L’intelligenza del jazz si esprime nel tempo

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Il jazz è ritmo e significato.
Henri Matisse

Per le strade di Napoli, un po’ di anni fa, non era infrequente imbattersi in venditori ambulanti che esponevano una curiosa mercanzia: dei pupazzetti a batteria – talvolta raffiguranti scimmiette, altre volte in sembianze clownesche – che suonavano il tamburo; ovviamente sempre la stessa figura, tra-ta-ta, tra-ta-ta, tra-ta-ta. Il richiamo recitava: «Accattateve ’o cretino elettrico, ’o scherzo p’ i’ ccreature» (compratevi il cretino elettrico, il giochino per i bambini). Pur senza conoscere le sottigliezze ritmiche di un Denzil Best o di un Billy Higgins, quei venditori intuivano che la continua ripetizione di un’unica figura non era segno di grande intelligenza musicale. Finché qualcuno non dimostrerà il contrario, la musica resta arte asemantica: impervio conferirle significati certi e inequivocabili. E tuttavia è certamente il prodotto di un pensiero, che può essere quindi originalissimo o banale, sconcertante o emozionante. Essendo arte che si sviluppa nel tempo, il ritmo è un requisito essenziale di quel pensiero.

Quando avevo diciotto anni ho avuto la fortuna di ascoltare Tony Oxley in un memorabile disco di John McLaughlin (il primo a suo nome) intitolato «Extrapolation». Suonava dei tempi impossibili: Arjen’s Bag (dedicato ad Arjen Gorter) era in 11/8, per dire. Quella sorta di imprinting mi ha probabilmente abituato a concezioni musicali complesse. Credo che questo abbia contribuito a darmi una qualche apertura mentale, a fare i conti con la più generale complessità delle cose. Non solo: quel disco era per certi versi un punto d’arrivo possibile di un processo evolutivo, che partendo dai grandi maestri del jazz tradizionale (Baby Dodds, Zutty Singleton), e dello swing (Jo Jones, Gene Krupa), aveva trovato un fondamentale punto di svolta in Kenny Clarke (che spostò il tempo sul piatto), sul quale si innestarono poi le ulteriori evoluzioni di Max Roach e Art Blakey, e poi di Elvin Jones, di Tony Williams, di Jack DeJohnette.
Intendiamoci, la semplicità è una dote apprezzabile in musica: una bella melodia è sovente ciò che sedimenta nel nostro sentire e nella nostra memoria.

Ma la complessità è una possibilità ulteriore: un ampliamento dello spettro dell’espressione; perché contentarsi di un ambito ristretto?
Più o meno un annetto fa ci fu una polemica garbata ma appassionata di Franco Fabbri con Maurizio Pollini. Il primo si era assai risentito per alcuni giudizi del secondo sulla popular music ritenuti sprezzanti e ingenerosi. Se ricordo bene la trasmissione televisiva che aveva originato la disputa, oso dire che il tutto si basava su un fraintendimento, un equivoco: non la musica di consumo in quanto tale Pollini aveva stigmatizzato, ma la sua attuale uniformità-ripetitività ritmica. Che può essere certo un elemento espressivo, e accade nell’arte che anche la rozzezza abbia il suo fascino, ma se diventa prevalente altro non produce nell’ascoltatore che rincoglionimento.

In ogni campo, jazz compreso, la musica d’oggi sembra essersi per molti aspetti impoverita rispetto alle impetuose evoluzioni di linguaggio degli anni Sessanta e Settanta (e analoghi progressi s’erano verificati nel ventennio precedente). Alcuni, non senza ragione, attribuiscono questa stagnazione alla mancanza di grandi compositori. Personalmente ritengo che la chiave sia proprio il ritmo. E infatti sono musiche carenti di sensualità, che spesso è ciò che distingue la musica non accademica da quella accademica, e che è parente stretta del «movimento», della «danza». Qualità non solo fisica, come ci ha ben spiegato molti anni fa Ornette Coleman nella semplicità di un titolo: Dancing inYour Head. Ma che si tratti di danzare nella mente o nei piedi, di certo la morbidezza elusiva di un samba, o il pur ipnotico ritmare di un jungle style, sono preferibili al battere ostinato del martello sull’incudine. E non è che nel passaggio dal cretino elettrico a quello digitale si sia guadagnato granché.

di Filippo Bianchi

Filippo Bianchi

Filippo Bianchi

Direttore per molti anni della rivista "Musica Jazz", è nato a Firenze nel 1950. Si è occupato di musica in generale, e di jazz in particolare, in qualità di giornalista, di conduttore radiofonico, di produttore e direttore artistico. Nel 1987 ha fondato l'associazione Europe Jazz Network, prima rete telematica al mondo in ambito culturale.

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