Anna Perrotta: la fotografia è sperimentare con passione

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Nata in Finlandia nel 1977, Anna Perrotta è una fotografa freelance con sede a Milano. Si è avvalsa, nel tempo, della collaborazione di diversi artisti che, attraverso il lavoro comune, la condivisione delle esperienze, le hanno insegnato il valore della contaminazione, della libertà di movimento attraverso i generi e i mondi possibili. Nel 2009 decide di far confluire tutte queste esperienze nella sua attività di fotografa freelance. I suoi servizi si distinguono per l’eccentrica commistione di elementi estremamente ricercati e verve creativa, per un’insolita complicità tra libertà formale e meticolosa attenzione per i dettagli.

di Anna Perrotta

Scrivere di me, del mio lavoro, della mia ricerca personale mi risulta complicato, imbarazzante. Sono una fotografa forse un po’ particolare, una non-purista della fotografia che vivo, sostanzialmente, solo come il linguaggio che mi vede più a mio agio. Non è il solo che utilizzo. Per me tutto è dialogo e stupore, la contaminazione dei mezzi contiene la possibilità viva e vibrante di instaurare un contatto emozionale, con gli altri. Della fotografia amo la possibilità di mostrare un punto di vista, senza la pretesa di dimostrare nulla. Ne amo i limiti: la bidimensionalita’, il silenzio, l’immediatezza. Ma amo anche corromperla, snaturarla, sperimentare cose nuove.

Voglio lasciarmi la libertà di osare anche fino all’incomprensione, all’equivoco. Nessun comunicatore, rinchiuso a doppia mandata dietro le porte di regole tramandate riesce più a dire veramente nulla, perché la ripetizione di costante di vecchi dogmi non fa che creare un’intensa, meravigliosa staticità comunicativa di massa, senza però dare vita a niente di davvero nuovo, senza conoscere, riconoscere tempi nuovi e nuovi linguaggi. Il risultato generale è sotto gli occhi di tutti: grande spolvero di inglesisimi vuoti e raffinati come ampolle d’aria e ragazzini che concretizzano milioni di seguaci alla faccia dei guru della comunicazione guidata. Credo un po’ sia dovuto al fatto che in qualche modo, attraverso i reality è filtrata una parte della realtà emozionale comune, una doppia sensazione di volgarizzazione del mito e di elevazione dell’ uomo qualunque. Poi sì, ci sono stati i social, la defezione del pubblico giovane dal circuito televisivo, scambiato più volentieri con lo streaming e la proliferazione di canali youtube che lasciano comunque l’illusione di una democratizzazione del successo. Personalmente lo trovo davvero esaltante, perchè, per quanto si navighi in mezzo a un mare di informazioni il cui senso ultimo rimane del tutto oscuro, è nei circuiti “secondari” che ho avuto modo di vedere il linguaggio cambiare, le idee più curiose, innovative, prendere forma. E’ criticabile, certo, ma comunque in evoluzione, in crescita e con l’incredibile capacità di auto-evolvere e migliorare constantemente.

Il fatto che, in quello che è stato il mondo classico dei creativi, si insegni più di quanto non si produca è davvero un segno assai tragico dei tempi. La verità è che il percorso orientato alla scalata della vetta distributiva ha reso gli artisti schiavi di promesse curricolari e budget inesistenti, privati, grazie al mito della concorrenza spietata, di un vero e reale scambio. Viene da sorridere di fronte a un nuovo mondo che racconta che, volendo, l’intero sistema distributivo potrebbe essere per la gran parte bypassato, in un futuro molto prossimo e far cadere di schianto un sacco di castelli di carta. La vera salvezza sta nel senso e nelle idee, sta in un contenuto che no, non necessariamente deve essere noioso o impegnativo. Tutto ciò che appassiona è una fatica gradita, quando è fatta per sé stessi, quando davvero si porta a casa qualcosa che non sia la triste candelina spenta del compleanno di qualcun altro. Le generazioni cambiano e io mi auguro che se non già la nostra, quelle successive sapranno liberarsi del giogo dello sfruttamento dei talenti. Non è necessario, ma lo stiamo capendo solo ora che le briciole non ci sfamano più.

Un altro grosso errore, a mio avviso, è quello si concentrarsi sul mondo virtuale, in quanto luogo per eccellenza in cui seminare il proprio orticello comunicativo. Tra qualche anno, cambierà la tecnologia, non sarà più ad esclusione del reale, ma un suo potenziamento, un esoscheletro che ci seguirà nello sperimentare una specie di vita potenziata. Una sorta di estensione neurale capace di connetterci al nostro mondo in moto costante. Sembrerebbe quasi un’immagine dell’orrore, ma le persone hanno comunque una grande tensione alla libertà. Non dipende dalla tecnologia, dipende dalla coscienza. Voglio davvero credere, con estremo ottimismo che questa coscienza non smetta di formarsi, di avere i suoi pensatori e i suoi guerrieri.

Quello che ora è il mezzo, diventerà l’archivio ed è esaltante.

Sto lavorando alacremente ad una serie di progetti di largo respiro, che possano unire diversi aspetti della realtà in scopi comuni. Scienza ed estetica, botanica e musica, ad esempio sono parte di commistioni possibili ed affascinanti. Trovare incastri e legami antichi in ciò che l’iperspecializzazione necessaria al progresso ha separato è uno degli aspetti sui quali mi sto focalizzando maggiormente, in questo periodo. Spero di poter condividere al più presto i risultati di questo lavoro di ricerca.

a cura di Lara Ferrara
 

Redazione

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Tutto si integra nell’eterno ritorno: ciò lo sanno gli umoristi, i santi e gli innocenti. -Pier Paolo Pasolini

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