Referendum Costituzionale, vademecum sulla riforma

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Il prossimo 4 dicembre i cittadini saranno chiamati ad approvare o respingere la Riforma Costituzionale elaborata dal governo Renzi, che cambia radicalmente l’assetto istituzionale della nostra Repubblica. I toni a favore e contro con l’avvicinarsi dell’appuntamento referendario si fanno sempre più accesi. Bisognerebbe rendersi conto che sia i sostenitori del sì quanto quanto quelli del no hanno delle sane ragioni. Da una parte, la difesa di una carta costituzionale nata dal sacrificio della Resistenza, avanzata per i tempi in cui fu stilata e frutto di un epocale patto sociale tra forze politiche molto distanti, ma accomunate dall’antifascismo, che hanno concepito un assetto istituzionale fondato sull’equilibrio tra poteri e volto a scongiurare il ritorno della dittatura. Dall’altra, l’esigenza di aggiornare, in una società che presenta nuove istanze e si proietta nel contesto internazionale, questa Costituzione che una retorica dogmatica ha spacciato come intoccabile persino nelle parti più inattuali, quelle che favoriscono un innegabile immobilismo, l’ingovernabilità o un’eccessiva frammentazione dei poteri tra Stato ed enti locali.

Proveremo a mettere in evidenza i punti salienti della riforma, con annesse possibilità e criticità: i cambiamenti per Senato, ripartizione delle competenze tra Stato e Regioni, presidente della Repubblica, Corte Costituzionale, istituto referendario e proposte di legge di iniziativa popolare, abolizione del Cnel.

Uno dei punti principali della riforma è il superamento del bicameralismo perfetto: l’Italia è ormai l’unico paese d’Europa in cui vige. Un sistema pensato come doppio controllo democratico ma imputato di appesantire l’iter legislativo. A farne le spese è il Senato, che perde poteri in maniera sostanziale: non darà più la fiducia al governo e si ridurranno gli ambiti in cui potrà legiferare. Un terzo dei senatori potrà chiedere di avanzare proposte sulle leggi approvate dalla Camera, che però la Camera potrà rigettare a maggioranza. Ma lo snellimento sostanziale del processo legislativo con la riforma non sarà scontato e, in parte, il problema già è contenuto con crescita (per alcuni abnorme) della decretazione d’urgenza da parte dell’esecutivo. La riforma almeno fissa i termini per l’intervento del Senato: 10 giorni per esaminare le leggi approvate dalla Camera e 30 per proporre emendamenti.

Viene tagliato il numero dei senatori, che passano da 315 a 100 e non godranno di emolumenti. Spariscono i senatori della circoscrizione estera e quelli a vita: il Presidente della Repubblica potrà eleggere solo 5 membri per 7 anni ed egli stesso, esaurito il mandato, diventerebbe senatore a vita. Per la gioia dei rottamatori e degli sforbiciatori di costi della politica, anche se le stime parlano di un risparmio effettivo di poche decine di milioni di euro, dato che i senatori avranno comunque diritto alle spese di viaggio. Dopotutto, tagliare le poltrone è un argomento scivoloso, perché la democrazia non può essere percepita come uno spreco di risorse.

Per la prima volta viene esplicitato nella Costituzione un principio importante: il concetto di “equilibrio” tra uomini e donne nella composizione delle Camere. Inoltre, verranno abrogate le vetuste disposizioni che impongono di avere 25 anni per poter votare il Senato e 40 anni per essere eletti senatori, poiché la selezione viene spostata nell’ambito degli enti locali.

I componenti del Senato verranno eletti dalle Regioni, tra consiglieri e sindaci di capoluogo. L’elezione avverrà in maniera indiretta e in proporzione agli abitanti, punto che solleva perplessità per la perdita di rappresentatività. La riforma prevede che i cittadini possano scegliere chi mandare al Senato, ma il meccanismo è demandato a un’altra legge, che dovranno stilare le due Camere. Tutto sommato è simile al sistema tedesco. Godranno dell’indennità parlamentare ma il loro mandato durerà quanto la carica nell’ente locale, con maggiore frequenza nel ricambio.

La riforma renziana intende invertire la tendenza rispetto alla revisione del Titolo V della Costituzione, approvata nel 2001 dal centrosinistra e suggellata dal referendum. La vecchia riforma, nel nome di federalismo e sussidiarietà, aveva concesso più autonomia e poteri agli enti locali. Ora la nuova riforma vuole riassegnare diverse materie all’esclusiva competenza dello stato centrale, limitare quelle concorrenti che hanno creato innumerevoli conflitti di attribuzione tra stato e Regioni, chiarire meglio quali sono quelle esclusive degli enti locali. Camera e Senato decideranno collettivamente sull’assetto istituzionali e le politiche internazionali.

In casi di particolare gravità lo Stato potrà legiferare su questioni di competenza regionale, ma questo potrebbe far rientrare dalla finestra i contenziosi davanti al giudice costituzionale. Lo Stato potrà pianificare e uniformare politiche sociali di ampio respiro, superando resistenze e storture localistiche (anche per questo la riforma piace agli industriali). Ma un altro punto dolente è che avrà una marcata discrezionalità sulle infrastrutture dichiarate “strategiche”, cosa che potrebbe aumentare la tensione tra le popolazioni locali nei casi di opere particolarmente invasive.

Sempre in tema di costi, per venire rispondere anche all’indignazione sempre più diffusa verso una classe politica percepita come rapace: la riforma pone un tetto agli stipendi dei consiglieri (prenderanno al massimo quanto il sindaco del capoluogo), le province vengono abolite e il governo potrà sciogliere enti locali se ci sono gravi inadempienze finanziarie.

La riforma rivede anche le modalità di elezione del capo dello Stato. Il Presidente della Repubblica attualmente viene eletto da 2/3 dell’assemblea speciale (Parlamento in seduta comune e delegati regionali), mentre dal terzo scrutinio vale la maggioranza assoluta, quindi rispettivamente il 67% e il 50%+1. La nuova proposta invece, eliminati chiaramente i delegati regionali in più vista la nuova composizione del Senato, mantiene la soglia dei 2/3 anche per il terzo scrutinio, mentre dal quarto servirà la maggioranza di 3/5 (non più solo quella assoluta) e dalla settima consultazione si scende a 3/5 dei votanti: quindi si parte dal 67% e si cala di poco, arrivando al 60%. L’incognita si ha dal settimo scrutinio: qui conta solo chi resiste e rimane a votare, ma serve comunque il 60% dei “sopravvissuti”. In pratica diventerebbe più difficile per la maggioranza eleggere un presidente della repubblica: l’eventualità che l’opposizione diserti è alquanto remota. Visto lo svuotamento dei poteri del Senato e lo scarso apporto di voti (i senatori sono ridotti dalla riforma da 315 a 100), sarà il presidente della Camera a fare le veci del Quirinale, diventando la seconda carica dello stato. Un cambiamento che si orienta a favore dell’esecutivo.

Per quanto riguarda la Corte Costituzionale, gli ermellini rimangono sempre con 15: per 1/3 scelti dal Presidente della Repubblica, per un altro dalle supreme magistrature, mentre gli ultimi 5 membri non vengono più selezionati dal Parlamento in seduta comune ma 2 dal Senato e 3 dalla Camera. La Corte ottiene in più la facoltà esplicita di stabilire la legittimità delle norme relative all’elezione di deputati e senatori: un controllo utile contro derive maggioritarie. Per far passare al vaglio della Consulta queste leggi basterebbe il ricorso di 1/4 dei deputati o 1/3 dei senatori. Anche in questo caso viene ribadita la supremazia della Camera sul Senato, ma c’è un ulteriore contrappeso nella possibilità di ricorso su leggi elettorali penalizzanti.

Esiste un istituto che non è mai stato valorizzato al meglio: quello delle proposte di legge di iniziativa popolare. Finora bastavano 50 mila firme per consegnare il testo al Parlamento, ma non vi era alcuna garanzia che venissero discusse e spesso infatti erano dimenticate in un cassetto. Con la riforma il limite viene alzato a 150 mila, ma la Camera cui è destinata la proposta è tenuta ad esprimersi: anche se il tutto viene demandato a futuri e fumosi regolamenti parlamentari. Novità promesse anche per le consultazioni popolari: vengono istituiti referendum propositivi e di indirizzo e non meglio precisate “altre forme di consultazione, anche delle formazioni sociali”, ma anche qui le condizioni sono rinviate all’approvazione di una futura legge costituzionale. Quel che è certo, è che per i referendum esistenti, quelli abrogativi, viene abbassato il quorum: basta la sola maggioranza dei votanti delle ultime elezioni alla Camera, ma solo nel caso in cui la proposta sia stata sottoscritta da 800 mila elettori (invece dei consueti 500 mila). Un modo per risollevare le sorti dell’istituto referendario ormai sempre più screditato (anche per un certo abuso) e consentire ai cittadini di incidere o almeno obbligare il Parlamento a considerare le loro istanze.

Su un punto le obiezioni sono scarse: l’abolizione del Cnel (il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro). Secondo l’attuale articolo 99, è un organo di consulenza delle Camere formato da esperti e rappresentanti delle categorie produttive, con iniziativa legislativa. Il problema è che nel corso dei decenni ha avanzato pochissime proposte e costa circa 20 milioni l’anno. Soprattutto, sconta un approccio consociativista e non può avere la pretesa di rappresentante certe categorie, che hanno già associazioni indipendenti e sindacati. Ma è anche vero che i vari governi non hanno mai saputo o voluto sfruttare le professionalità di questi tecnici ante litteram, preferendo logiche partitiche. Così il Cnel, abbandonato a sé stesso, è finito per diventare inservibile e ora è suo malgrado il capro espiatorio di tanti sprechi pubblici (che la stessa politica ha consentito). Con la riforma viene semplicemente abolito.

di Valentino Salvatore

Qui potete leggere il disegno di legge costituzionale

Valentino Salvatore

Valentino Salvatore

Romano di primissima generazione. Pigro e irriverente. Appassionato di storia, letteratura fantastica, cinema e musica rock.

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