Julian Assange è di nuovo libero

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Julian Assange

Di Paolo Cappelli


Per l’odissea giudiziaria di Julian Assange, ieri è stato un giorno campale. Secondo fonti ufficiali della magistratura del Regno Unito, l’appello presentato dalle autorità svedesi presso l’Alta Corte di Giustizia avverso alla possibilità di scarcerazione su cauzione del fondatore di Wikileaks non è riuscito ad ostacolarne la liberazione. I rappresentanti dell’avvocatura dello stato svedese si sono opposti alla decisione del giudice britannico, che invece ha ritenuto non esistessero gli estremi legali per trattenere ulteriormente  Assange, che appena messo piede fuori la cella dell’High Court, ieri verso le 17.45 ha dichiarato:” E’ bello respirare nuovamente l’aria fresca di Londra. La giustizia britannica non è ancora morta”. Ad attenderlo fuori dalla prigione ammiratori e sostenitori che hanno esultato ed applaudito al suo rilascio.

Il trentanovenne fondatore australiano del sito di rivelazioni ha trascorso gli ultimi giorni di detenzione nella casa circondariale di Wandsworth, a sud di Londra, in attesa di conoscere il suo immediato destino ed ha sempre  negato ogni addebito in merito alle accuse che gli vengono rivolte. I suoi avvocati, inoltre, hanno confermato di aver presentato un ricorso contro la richiesta di estradizione; uno di questi, Geoffrey Robertson, ha convinto il giudice a concedere il rilascio su cauzione, fissata a 200mila sterline (circa 236mila euro) anche se con delle limitazioni, segnatamente coprifuoco a orari specifici, consegna del passaporto,  obbligo di firma presso i locali uffici di polizia e braccialetto elettronico. L’intento era di prevedere gli arresti domiciliari a Ellingham Hall, una magione con 10 stanze e un terreno circostante di 240 ettari di proprietà dell’amico Vaughan Smith.

Rispetto all’opzione di dover passare 23 ore e mezza al giorno in isolamento nella propria cella di Wandsworth, il “soggiorno” nella regione del Suffolk appare sicuramente allettante a chi è abituato a vivere una vita da nomade. Oltre agli ampi spazi, la soluzione avrebbe anche offerto l’inestimabile possibilità di accedere a internet, cosa che è assolutamente proibita in cella, così come tutti gli altri contatti con il mondo esterno. Fuori dall’aula, l’avvocato Mark Stephens, altro difensore di Assange, aveva annunciato alla stampa assiepata nelle buie e gelide strade londinesi, che il procuratore svedese avrebbe rinunciato a presentare appello contro la scarcerazione su cauzione, salvo poi smentire la notizia 30 minuti dopo, e confermare, invece, che la Svezia si era effettivamente opposta: “Ora è tutto più difficile” – aveva aggiunto – “ma la cosa non sorprende, vista la persecuzione portata avanti dalla Svezia contro il mio cliente”.

Robertson, avvocato specializzato in diritti umani, ha affermato che le accuse contro Assange non dovrebbero essere prese sul serio e che “non si tratta di un reato grave, forse non è neanche rilevabile il reato di stupro”.  Ha sottolineato, inoltre, che il caso è stato inizialmente ricusato dal Procuratore capo di Stoccolma e che Assange era stato “interrogato in maniera approfondita dalla polizia svedese il 30 agosto, respingendo in maniera assoluta le accuse”. L’avvocato inglese Gemma Lindfield, legale rappresentante delle autorità svedesi, ha sottolineato che l’imputato rimane “a rischio di fuga”, ma non è riuscita a convincere il magistrato a rifiutare una seconda volta il rilascio su cauzione.

Christine Assange, madre di Julian, giunta per l’occasione dall’Australia, ha assistito nervosamente all’udienza dal settore riservato al pubblico, ma ha poi rivolto un ampio sorriso al figlio all’annuncio della decisione. “Desidero ringraziare tutti coloro i quali hanno dimostrato il proprio sostegno e interesse”, ha detto ai giornalisti, dopo aver confermato di aver potuto incontrare il figlio, “gli ho parlato di come molte persone, nel mondo, stavano manifestando per la sua libertà e perché venisse fatta giustizia. La cosa l’ha molto rincuorato. Come madre, chiedo al mondo di appoggiare il coraggio di mio figlio”.

Ma i problemi non sembrano essere finiti. I procuratori federali americani vogliono incriminare Julian Assange per il reato di cospirazione e sono affannosamente alla ricerca di prove per dimostrare che abbia incoraggiato ed aiutato Bradley Manning a violare gli archivi segreti del governo. Pare si stia passando al setaccio un gran volume di documenti con l’obiettivo di dimostrare che Assange è stato il promotore, l’istigatore, la mente e non il semplice fruitore di quanto emerso a seguito della violazione del superprotetto sistema governativo, per la quale il soldato a stelle e strisce, nonché analista dell’intelligence militare in Iraq è in prigione dallo scorso giugno, con la spada di Damocle di una pesantissima condanna potenziale.

In particolare, gli inquirenti stanno concentrando la propria attenzione su alcune trascrizioni delle chat che Manning avrebbe avuto con Adrian Lamo, un ex hacker che alla fine, preoccupato dalle dichiarazioni del soldato, ha avvisato l’FBI. In quelle conversazioni online, Manning affermava di essere in contatto diretto con Assange, attraverso un collegamento web criptato, mentre stava scaricando i file governativi. Inoltre Manning ha sostenuto che Assange gli avrebbe fornito accesso ad un server dedicato per poter scaricare sul sito di Wikileaks parte del materiale sottratto.

Il giudice dell’Alta Corte Duncan Ousley dovrà oggi stabilire se confermare o rovesciare la decisione di primo grado. “Noi speriamo, ma naturalmente tutto dipende solamente dal giudice”. Cosi’ l’avvocato di Julian Assange, Mark Stephens, ha commentato l’arrivo dell’imputato. In merito alla cauzione, fissata a 240mila sterline, circa 282mila euro, Stephens è apparso sicuro sul fatto che la somma sarebbe stata disponibile nel momento necessario. “Sembra che i fondi siano stati effettivamente accreditati”, aveva detto riferendosi alle diverse donazioni, “alcune molto generose”, che sono arrivate con l’intento di supportare la causa di Assange, il quale sostiene che le accuse contro di lui sono strumentali e tese solo a cercare di bloccare Wikileaks.

E mentre il sito Wikileaks è ritornato disponibile all’indirizzo originario www.wikileaks.org non pare fermarsi il tentativo del governo americano di punire la tracotanza del sovversivo Assange.


Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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