Quando l’ “altro” è pieno di sorprese

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The most important thing I look for in a musician is

whether he knows how to listen. [1] -Duke Ellington

 

La data esatta del primo solo di sassofono non accompagnato della storia del jazz è avvolta da un alone di mistero: alcuni fanno risalire l’evento al gennaio del 1945, ma i più sostengono che corresse l’anno 1948 quando il grande Coleman Hawkins registrò Picasso.

Prima di lui, certo, molti illustri pianisti s’erano cimentati in avventure solitarie, allungando dentro la storia del jazz questa pratica tipica dell’antenato ragtime. E successivamente scrissero pagine memorabili pianisti di molto diverso orientamento, da Oscar Peterson a Thelonious Monk a Cecil Taylor a Keith Jarrett.

Il piano solo è peraltro tornato di gran moda nella musica d’oggi, al punto da diventare un best seller, con protagonisti di varie stature espressive, dall’atrocemente banale e inutile fino al ragionevolmente interessante. Il pubblico di questo «sottogenere» spazia ben oltre quello del jazz: sovente comprende settori di gusti diciamo più «sempliciotti» soddisfacendone le sporadiche aspirazioni a un nutrimento musicale più «elevato», se vogliamo più «difficile», stante che questi pianisti si concedono qualche dissonanza, qualche cluster, qualche virtuosismo (se gli riesce).

Queste forme soliste sono ovviamente più accessibili anche alle platee meno sofisticate perché in esse manca l’elemento costitutivo del jazz che più spaventa – proprio perché è più efficace metafora della vita – e cioè l’improvvisazione, ovvero l’imprevedibilità.

Il pensiero di ognuno è ovviamente imperscrutabile, ma tutto sommato ciò che il musicista crea in solitudine è nel suo pieno controllo. È invece la presenza dell’«altro» – me lo spiegò molti anni fa Derek Bailey, che d’improvvisazione ne sapeva assai – che impasta la musica di ignoto, ne determina l’aleatorietà, costringe la capacità di creazione del musicista a misurarsi con la sua capacità di reazione. Non a caso, ben prima di Bailey, l’immenso Duke Ellington individuava nella facoltà dell’ascolto il requisito numero uno del musicista di jazz. Ascolto dell’altro, ovviamente, ché ascoltare se stessi è in qualche modo inevitabile. Ascolto che nel musicista di jazz si affina e diventa particolarmente sofisticato, fino a diventare capacità di previsione, che è dote indispensabile in ogni forma di attività collettiva. Quando nel 1974 l’allenatore della nazionale di calcio italiana Fulvio Bernardini (detto «il dottore» per la sua raffinata intelligenza) dovette affrontare la grande Olanda di Johan Cruijff con una squadra di ragazzini spiegò: «La differenza fra noi e loro è che i nostri pensano dove mandare la palla dopo averla ricevuta, loro lo sanno già prima».

Questa sorta di intuito è fondamentale nel grande jazzista, e tuttavia a volte l’improvvisazione prevale perfino sulle migliori capacità di previsione, e ci si può ritrovare di fronte a sgradite sorprese.

Un esempio. La percussione, nella musica «colta» e nel jazz, ha funzioni diametralmente opposte: nella prima serve a enfatizzare momenti specifici, nella seconda a creare tessuto. Tony Oxley, cresciuto frequentando ambedue le scuole, non ha mai inteso abdicare ad alcuna delle due funzioni. Così, quando alla metà degli anni Sessanta Stan Getz se lo portò in tournée per l’Europa, capitava che nei momenti più inaspettati Oxley semplicemente smettesse di suonare, incrociando le bacchette e guardando gli altri con un’aria che non si sarebbe saputo se definire innocente o insolente.

Pur nella sua grandezza Getz non era riuscito a immaginare che il batterista l’avrebbe lasciato orfano dell’impagabile swing dei suoi piatti: si girava a guardarlo inquieto, esterrefatto, domandandosi «ma perché fa così?»; e s’infuriava per quell’imprevisto, come capita nel jazz, e spesso nella vita.

[1] La qualità più importante che cerco in un musicista è la capacità di ascoltare.

di Filippo Bianchi

Filippo Bianchi

Filippo Bianchi

Direttore per molti anni della rivista "Musica Jazz", è nato a Firenze nel 1950. Si è occupato di musica in generale, e di jazz in particolare, in qualità di giornalista, di conduttore radiofonico, di produttore e direttore artistico. Nel 1987 ha fondato l'associazione Europe Jazz Network, prima rete telematica al mondo in ambito culturale.

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