Daniele Luchetti: il cinema italiano non è morto, anzi lo porto in tv

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Vengo da una famiglia di artisti non risolti: mio nonno faceva il cartellonista per vivere, mio padre insegnava all’ Accademia di Belle Arti, ma era vicino al movimento concettuale… lui mi avrebbe voluto restauratore, non cineasta, io ero convinto di voler fare cinema, sicuro di potercela fare, e così ho iniziato con la scuola Gaumont.

E’ proprio nella Scuola di Cinema Gaumont che Daniele Luchetti entra in contatto con Nanni Moretti, con lui esordirà come assistente e aiuto regia per Bianca (1984) e La messa è finita (1985). Sarà Moretti con la sua Sacher film nel 1988 a produrre il suo primo film Domani accadrà. La storia dei due butteri in viaggio per la Maremma nella metà dell’800 gli varrà il David di Donatello per il miglior film esordiente e la menzione Camera d’or al Festival di Cannes. Il suo sguardo inquieto, lucido ed impegnato sarà il tratto distintivo dei suoi film (Il portaborse, La Scuola, Mio fratello è figlio unico, La nostra vita, Anni felici). Daniele Luchetti, regista e sceneggiatore pluripremiato, nel 2015 accetta di firmare un film su Jorge Bergoglio. Chiamatemi Francesco, un dagherrotipo del pontefice tratteggiato sullo sfondo della dittatura militare argentina e i poveri del Barrio 31 di Buenos Aires. Film che sarà presto trasmesso anche in televisione in più puntate. Abbiamo parlato con il regista della sua carriera e dei suoi progetti futuri.

Il suo debutto fu spiazzante: un regista ventisettenne che racconta le contraddizioni del suo tempo attraverso un road movie, anzi un western girato nella Maremma di metà Ottocento. Detta così sembrerebbe una stravaganza, eppure Domani accadrà funzionò. Perché?

Probabilmente perché si presentava, dopo tanti anni, come un film non autoreferenziale. Erano tanti anni in cui sembrava esserci una scissione molto netta tra chi faceva cinema di qualità inteso come cinema autobiografico, autoreferente e possibilmente in relazione con i grandi maestri del passato quindi Fellini ed Antonioni, un cinema manierista e poco digeribile e chi faceva un cinema commerciale. Domani accadrà era uno dei primi film dopo anni fatto da un appassionato di cinema, che pero’ cerca di andare verso il pubblico senza rinunciare alla qualità, all’invenzione, all’originalità cercando di divertirlo. Poi ci sono degli elementi particolarmente strani, un film se vogliamo quasi da liceale, pero’ funzionava perché c’era una freschezza, una novità dentro.

Lei ha esordito con uno sponsor come Moretti, che poi avrebbe recitato nel suo Il portaborse. Quanto dista il Moretti reale dal Moretti personaggio e dal Moretti che conoscono quelli che non lo conoscono?

Diciamo che è un discorso complesso che si riferisce soprattutto a quegli anni. Un po’ quello che vale per tutti quelli che si autorappresentano. Quanto Verdone assomiglia ai suoi personaggi? Poco e niente. Quanto Sordi assomiglia ai suoi personaggi? Poco e niente. Certo per funzionare così bene come attore devi avere degli elementi personali, ma poi c’è una zona in cui non è lecito entrare secondo me, perché è un mestiere che non voglio svelare e che neanche conosco.

Quindi non la chiama più per litigare?

No, no.

Lei ebbe modo di arrivare al lungometraggio accanto a un altro artista come Carlo Mazzacurati. Che cosa le lascia il ricordo di un collega e amico come lui?

Carlo è stato veramente un lungo momento di vita legato ai nostri sogni. Io ho lavorato su Notte italiana e Carlo ha scritto il soggetto di Domani accadrà, quindi eravamo davvero molto vicini anche se a farci incontrare è stato Nanni che mi fece leggere questo soggetto e poi mi propose di andare a lavorare su Notte italiana. Siamo stati due amici presentati da un terzo. Carlo era una persona speciale che stimolava negli altri delle passioni inattese che fossero libri, artisti, musicisti era sempre in grado di stimolare la tua disponibilità al bello. Aveva una capacità, poco romana, di vivere la collettività, di condividere con tutti i suoi amici avendo anche la possibilità di farlo.

Lei non è certo quel tipo di regista che “gira sempre lo stesso film”, anzi sembra divertirsi a cambiare registro e stile di opera in opera. E’ un bisogno di ricerca, un’inquietudine poetica, una necessità?

Non saprei, sinceramente non lo so teorizzare pero’ è vero che ogni volta mi piace cambiare, non perché l’abbia stabilito a tavolino, ma perché fa parte del mio carattere. Il disegno della mia carriera al momento mi è ancora sconosciuto mi occupo solo del fatto successivo e mai del precedente.

Si parla di industria culturale cinematografica sempre in crisi. Lei è d’accordo? Si puo’ ancora parlare di Scuola italiana di cinema?

L’Industria italiana è sempre stata in crisi, dagli anni ’50 si parla di cinema italiano in crisi invece siamo tuttora una delle cinematografie più forti, più rappresentate e più vitali del mondo. Lo testimoniano i premi, gli incassi interni nel territorio nazionale, ma anche molti dei nostri film che girano nel mondo. Certo la grande stagione del cinema italiano è finita, ma è finita la grande stagione del cinema in generale, dei grandi autori e delle grandi star. Questo vale per tutto il cinema, per quello francese, quello spagnolo, americano. Il cinema così come era inteso una volta non esiste più, non solo per l’Italia, per nessuno. Io conservo una rivista di cinema degli anni ’50 in cui si dice: “Parliamo della grande crisi del cinema italiano” ed era l’anno dell’esordio di Fellini. E’ un po’ un mantra che si ripete, ma è sempre vero e sempre falso allo stesso tempo. Se uno facesse le proporzioni tra quanto cinema e con quali costi viene prodotto in Francia e quanto cinema e con quali costi li produciamo noi, la nostra cinematografia è sulla carta e sui numeri più vitale di altre.

Cosa ne pensa del successo dell’esordiente Gabriele Mainetti ai David di Donatello con Lo chiamavano Jeeg Robot?

Il film di Mainetti mi piace molto, mi piace il tentativo che ronzava nell’aria, ma lui è stato forse il primo ad afferrarlo, di fare un cinema per un pubblico più giovane e di farlo con gli elementi che sono nostri e di farlo attraverso le mitologie del cinema di genere e non appiattendosi sullo stile all’americana, ma cercando uno stile nostro che parte dalla realtà.

Quale il film di cui è più soddisfatto?

Non lo so sinceramente, perché poi ogni film ha i suoi pro e i suoi contro. Penso che mi sia venuto abbastanza bene Chiamatemi Francesco, che è un film che passa per essere un B-movie invece mi sembra un ottimo film da cui ho imparato molto, che mi ha dato molto. Pero’ forse se devo fare un bilancio complessivo tra pro e contro al primo posto metterei Mio fratello è figlio unico.

Nei suoi film c’è molta letteratura, quasi una costante interazione. Quali sono i suoi autori di riferimento?

Io sono un lettore molto disordinato, va a periodi. Magari divento vorace per qualcosa per un po’ di tempo poi lascio perdere. In questi ultimi anni ho esplorato abbastanza Philip Roth che mi sembrava essere una sorta di faro esistenziale, prima ancora che letterario poi l’ho lasciato, ha anche smesso di scrivere. Ho dei colleghi che sono molto più ordinati di me. Ho ripreso a leggere i classici, a dir la verità, sul comodino ho Melville in questo momento.

C’è un film che avrebbe voluto girare e non ha ancora girato?

Forse l’ho fatto tutto sommato con Domani accadrà, ma avrei voluto fare il Barone rampante. A proposito di gusti letterari, il Barone rampante aveva uno spirito che un pochino è finito in Domani accadrà. Forse perché lo leggevo da ragazzo ed è rimasto come una sorta di fantasia gioiosa su un libro che hai letto e che vorresti illustrare. Oggi non la penso più così, non penso più che i libri debbano essere illustrati, sarebbe un’operazione sbagliata, pero’ quando mi fanno questa domanda rispondo il Barone rampante perché è un sogno che avevo da bambino.

Perché ha deciso di raccontare “The dark side of Bergoglio”, ovvero il passato argentino di un uomo che sta cambiando la Chiesa?

E’ stato il classico film su commissione. “Se sei senza lavoro, c’è qui un film pronto da fare in un paio di mesi, cotto e mangiato”, in realtà ci ho lavorato due anni, questo “cotto e mangiato” non esiste mai. Mi sono appassionato strada facendo ed è stato fatto come li ho sempre fatti se qualcosa mi incuriosiva. Mi piace sempre utilizzare il cinema come strumento di esplorazione.

Progetti in cantiere per il prossimo futuro?

Farò una commedia per il prossimo anno, voglio fare una commedia pura senza necessariamente risvolti politici e sociali, almeno ci proverò. Poi devo dire che probabilmente è arrivato il momento di affrontare la televisione seriamente. Sono maturi i tempi perché anche noi in Italia cerchiamo di fare una televisione di alto livello, spettacolare, come fanno gli americani. Perché oggi la maggior parte delle intelligenze si sta trasferendo lì, anche gran parte del pubblico. L’idea che noi non abbiamo un racconto dell’Italia corrispondente a quello che l’America sta facendo da qualche anno è un peccato: da Mad Men, Breaking Bad a True Detective sono dei grandi racconti americani e noi non abbiamo un equivalente italiano ed è un gran peccato.

di Anna Esposito

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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