La chimera italiana della meritocrazia

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Di Paolo Cappelli


Al culmine delle agitazioni che hanno visto protagonisti studenti e ricercatori contro il governo e la cosiddetta  riforma Gelmini, in molte città italiane ad essere stati presi d’assedio ed occupati, sebbene per poche ore, sono stati i monumenti simbolo della cultura italiana.  Grazie ad un’azione coordinata a Torino, Roma e Pisa, i manifestanti hanno conquistato il Colosseo, la Torre di Pisa e la Mole Antonelliana, dove sono stati affissi striscioni contro il disegno di legge di riforma dell’Università.

Gli scontri sono proseguiti in tutta Italia: uova e fumogeni sotto il palazzo della Regione a Torino, a Napoli dove è stato occupato il rettorato dell’Università Federico II, mentre per le vie del centro è stata sparsa dell’immondizia per le strade in segno di protesta; a Palermo, la facoltà di Scienze Politiche è stata presa d’assalto dagli studenti.  A Firenze, ci sono stati scontri tra manifestanti e polizia e diverse persone sono rimaste ferite, mentre a Milano la sede dell’Agenzia delle Entrate è stata presa di mira e invasa. I collettivi studenteschi hanno annunciato nuove proteste per i prossimi giorni, spiegando che quella di questi giorni è “la risposta del mondo della formazione allo smantellamento dell’Università pubblica”.

Di tutto questo, ci interessa cogliere un aspetto particolare: le ripetute e vibranti proteste vengono bocciate, è proprio il caso di dirlo, dal Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Mariastella Gelmini. La riforma dovrebbe essere un rimedio ai tanti anni in cui il nepotismo e le assunzioni di massa hanno tolto spazio alla meritocrazia. Ecco, si discute oggi dell’impellenza di diffondere in Italia la meritocrazia non solo nella scuola e nell’università, ma anche nelle imprese, e nella pubblica amministrazione, per rilanciare economia e società. Certo non un’esigenza nuova, e neanche uno slogan nuovo. Quando le cose vanno male, sembra sia sempre colpa dei fannulloni che sono là ad occupare i posti di coloro che li meritano e che farebbero girare bene le cose, se solo fosse data loro la possibilità di far vedere quello che valgono. Un paese, l’Italia, che sembra essere in deficit di meritocrazia nelle sue sfere principali, sia pubbliche che private,  penalizzata le sua economia e le principali attività produttive, tutti problemi che richiederebbero interventi immediati e concreti.

La cultura del merito in effetti non sembra aver mai attecchito, almeno non negli ultimi anni. Accettare la meritocrazia ha dei costi, principalmente morali: bisogna infatti accettare di essere valutati e riconoscere i propri limiti. È necessario coniugare il merito con il concetto di responsabilità sociale. Invece i più meritevoli finiscono per andarsene,  le cosiddette “fughe di cervelli” o meglio le intelligenze eccellenti, un fenomeno che in Italia assume i contorni di una vera e propria piaga sociale. Manca una cultura capace di valorizzare  i talenti.

Già in passato, Roger Abravanel, autore del volume ‘Meritocrazia: oltre le denunce contro le raccomandazioni – 4 proposte per valorizzare i talenti e rendere la nostra società più ricca e più giusta’ (Garzanti, 2008) aveva scritto: “Questo tipo di deficit è molto più diffuso di quanto si pensi, anche nel settore privato. E tale deficit nasce dall’assenza, in Italia, di un cultura della concorrenza e di un sistema scolastico capace di azzerare i privilegi di nascita”. Considerando che i dati, che lo stesso autore illustra, l’Italia ha una mobilità sociale decisamente inferiore a Stati Uniti e Regno Unito. “La lotta ai fannulloni e raccomandati non va portata avanti con leggi ma semplicemente premiando il merito e così dando fiducia ai giovani” afferma Abravanel. “Bisogna creare delle comunità di merito nel mondo imprenditoriale e fabbriche di eccellenza nel mondo scolastico per fare crescere i talenti.”

Per diffondere una cultura del merito in Italia, secondo Abravanel, sono quattro i punti su cui iniziare a lavorare: introdurre una ‘delivery unit’ (un’unità operativa per l’acquisizione di risultati concreti) su modello inglese nella Pubblica amministrazione per spingere l’attuazione di miglioramenti tangibili, anche piccoli; prevedere dei test nazionali standardizzati nelle scuole per permettere di valutare i migliori studenti e le migliori scuole; istituire un’authority per liberalizzare i servizi locali e spronare la concorrenza; discriminare positivamente le donne sul lavoro per far emergere una leadership femminile, prendendo esempio da paesi come la Norvegia che ha imposte delle ‘quote rosa’ nei Consigli d’amministrazione delle principali società quotate.

“Una delivery unit sarebbe sicuramente positiva – prosegue nel suo libro l’autore – perché sposterebbe l’attenzione dalle procedure ai risultati concreti, mentre in tema di istruzione bisogna lavorare anche sulle scuole per fare sì che permettano al talento di emergere. In tema di servizi locali sarebbe utile permettere ai cittadini di avere modo di valutare e confrontare scuole e ospedali e sicuramente bisogna anche valorizzare il capitale umano femminile, togliendo i disincentivi che allontanano le donne dal mondo del lavoro”.

Indubbiamente, la meritocrazia è uno degli elementi costitutivi di una democrazia di maggior importanza e riuscire ad applicarla, dando pari opportunità di partenza a tutti, significa essere giusti e consentire alla società tutta di crescere, oltre ad offrire possibilità di mobilità sociale a tutti gli individui.

Tuttavia, l’organizzazione del nostro stato si basa, oggi come ieri, su un sistema antico, controllato da una classe dirigente che si annida nella vetta della piramide e non vuol saperne di scendere. È la conseguenza di uno Stato accentrato che affonda le sue radici nel Risorgimento e che ha prodotto una stratificazione sociale e di potere granitica, lungi dall’essere intaccata. In Italia oggi quando si parla di politica è più facile  che vi siano accostati termini come: gerontocrazia, partitocrazia, parentocrazia, clientocrazia, persino “mignottocrazia”, di meritocrazia, purtroppo ce n’è ancora troppo poca.

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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