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Tra Jazz, scrittura e “flessibili” regole

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Il luogo comune vuole che nei testi improvvisati prevalga l’infrazione della norma. Io direi piuttosto il contrario: siccome non siamo tutti scrittori, la maggior parte delle persone usa il linguaggio in maniera improvvisata, quindi mi pare che semmai l’improvvisazione sia la regola. -Paolo Fabbri

Da tempo circolano nel mondo anglofono una serie di sapide «regole di scrittura» («Rules For Writers»), di paternità incerta, ma riprese e assai ben tradotte da Umberto Eco nel suo La bustina di Minerva. Un «regolamento» apprezzabile, come tutti i tentativi di dare ordine al mondo. Insidioso come tutti i tentativi di individuare dei «comandamenti» buoni per tutti in ambiti così opinabili come sono le arti. Ogni cosa ha i difetti delle proprie virtù: ciascuna regola assunta, da un lato, facilita la condivisione – in alcuni casi la comprensione – ma, per contro, inibisce possibilità ulteriori, restringe in qualche modo il campo.

Il jazz, fin dalla genesi, diffida delle restrizioni, e tutta la sua storia va semmai verso l’estensione, l’inclusione, giusto attraverso l’allentamento della norma; le stesse blue notes, che ne costituiscono elemento primario, sono in fondo una violazione della regola aurea: l’intonazione. Tra i vezzi evitabili, le «Rules For Writers» sconsigliano l’allitterazione e la citazione. Ma ciò che risulta evidente ai professori, ai cattivi scolari – quorum ego – è meno comprensibile: perché mai, ad esempio, dovrei diffidare dell’allitterazione? Non la cerco, ma quando mi viene son tutto contento: mi pare buffa, come spesso accade alla casualità della lingua errante.

Il jazz – forse un cattivo scolaro anch’esso – non è di diverso parere: cosa sarebbe Lush Life senza quel capolavoro di allitterazione che è «when one relaxes on the axis of the wheel of life, to get the feel of life»? E quando, perfino dall’improvvisazione collettiva totale della Globe Unity Orchestra, esce come per miracolo la citazione di Straight, No Chaser, non è una festa del jazz? Si celebra il frammento di memoria condivisa in cui tutti si riconoscono. E tornando alla letteratura, applicando rigorosamente quel «regolamento», non avremmo né Laurence Sterne, né James Joyce (che chiude l’immortale Ulisse con un monologo di ben 24.200 parole senza il beneficio di un puntevvirgola), né, in tempi più recenti, Thomas Pynchon, che pure immagino fra i beniamini del dotto professore. (Se poi ci trasferiamo dalla narrativa alla poesia, T.S. Eliot, Guillaume Apollinaire ed Ezra Pound: decisamente bocciati). Ma, pur tenendo conto delle difficoltà che Joyce incontrò al suo tempo per trovare un editore, oggi la restrizione di campo applicata all’estetica è forse più preoccupante, rientrando in un soffocante processo di omologazione che parrebbe generale. L’idea di vincolare la bellezza a codici rigidi, sempre più stretti, ci dà accesso a sempre meno bellezza, riducendola a quel «codice unico della bellezza» (omologata) che ha nella televisione il suo luogo di culto e di irradiazione. E chi non rientra in quel canone diventa quasi automaticamente oggetto di dileggio e disprezzo, si espone all’insulto, addirittura.

Il mio problema è che tutta quella televisiva bellezza «plasticosa» personalmente la trovo bruttissima, uniforme, quantomeno noiosa quando non deprimente. Ciò che mi affascina è capire quanta vita un corpo è in grado di raccontare, non quanti cuscinetti di silicone sono occorsi per sfoggiare una silhouette accettabile. Preferisco di gran lunga la definizione di «diversamente bella/o», che qualcuno ha coniato tempo fa. Concetto che al jazzofilo dovrebbe risultare familiare. Stante che «diversità» e «unicità» sono parenti stretti. Come già dimostrò il reverendo Sterne nel XVIII Secolo, dando alle stampe quel sublime delirio che è il Tristram Shandy, e come decine di jazzisti di ogni epoca e lingua confermarono, ognuno ha il suo stile. È giusto in questa visione del mondo che il jazz è nato e cresciuto, consentendo a Louis Armstrong una pronuncia che nulla aveva a che fare con quella «regolare » della tromba, a Thelonious Monk di suonare col «dito dritto», a Ornette Coleman di avere un’intonazione «impura» (lui la definiva più ragionevolmente «umana»), a Lee Konitz di stare in lieve ritardo sul tempo e a Tony Williams in lieve anticipo. E per quanto ne ho potuto capire, non è che quei grandi geni programmassero molto le loro «trasgressioni»: semplicemente facevano come gli veniva, ognuno a suo modo.

Non c’è eloquio (anche musicale) senza asprezze e digressioni (Sterne ne fa talmente tante che la nascita del protagonista avviene quando un terzo della narrazione è già trascorso). Nel susseguirsi delle epoche e degli stili del jazz, ovviamente, c’è stato sempre qualcuno che lamentava la rottura dei precedenti codici, delle rassicuranti regole acquisite. Ed è lecito sospettare che siano quelli che del jazz hanno poco compreso la natura, l’essenza. Quando Ornette si affacciò per la prima volta sulle scene, la sua rivoluzione venne, come spesso accade, valutata secondo il metro di quella anteriore, il bebop.

«Secondo quei parametri, l’altosassofonista “stonava” – ha scritto Daniel Soutif e alcuni dei suoi colleghi erano offesi in nome dei loro lunghi anni di studio, i quali – sostenevano – non sarebbero serviti a nulla se il nuovo venuto si fosse per caso imposto». Non è certo da questo genere di difese «corporative» che originano evoluzione, progresso, innovazione, nuova creazione. Penso, in tutta modestia, che siano altri gli ambiti in cui una maggiore rigidità di regole sarebbe auspicabile: il vivere sociale, ad esempio, laddove in questo paese siamo invece piuttosto refrattari. Allora sì che ce l’avrei anch’io un bel decalogo (e anche più): non parcheggiare in seconda fila, non cercare sempre di fregare gli altri, non abusare della tua posizione, non evadere il fisco, eccetera…

di Filippo Bianchi

 

Filippo Bianchi

Filippo Bianchi

Direttore per molti anni della rivista "Musica Jazz", è nato a Firenze nel 1950. Si è occupato di musica in generale, e di jazz in particolare, in qualità di giornalista, di conduttore radiofonico, di produttore e direttore artistico. Nel 1987 ha fondato l'associazione Europe Jazz Network, prima rete telematica al mondo in ambito culturale.

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