Inaugurato a Roma il Teatro Ambra con un “Dialogo su Monicelli”

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Di Mariano Colla

Roma, Teatro Ambra

In  tempi di cultura vessata, martoriata, declassata, privata di fondi, inaugurare  un nuovo teatro è  un atto eroico e, al  contempo, una grande festa civile. Il Teatro Ambra, in Piazza Giovanni da Triora, nel cuore della Garbatella, ha accettato la sfida e lo scorso 12 dicembre ha iniziato la prima  stagione. Tra i primi eventi ospitati merita particolare attenzione la conferenza  tenuta da Nicola Piovani, musicista,  e Curzio Maltese, giornalista di Repubblica, su Monicelli, sull’uomo, oltre che sul regista, attraverso la narrazione di episodi ed esperienze che hanno avvicinato i due relatori, o per lavoro o per amicizia, all’artista recentemente scomparso. E il pubblico ha risposto numeroso all’iniziativa Una serata dedicata a raccontare episodi di vita vissuti con il grande regista; non tanto una commemorazione, quanto un dialogo tra amici, senza toni evocativi.

Si parla di lui e delle sue opere, come se fosse dietro le quinte ad ascoltare e giudicare con la sua inseparabile graffiante  ironia. Curzio Maltese ha incontrato Monicelli in diverse occasioni, prima da  giornalista e, poi, con il tempo, anche come amico. Maltese sostiene che nel cinema, come nelle  arti in generale, non si inventa tantissimo, anzi, spesso si copia, ma Monicelli è stato, invero, in grado di innovare. Lo ha fatto affermandosi come uno dei rappresentanti di un irripetibile gruppo di geni della cinematografia italiana, quali Fellini e Risi, anch’essi innovatori con la introduzione del “plot” e del  “road movie”.  Monicelli ha inventato la commedia all’italiana, una storia che partiva  da un gruppo di italiani alle prese con un compito più grande di loro, sia che esso fosse eroico, come nella “Grande Guerra”, o storico, come ne “L’armata Brancaleone”, o poliziesco, come ne “I soliti ignoti”. Film che propongono le gesta di personaggi ingenui e sprovveduti, poco avveduti ed anzi  comici e goffi nel tentativo di dare concretezza alle imprese intraprese. Storie in cui i caratteri dei protagonisti non sfuggono al realismo e alla spontaneità.

Maltese sottolinea che la narrazione di Monicelli si ispirava alla quotidianità, con la capacità di cogliere la complessità della vita anche nei suoi aspetti apparentemente superficiali, evidenziando quanto di comico risiede in ognuno di essi. La proiezione di brevi estratti da “I soliti ignoti” e “L’armata Brancaleone” strappano ancora momenti di sana ilarità. Piovani esalta l’originalità delle scelte musicali di Monicelli, ben prima dell’inizio della sua collaborazione con il regista. Per esempio, ne “ I soliti ignoti” , Monicelli sceglie una  colonna sonora che rimanda alla musica dei film gialli americani, fatta di sax, di jazz. Una musica che evoca  personaggi alla Robert Mitchum, del tutto diversi dagli incauti e sprovveduti eroi della storia nostrana, resi ancor più ridicoli dal compassato swing.

Vi è in Monicelli una attualità sconcertante. La battuta di Brancaleone al termine del film, quando la compagine si sfalda, “andate puro voi senza meta ma da un’altra parte”, non si discosta molto dal rappresentare quanto accaduto recentemente in Parlamento. Piovani sostiene che  Monicelli, a differenza di Fellini, non apprezzava musiche da film melodiche, sentimentali o nostalgiche, che generassero coinvolgimenti emotivi dello spettatore. Pare infatti che Monicelli, in occasione di un incontro con celebri musicisti da film, come Morricone, abbia detto che secondo lui il cinema “andava fatto senza musica”, come se la musica riempisse la mancanza di fantasia e creatività nella ripresa. Sosteneva che “è ruffianeria appoggiarsi alla musica se il film è debole”. La musica deve intervenire solo come accompagnamento  della narrazione, come è nei film “Romanzo Popolare”, con colonna sonora di Enzo Jannacci e “Risate di Gioia”, con inserimenti di pezzi cantati da Totò e Anna Magnani, direttamente nella trama del filmato.

Piovani afferma, poi, che nel mondo dello spettacolo la genialità di Monicelli era giudicata da alcuni un po’ dispettosa. Tuttavia, anche se alcuni sue posizioni potevano sembrare estreme e contro corrente, non erano mai banali. Insomma, dal racconto dei due ospiti, appare sempre più un Monicelli dai modi spicci, senza retorica. Piovani ricorda la prima esperienza con Monicelli, quando fu chiamato dal regista a musicare “Il marchese del grillo”. Proveniente da composizioni serie, era chiamato a cimentarsi per la prima volta con un film comico. Il successo del film e la capacità del compositore, confermano a Monicelli la giusta scelta dell’autore della musica, tanto da fargli affermare  : “visto, Nicola, che non sei più un musicista mortaccino , la tua musica sa anche essere allegra e non solo mortuaria”. E’ l’inizio di un sodalizio che durerà per ben sette film.

Monicelli odiava ripetersi, girare film anche solo vagamente simili. Ogni opera doveva avere l’impronta della originalità. Amava raccontare storie di amici, disancorati e disincantati, e “Amici miei” rappresenta una icona irripetibile. E allora perché non narrare la storia di  una banda  di sole donne?   E’ l’originale storia narrata nel film “Speriamo che sia femmina” e qui, Piovani fa accettare al maestro una musica nuova, non di pronta presa come Monicelli avrebbe preferito, bensì con un salto stilistico idoneo a ricamare le atmosfere del film. Con l’accompagnamento del trombettista Nolito Bambini, Piovani, al pianoforte, ripropone al pubblico il tema musicale del film. Uno stacco delizioso e morbido, una carezza musicale che esalta l’atmosfera   informale stabilitasi nella penombra del piccolo teatro alla ricerca della sua nuova identità.

Poi Curzio Maltese riprende il dialogo con il  pubblico ricordando un  Monicelli  vagamente moralista, quando affermava che

Mario Monicelli

diventare vecchi e saggi non significava perdere la facoltà di indignarsi e l’indignazione è quella che emerge nel corso di una delle sue ultime interviste, in cui non tralascia critiche al popolo italico, assuefatto all’altrui comando e incline ad atteggiamenti poco dignitosi, quali chinare il capo ed essere complice di sotterfugi, l’intrallazzi,  scorrettezze morali. Un paese, l’Italia, di pagine mai voltate, dalla grandezza repressa, dove la speranza è solo una trappola inventata da chi comanda per alimentare illusioni e false aspettative. Un Paese che per riscattarsi ha bisogno di una rivoluzione.Un riscatto che richiede dolore e sacrifici, ma che è l’unica via  per riacquistare dignità e rappresentatività. Lo afferma alla soglia dei 95 anni,  ancora intellettualmente giovane e vivo, tant’è che molti studenti, nelle loro recenti manifestazioni, ne citano il nome sui cartelloni. “Sono invecchiato bene perché ho bevuto il vino dal bicchiere e non dai calici” affermava , “e poi perché ho frequentato le persone più giovani e più vecchie di me da cui potevo imparare, mentre mi sono accompagnato di meno ai miei coetanei coi quali, inesorabilmente, si fa memoria del passato”.


Le note dell’allegra colonna sonora del film “Il marchese del grillo”, suonata da Piovani e  Bambini chiudono la serata, e il caloroso applauso del pubblico può essere un buon auspicio per i futuri successi del teatro Ambra, nonostante le ristrettezze e il clima nefasto che incombono sulla nostra cultura.
Foto: Gianni Dominici

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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