Leone d’Oro Skolimowski sui migranti: “meritano empatia”

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Leone d’Oro alla carriera per il regista polacco Jerzy Skolimowski. Si è aperta così la 73esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, introducendo da quest’anno il doppio riconoscimento per un regista e un attore divenuti di culto (l’altro premiato è Jean-Paul Belmondo). Skolimowski ha così ricevuto l’ambito premio da Jeremy Irons. Come ha precisato il direttore della kermesse Alberto Barbera, Skolimowski è “tra i cineasti più rappresentativi di quel cinema moderno nato in seno alle nouvelles vague degli anni Sessanta e, insieme con Roman Polanski, il regista che ha maggiormente contribuito al rinnovamento del cinema polacco del periodo”. E Barbera non manca di ricordare qualche aneddoto personale: Skolimowski gli ha “insegnato a bere bene la tequila”, durante la giuria di un festival con “un’esperienza alcoolica intensa”, e gli ha fatto conoscere un altro regista di livello come Michael Cimino.

La produzione di Skolimowski inizia nel 1964 con Rysopis e annovera 17 titoli, ben rappresentativi della scuola polacca ma dal respiro internazionale. Spiccano Il vergine (1967), che ha conquistato l’Orso d’Oro a Berlino, L’Australiano (1978) che ha fruttato il Gran Premio speciale della giuria di Cannes. Anticonformista e audace, molto legato alla sua terra di cui ha vissuto i dolori causati dalla brutalità della guerra nazista e dall’ottuso regime comunista, ha affrontato l’esilio. Skolimowski è figlio di un partigiano giustiziato dai nazisti e sua madre aveva nascosto una famiglia di ebrei; lui stesso è stato salvato da bambino tra le macerie dopo un bombardamento su Varsavia, distrutta durante la rivolta del ghetto. Da giovane ribelle si è dato alla scrittura e alla poesia, approdando poi al cinema. Ha collaborato alla sceneggiatura del film d’esordio di Roman Polanski, Il coltello nell’acqua (1962). Negli anni Sessanta e Settanta subisce la censura del regime sovietico, cercando di aggirarla in maniera originale per esprimere la sua arte e sviluppando una inventiva che dà ritmo e freschezza alle sue pellicole. Resiste fino a quando deve lasciare il paese dopo aver rappresentato Stalin con 4 occhi nel film Mani in alto (1981).
Da cosmopolita gira vari paesi e collabora con diversi nomi di spicco, prestandosi anche come attore. Nei suoi film ha avuto un’attenzione particolare per gli outsider, le persone ai margini, i perdenti, mettendosi nei loro panni perché “anche io sono stato migrante”, confessa, “so come ci si sente quando si è costretti a lasciare il proprio paese”. Uno dei temi contemporanei è proprio quello dei migranti e avendo vissuto tali esperienze sulla propria pelle, ricorda: “queste persone meritano di essere guardate con empatia”.

di Valentino Salvatore

Valentino Salvatore

Valentino Salvatore

Romano di primissima generazione. Pigro e irriverente. Appassionato di storia, letteratura fantastica, cinema e musica rock.

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