Il jazz e il cinema oltre i luoghi comuni

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 Ora, nell’inverno del nostro contento, siano tutti diventati,

come Langlois amava dire, delle cineteche della mente. -Guillermo Cabrera Infante

 

Esterno notte, paesaggio metropolitano. Una malinconica tromba suona in lontananza. Sarà Chet, o forse Miles. Esterno giorno, scena concitata di inseguimento automobilistico. Riff incalzanti di Quincy Jones. Interno sera, lui aspetta lei preparando cocktails, e nell’eccitazione del primo incontro si rovescia addosso il Martini. Tema accattivante di Henry Mancini. Poi c’è il corposo capitolo «biografie di jazzisti». Sì, certo, tutto questo è jazz e cinema. Almeno nel dizionario dei luoghi comuni. Ma ci basta? Non parrebbe. E allora, oltre i luoghi comuni, cos’altro lega fra loro queste due arti coeve?

 

Forse, guardando indietro alla cultura del XX Secolo, al di là della moltiplicazione di movimenti, generi e sigle, possiamo individuare due grandi filoni di pensiero. Uno, sintetizzabile nel famoso titolo di Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, tutto fondato appunto sulla riproducibilità, su una serialità completamente programmata; e un altro, al contrario, disponibile ad accogliere l’imprevisto, a incorporare l’elemento estemporaneo e casuale, a considerare l’improvvisazione come la più efficace metafora della vita, che è notoriamente non scritta ma – ahinoi – del tutto improvvisata.

 

In questo secondo filone, è chiaro che il jazz occupa una posizione di assoluta preminenza, avendo portato l’arte dell’improvvisazione a un sofisticato livello di complessità strutturale, e di conseguenza a una ricchezza di mezzi espressivi impensabile in precedenza. E per contro siamo abituati a considerare il cinema come produzione preparata scientificamente in ogni aspetto. Se tutto ciò è vero, sembrerebbe che fra cinema e jazz ci sia quasi un’incompatibilità strutturale. Ma se andiamo più a fondo nell’analisi, vediamo che non è così, e che sovente le affinità sono numerose e profonde.

 

Il regista olandese Johan van der Keuken (1938-2001), appartiene a pieno titolo alla storia del jazz non solo per via del binomio inscindibile con Willem Breuker, autore di molte sue colonne sonore. Basta vedere quel commovente documentario che è Big Ben: Ben Webster in Europe, per capire che i suoi film sono costruiti come degli assoli, la libertà di creare ne costituisce il presupposto e l’obiettivo. E il modo repentino in cui alterna scenari e situazioni drammaticamente contrastanti (la raccolta dei vermi nel Nord dell’Olanda e la borsa di Tokyo, poniamo) hanno la rapidità di pensiero tipica del jazz. Analoghe considerazioni si possono fare sull’opera di John Cassavetes, che trasuda jazz da ogni immagine, al di là dell’indimenticabile colonna sonora scritta da Charles Mingus per Shadows e dei telefilm di Johnny Staccato.

 

Ma la zona di comunicazione che, nel rispetto dell’imprevisto, imparenta jazz e cinema è anche più vasta di così, e sfiora persino autori insospettabili. Prendiamo per esempio uno dei più rigorosi fra i registi, Ingmar Bergman, in uno dei suoi lavori più celebrati: Il settimo sigillo. Prendiamo quel «frammento da antologia» che è la processione della morte sul crinale della collina. Chi ne ricorda il severo bianco e nero, i profili nitidi ma irreali non può che pensare a una scena concepita e realizzata nella cura del minimo dettaglio. Ma non andò proprio così. La troupe aveva finito di girare e stava smontando il set, quando a un certo punto Bergman vide una luce particolare. E disse: «Fermi tutti, si gira».

 

Così nasce il frammento da antologia, dal fatto che il signor Bergman si è voltato da una parte, piuttosto che da un’altra, e ha visto una luce, che era lì solo in quel momento, per il capriccio del sole, delle nuvole e del vento, e ha saputo coglierne la bellezza, e trasformarla istantaneamente in un’opera d’arte.
  Come si fa nel jazz.

 

  di Filippo Bianchi

 

Filippo Bianchi

Filippo Bianchi

Direttore per molti anni della rivista "Musica Jazz", è nato a Firenze nel 1950. Si è occupato di musica in generale, e di jazz in particolare, in qualità di giornalista, di conduttore radiofonico, di produttore e direttore artistico. Nel 1987 ha fondato l'associazione Europe Jazz Network, prima rete telematica al mondo in ambito culturale.

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