nella difesa e valorizzazione, in purezza, del culto degli autoctoni, della viticoltura nativa, del Fiano, del Greco, dell’Aglianico, giungendo all’inversione di tendenza, ovvero consentendo a tali varietà, coltivate nell’ultimo secolo in territori circoscritti, di divenire interessanti al punto tale da essere importate e impiantate in nuovi e diversi contesti geografici.

Il Taurasi DOCG, il Radici e il Naturalis Historia sono sicuramente tra i vini maggiormente apprezzati nel settore anche a livello internazionale. Quali obiettivi sono all’orizzonte?

Negli ultimi anni la famiglia Mastroberardino ha sviluppato programmi di ricerca in tema di zonazioni in Irpinia, al fine di definire sempre meglio le condizioni di acclimatamento delle diverse varietà autoctone negli specifici micro-ambienti territoriali, selezione clonale, con la individuazione di cloni di Aglianico pre-fillossera che sono in corso di omologazione e che porteranno il nome di Antonio Mastroberardino, che è stato il più grande sostenitore, sin dalla fine degli anni Quaranta, della politica di rilancio della viticoltura autoctona italiana, che oggi rappresenta il motivo di successo del modello italiano di vino e di sperimentazione su Aglianico e Fiano delle muffe nobili, grazie alle particolari condizioni micro-climatiche che caratterizzano l’Irpinia. Le attività di ricerca e sperimentazione non spezzano il legame tra vitigno e territorio, poiché, com’è noto, la caratterizzazione di una varietà di vite e dei vini che da essa scaturiscono è collegata fortemente all’ambiente nel quale un vitigno è acclimatato.

 

di Anna Esposito

 

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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