Baker Street e Ravenscroft: il successo è quando la realtà supera le attese

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Success is when reality exceeds expectations. -John D. Gerhart

Un bel giorno dell’estate 1977, il sassofonista Raphael Ravenscroft si affacciò nello studio dove il cantautore scozzese Gerry Rafferty si apprestava a registrare un pezzo intitolato Baker Street. Ravenscroft doveva solo suonare un brevissimo intro al sax soprano. Il pezzo, che era tutto sommato piuttosto banale, prevedeva un inciso di chitarra, ma il solista non si era presentato, e il produttore Hugh Murphy aveva proposto di rimandare la session. Ravenscroft timidamente propose: “Se credete quella parte posso provare a farla io col sax alto, ce l’ho nel bagagliaio della macchina”.

La prova, fatta un po’ nello stile lirico-declamatorio che Gato Barbieri aveva applicato al tenore, piacque assai: non solo a Murphy, stante che quel brano diventò un hit in vari Paesi europei e negli Stati Uniti, ed è opinione condivisa che proprio quell’inciso di otto battute di sax alto fu la ragione principale del suo successo. Ma – fatto ancor più curioso – si registrò ovunque un impressionante incremento nella vendita di sassofoni, che prese il nome di “Baker Street phenomenon”.

Parecchi anni prima, il 16 giugno del 1965, il fondatore dei Blood Sweat & Tears Al Kooper – che Enzo Capua ha intervistato per noi – entrò nello studio Columbia dove Bob Dylan si apprestava a registrare Like A Rolling Stone, che sarebbe diventato il primo singolo della durata di più di sei minuti a entrare nei top ten delle vendite discografiche. Era richiesto un chitarrista, ma quando Kooper (come lui stesso racconta in No Direction Home) vide che fra gli altri candidati c’era il formidabile Mike Bloomfield, pensò che le possibilità di rimediare quel gig erano inesistenti. Però era a corto di soldi, quindi, quando vide in un angolo dello studio un organo Hammond, andò dal produttore Tom Wilson e gli disse: “Io ho una magnifica parte d’organo per questo pezzo”. Wilson, crudelmente divertito, rispose: “Ma tu non sei un organista”. E tuttavia non disse di no, non ebbe il tempo di farlo perché nel frattempo l’avevano chiamato altrove. Così Al si mise a sedere all’organo, a suonare quella “magnifica parte” che ovviamente s’era inventata lì per lì. A un certo punto Dylan intimò: “Alzate il volume dell’organo”. Il produttore in cuffia tentò di spiegargli: “Ma guarda che quello non è un organista”. Risposta definitiva di Dylan: “Non me ne frega niente di chi è: alzate il volume dell’organo!”.

Quale peso ebbero quelle sei note di Hammond nel successo di Like A Rolling Stone è cosa ben nota. Oggi l’industria culturale ha determinato dei meccanismi quasi scientifici per assicurare il successo di un suo prodotto. Dubito che questi meccanismi comprendano la raffinata capacità di gestire il caso che abbiamo invece trovato nei due episodi suesposti. Il mondo contemporaneo, come si sa, non tiene in gran conto la qualità. Per questo forse trascura le immense possibilità offerte dall’improvvisazione: per improvvisare, infatti, bisogna esser bravi, più bravi, e veloci a pensare. Perché effettivamente, in quelle probabilmente banali otto battute di chitarra, Ravenscroft vide subito la possibilità di fare un ispirato solo di alto, e in effetti, per Like A Rolling Stone, una bella parte di organo Kooper l’aveva istantaneamente ideata.

Fra i molti che hanno registrato cover di Baker Street, si annovera anche il grande Maynard Ferguson (incidentalmente, la principale ispirazione dei Blood Sweat & Tears), il che induce qualche riflessione. Curiosamente, l’“ufficialità”, l’accademia, l’istituzione tendono a privilegiare di solito chi sa fare meno. Abbiamo citato Ferguson, ma potremmo prendere il caso di Lew Soloff, o di tanti altri jazzisti che riuscirebbero facilmente a suonare la parte di una prima tromba sinfonica, ma una prima tromba sinfonica difficilmente potrebbe improvvisare come Lew Soloff. E se usciamo dalla musica va anche peggio.

Nella televisione ormai (e nella politica, che ne è un’appendice) la mancanza totale di talento e di qualità sembra quasi conditio sine qua non per farsi coprire d’oro e per essere baciati dal successo. “The world is upside down man”, il mondo è sottosopra, diceva sempre il mio caro amico Dewey Redman. Sono già più di quattro anni che se n’è andato, ed è ancora così vero.

Il successo è quando la realtà supera le attese.

di Filippo Bianchi

Filippo Bianchi

Filippo Bianchi

Direttore per molti anni della rivista "Musica Jazz", è nato a Firenze nel 1950. Si è occupato di musica in generale, e di jazz in particolare, in qualità di giornalista, di conduttore radiofonico, di produttore e direttore artistico. Nel 1987 ha fondato l'associazione Europe Jazz Network, prima rete telematica al mondo in ambito culturale.

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