Pop economy, la nuova economia partecipativa

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Di Paolo Cappelli


Comunismo e capitalismo sono sì due ideologie in perenne contrasto, ma anche due modi di interpretare l’economia. Uno dei principi alla base del capitalismo sta nell’esclusione della forza lavoro dalla proprietà: l’operaio non può conseguire il possesso dei mezzi di produzione, che sono saldamente nelle mani dell’imprenditore. Marx ha speso tutta la vita a tentare di abbattere questa barriera, cercando anche di spiegare agli altri perché fosse necessario. Gli altri grandi teorici del comunismo, Engels, Lukács, Lenin, Trotsky, i nostrani Gramsci e Bordiga e il celebrato Mao Zedong hanno portato avanti simili sforzi, non riuscendo, tuttavia, a far sì che la propria ideologia permeasse le coscienze a tal punto da affermarsi in maniera definitiva, come poi è riuscito a fare il capitalismo.

Oggi che anche questo sembra essere entrato in crisi, si va affermando una nuova economia che si aggiunge, persino si sovrappone, alle altre forme ipotizzate da studiosi anglossassoni, come la new economy, la free economy, la liberal economy e chi più ne ha più ne metta: si tratta della pop economy, ovvero l’economia della condivisione, spesso a costo zero. Quello che molti intellettuali di sinistra non sono riusciti a fare in decenni di teorizzazione, sta riuscendo ad alcuni teorici dell’economia partecipativa, che si avvalgono dello strumento più partecipativo che esiste: la grande rete.

Questo nuovo modo di concepire la realtà economica è, a suo modo, visionario e rivoluzionario, pur tenendo sempre un piede nella scarpa della tradizione. I pilastri su cui si fonda sono pochi e chiari. In primo luogo, il concetto di proprietà e di possesso individuale viene attaccato alla base: ciò che si possiede ha un’anima collettiva e può diventare un bene a vantaggio di tutti; l’utilizzo condiviso consegue il massimo rapporto tra costo ed efficacia. Secondariamente, marketing ed esigenze reali non sono incompatibili: l’altruismo della condivisione di un bene comunque acquistato fa bene agli altri (materialmente) e a sé stessi (moralmente e psicologicamente) e non solo.

Dagli anni cinquanta, che hanno rappresentato una sorta di big bang economico, ad oggi, era della recessione e del risparmio forzato, sono cambiati essenzialmente due fattori: i protagonisti dell’economia a livello microeconomico e il loro atteggiamento. I baby boomer, oggi sessantenni, hanno vissuto all’insegna dell’accumulazione e della rincorsa del nuovo, in una spirale di abbondanza di materie prime, semilavorati e prodotti di consumo che sembrava infinita.

Oggi, le generazioni giovani, ostacolate nel conseguimento dei propri obiettivi e nella realizzazione dei propri sogni dalla scarsezza di quanto lasciato in eredità dalla precedente generazione consumatrice, non accettano di tenere per sé solo le briciole e reclamano il proprio spazio come soggetto economico al grido di “un’altra economia è possibile”. Il fatto è che ciò che invocano è sorprendentemente a portata di mano. Scambio e prestito (gratuito, sotto forma di baratto, o in cambio di un controvalore in denaro o in beni e servizi di vario tipo) sembrano essere le due parole d’ordine e il leit motiv di un ritrovato spirito solidale. E il Web 2.0, quello del contributo di tutti alla sostanza, è il canale privilegiato per veicolarle.

Perché comprare un tosaerba che utilizzo tre volte l’anno, se posso affittarlo solo quando mi serve dal vicino e “pagarlo” annaffiandogli le piante mentre è in ferie? E perché comprare uno scooter pagando bollo, assicurazione e manutenzioni, quando il Comune (ancora pochi, in realtà) mi può affittare una bicicletta che poi consegno nei punti di scambio sparsi qua e là nella città? Perché comprare beni di prima necessità (cibo, vestiti) su scala individuale, quando posso raccordare più esigenze, magari di amici e/o parenti, e costituire un gruppo di consumo presentandomi con ordini consistenti direttamente da un grossista o da un produttore, ottenendo così sconti anche forti? Perché non scambiare cose di cui non ho più bisogno con altre che mi servono? Perché addirittura non regalarle pur di liberarmene?

Insomma, è la forza del gruppo che prevale su quella dell’individuo. Ma è anche una forza che viene dal basso, che colma l’esigenza di reagire a una crisi economica che colpisce tutta la filiera della produzione. Sicuramente diversa da quella ipotizzata da Adam Smith, questa “mano invisibile” agisce realmente da forza regolatrice dell’economia. I soggetti protagonisti della microeconomia di oggi, infatti, non hanno le caratteristiche dell’homo oeconomicus classico, perché di classico l’economia di oggi non ha nulla. Si tratta di coloro i quali sono nati in un periodo in cui le fluttuazioni sono imprevedibili, al punto che le teorie classiche non avrebbero mai potuto ipotizzarle. Per questo gli attori di oggi non sono definibili attraverso l’egoismo, il bisogno di possesso e l’individualismo, che invece sono tratti distintivi dei loro genitori. Ecco che il soddisfacimento di un bisogno va oltre il semplice possesso del bene e si ferma, per il momento, al suo utilizzo. Ciò non significa intaccare il rapporto tra produzione (quindi offerta) e consumo (quindi domanda): semplicemente, una maggior domanda può essere soddisfatta con un’offerta minore, a condizione di interpretare diversamente, appunto, il concetto di possesso e quello di utilizzo.

Attenzione, però, a non cadere nel tranello di etichettare negativamente un nuovo modo di vivere: uno degli scopi primari di un’economia partecipativa è comunque il lucro. Facebook, Emule e altre realtà di condivisione e abbattimento dei costi come Netflix (una società statunitense che affitta materiale multimediale come CD e DVD, recapitandoli e ricevendoli indietro per posta, cioè una specie di blockbuster a domicilio e che ultimamente permette la visualizzazione direttamente via internet), offrono sì contenuti apparentemente gratuiti o a prezzi popolari, ma in definitiva fatturano (anche bene) e guadagnano (tanto) sulla pubblicità.

La sola Netflix, ad esempio, ha fatturato 116 milioni di dollari nel corso del 2009. Analogamente, la condivisione di un’automobile permette sì di incontrare nuova gente e venire incontro ai loro bisogni, ma con il fine ultimo di abbattere i costi per l’assicurazione e la manutenzione del proprio veicolo; concedere gratuitamente parte del proprio giardino al vicino col pollice verde che non ne dispone, in definitiva abbellisce la propria casa e fa risparmiare sul giardiniere.

Insomma, un’allocazione più efficiente delle risorse sembra essere un giusto compromesso per tutti. I saggi dell’età classica dicevano “in medio stat virtus”. Vuoi vedere che, a conti fatti, avevano ragione loro?

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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