“La paranza dei bambini” di Roberto Saviano

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Ho concluso la lettura del nuovo libro di Roberto Saviano “La paranza dei bambini”, edito da Feltrinelli, da qualche giorno. Contravvenendo alla consuetudine di chiacchierarne a caldo, ho preferito lasciare decantare le mie impressioni per un po’. Scriverne è, infatti, impresa ardimentosa, come spesso  risulta il manifestare le proprie opinioni su cose venute al mondo già con fama di leggenda. Sempre rischioso fare le pulci ad un libro predestinato ad essere best seller. Perfino audace, sotto certi aspetti, la scelta di commentare il romanzo di un autore percepito dal pubblico più che come scrittore come personaggio, divo amato o odiato tout court, e che per tanto induce  sostenitori e  detrattori a guardarsi con reciproca acrimonia.

Come procedere allora per dissipare dubbi di malafede e scongiurare accuse di malevolenza? Affidarsi alla solita premessa:
1) che il mio non sarà mai uno “sconsiglio di lettura”, poiché, in ogni caso e con ostinazione, consiglio sempre di leggere i libri, anche quelli -e non è questo il caso- meno riusciti.
2) che, per un lettore serio e coscienzioso, imperativo è dimenticarsi dell’autore, lasciar perdere i “personalismi” per immergersi nel testo avendo unicamente riguardo a ciò che è scritto.
3) che naturalmente si tratta sempre di impressioni personali da cui ciascuno liberamente e a pieno titolo potrà dissentire.
Siedo davanti alla tastiera avendo in mente il lusinghiero giudizio di Asor Rosa e con il mio malloppo di appunti accanto. Decido di profanare il foglio di word con la prima riflessione che mi viene di getto, la prima cosa che con urgenza sento di dover mettere nero su bianco: “La paranza dei bambini” è un romanzo che, sotto il profilo narrativo, funziona e alla grande. Saviano ha fatto un gran bel lavoro. Ha realizzato, cioè, alla lettera quello che chiedo ad ogni buon romanziere: afferrarmi per la collottola, trascinarmi nella storia, tenermi in apnea con la capa sotto l’acqua, rubarmi il sonno, costringendomi a tirare fino quasi all’alba per scoprire “come va a finire il fatto”.
Eppure. Eppure, con il timore reverenziale mirabilmente sintetizzato nella famosa: la mia “faccia sotto i suoi piedi, senza chiedere  nemmeno di sfar fermo”, dovuto ad Asor Rosa, mi permetto di notare che questa partita -per me- non si gioca ne’ sulla perfezione dei meccanismi narrativi, ne’ sulla sapienza con cui viene commisto l’italiano con il dialetto napoletano, ne’ su quanto il romanzo stia “sul pezzo” riguardo al tema di scottante attualità, ne’  tanto meno  sulla simpatia o antipatia per l’autore.
Intendo dire che , al di là di ogni analisi testuale e giudizio di merito, personalmente mi arrovella  il quesito sulle finalità di un romanzo che mi ha precipitato in una disturbante e straniante dimensione diabolica.
I personaggi della storia sono bambini talmente perduti che sulla loro salvezza o redenzione non è dato farsi illusioni. L’unico esito che mi sono ritrovata, non già ad immaginare, bensì a desiderare fortemente è stato la loro morte violenta, detestandomi per questo.
Se è vero che, diversamente a quanto accade nel mondo della finzione cinematografica dove, grazie al filtro oggettivo dello schermo dinanzi al quale si siede, non si realizza mai una compenetrazione totalizzante tra chi guarda e chi recita, nel mondo dei libri invece l’elemento di massima fascinazione consiste proprio nella possibilità di immedesimazione assoluta del lettore -sprofondato nelle pagine dimentico di sé- con il personaggio scritto, allora, sciogliere il nodo sugli intenti dello scrittore è determinante per formulare il giudizio definitivo sul gradimento del libro. E’ necessario quindi il  riferimento a “Gomorra la serie” : là Saviano ci fa vedere, per la prima volta, una porzione di mondo sconosciuta a molti. Qui, nel romanzo, entra di nuovo in quello stesso universo attraverso la porta maestra della coscienza negata di un bambino diabolico, ingiustificabile per nessuna delle scelte che compie. Il  giovane protagonista, Maraja, è reso come  un novello Achille, schiavo consenziente del fato, che aspira non già alla ricchezza ma alla gloria. Ma a che scopo non contrapporgli  ne’ un Dio ne’ un Ettore, a riscattare un frammento, una possibilità di bene? A che scopo instillare il dubbio, come sembra fare Saviano, che la delinquenza camorristica sia percorso di vita che attinge trasversalmente nel tessuto sociale? A che scopo prospettare un unico inesorabile epilogo, rinunciando a ogni  tentativo di spiegazione sociologica o psicologica?
“La paranza” resta un romanzo avvincente, ma paradossalmente, se si pensa al ruolo di divulgatore, moralizzatore e anche di maestro assunto da Saviano presso  “la paranza” di giovani fans -grande il successo ottenuto  ad “Amici di Maria De Filippi” negli anni scorsi e folta la presenza di ragazzi alla presentazione del libro al rione Sanità-  in merito all’argomento che fa da sfondo e da molla alla vicenda, scarsamente arricchente, quasi deludente. 

di Antonietta Molvetti (molvettina.blogspot.it)

Antonietta Molvetti

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