Pollini e il clavicembalo ben temperato

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Di Mariano Colla

Maurizio Pollini

Un candido fascio di luce illumina il pianoforte a coda posto sul palcoscenico della Sala S. Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica di Roma.  Il prezioso strumento si appresta a essere domato, nella sua apparente freddezza,  dalle mani del pianista milanese Maurizio Pollini per dare vita a una delle più grandi opere di Johann Sebastian Bach, il “Clavicembalo ben temperato”, I° libro di  “Preludi e Fughe”, ultimato nel 1722. Non è un evento in sé  che Pollini suoni Bach, ma è sempre suggestivo ammirare come un solo strumento possa dare vita a tante voci diverse contemporaneamente, come previsto da questa opera bachiana, in cui il compositore tedesco richiede al clavicembalista o al pianista un impegno solitario di circa due ore.

La potenzialità che Bach aveva messo in mostra con la scala ben temperata, novità assoluta per i suoi tempi, viene dunque assegnata alla responsabilità tecnica di un unico esecutore e di un singolo strumento musicale, in contrasto con le  grandi polifonie concertistiche e orchestrali del  musicista tedesco. La scala ben temperata fa tuttora parte della cultura musicale del  mondo occidentale, patrimonio del nostro sapere e sentire, con poche applicazioni e impieghi al di fuori dei nostri confini.  Sono suggestioni di note e intervalli scritti sulla carta  e che poi ritroviamo sulla tastiere di un clavicembalo o di un pianoforte. Il possente spirito di Bach aleggia nell’auditorium quando Pollini, minuto e quasi fragile, si avvicina allo strumento.  Il cono di luce  traccia un confine con il resto della sala ed esalta la figura vagamente ieratica del pianista. Per circa due ore interpreterà il grande maestro dando vita e corpo alla imponente opera. Il silenzio è assoluto quando le prime note  del “Preludio e Fuga in do maggiore” si diffondono nella vasta sala dell’Auditorium.

Bach con il clavicembalo ben temperato scrisse un preludio e una fuga per ciascuna delle 12 tonalità, in modo maggiore e minore. Il clavicembalo ben temperato contiene quindi 24 preludi e fughe. Fu una rivoluzione, anticamera della musica seriale, che ha dato pari dignità non solo alle 7 note ma anche ai 5 semitoni. Infatti con il  clavicembalo ben temperato Bach si proponeva di mostrare i vantaggi del “temperamento equabile”, ossia del metodo che sostituisce al sistema musicale pitagorico per quinte naturali, un sistema in cui l’ottava risulta divisa in 12 dodici semitoni uguali.

La novità fu sconvolgente per il tempo, tant’è che  il nuovo sistema non fu subito adottato in Europa, bensì  si è dovuto aspettare la metà dell’800 per risentirlo in uso. Un preludio e una fuga, quindi, per ciascuno dei due modi, maggiore e minore, in un ordine che trova il gusto dell’invenzione. Si aprono spazi immensi e vuoti che la tecnica e il sentimento del pianista riempiono coniugando l’arte, che prevede la soggettività, l’estro, l’invenzione del singolo e la fuga,  che è un meccanismo perfettamente organizzato con delle ben precise regole da rispettare, come un problema da risolvere.

Se salti un passaggio non ne vieni più a capo. La concentrazione di Pollini ha un che di mistico. La fuga è scienza  e poesia insieme, e solo un grande artista è in grado di sviluppare alla tastiera un discorso armonico, senza strappi, senza pause  pur con l’adrenalina che si  genera in una sala di concerto. Ogni rumore molesto può interrompere la concentrazione. Il grande pianista canadese Glenn Gould abbandonò nelle matura età le sale da concerto per suonare,  da solo, all’interno degli studi di registrazione, totalmente insonorizzati, dove la musica si poteva esprimere nella massima purezza, senza disturbo alcuno. Il rapporto tra il pianoforte e Pollini è quasi carnale. Le sue mani accarezzano la tastiera con una mobilità impressionante, dipanando e valorizzando la complessa architettura della fuga.

Con una breve pausa tra un brano e l’altro, Pollini ritorna sulla terra con semplici gesti quali  l’atto di asciugarsi, con un fazzoletto, il sudore che sgorga dalla fronte. E’ un dialogo con Bach. Tra i due grandi artisti sembra instaurarsi  una comunicazione intima, estranea ai più se non in una lettura soggettiva.  La musica scorre nella sua complessità, alternando  consonanze e dissonanze, dove queste ultime introducono toni aspri e stridenti per un orecchio maggiormente abituato e confortato dallo stile melodico, ma che tuttavia generano una tensione rispetto al senso di stabilità e soddisfazione prodotto dalla consonanza. Si susseguono con pari intensità armonica ed emotiva i Preludi e le Fughe in dodiesis minore, in re maggiore, in fa diesis minore, in la bemolle maggiore, per citare alcuni dei brani. Vi è qualche cosa di numerico nella composizione, la purezza e l’assolutezza dei numeri, divini e infiniti, come sosteneva lo stesso Cartesio padre della modernità e della geometria analitica.

Il concerto volge al termine. Pollini svolge gli ultimi tratti del lungo percorso musicale con  tutti i segni dello sforzo fisico e mentale, ma le sue mani sembrano avulse dal corpo. Con armonia e dolcezza, senza la minima flessione, suona le ultime note del “XXIV preludio e fuga in si minore”. Quando le dita si arrestano e, lentamente, si sollevano dalla tastiera, trascorre un attimo di incantato, assoluto silenzio, prima che un applauso caloroso, sentito, voluto, inondi la grande sala del concerto. Un pubblico commosso tributa al grande pianista la giusta  ovazione  e Bach, forse , in qualche parte del mondo o dei cieli, ammiccando, approva.

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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