“Viva Arte Viva”. La Biennale di Venezia celebra l’arte

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di Caterina Ferruzzi

“Viva Arte Viva” è il titolo della  57° Esposizione Internazionale d’Arte organizzata dalla Biennale di Venezia, aperta al pubblico il 13 maggio e visitabile fino al 26 novembre.

Un viaggio nell’arte in nove universi due dei quali nella sede dell’ Arsenale e sette in quella “storica” dei Giardini, luoghi che abitualmente ospitano la manifestazione rendendola già di per sé unica.

Curata da Christine Macel l’esposizione di quest’anno vede la partecipazione di 120 artisti (103 dei quali per la prima volta), provenienti da 51 paesi (Antigua e Barbuda, Kiribati, Nigeria sono alla loro prima partecipazione). Un evento che come sempre non rimane confinato nelle due sedi principali ma si propaga per tutta la città. Sono infatti presenti ben 86 padiglioni nazionali tra Giardini, Arsenale e il centro storico di Venezia, cosa che, come è comprensibile, rende il capoluogo lagunare centro d’arte d’eccellenza, accrescendo in questo modo quello che è già il suo prestigio in questo campo.

Nella visita alle Corderie dell’Arsenale, poco dopo aver varcato l’accesso ai primi ambienti, ci si rende conto che un elemento predominante che accompagna lo spettatore per un buon tratto è il colore, che accende gli spazi monocromi, trasformandoli. Anche i meno esperti di arte possono trovare godimento per occhi e sensi, innescando una curiosità conoscitiva che gli permette di esplorare senza sosta e senza annoiarsi tutto ciò che si presenta lungo il percorso.

Lasciatevi quindi guidare dall’istinto se non seguite un percorso predefinito, di certo troverete molti stimoli e non rimarrete delusi anche se buona parte delle opere possono apparire di difficile comprensione specie ai Giardini dove i padiglioni nazionali, estranei al tema principale della mostra, avrebbero bisogno di qualcosa in più di una visita superficiale per essere veramente apprezzati.

Tra i padiglioni più particolari segnaliamo quello della Germania (vincitore di questa edizione) asettico e con il pavimento sospeso di qualche metro da terra in vetro, particolare ma certo poco indicato per chi soffre di vertigini e il padiglione di Israele in cui si calpesta una superficie in poliuretano intriso di caffè e zucchero che rende il percorso curioso anche dal punto di vista olfattivo. E ancora da non perdere le opere degli artisti russi Grisha Bruskin, Recycle Group e Sasha Pirogovae il loro “Theatrum Orbi” e il Padiglione Italia negli spazi delle Tese delle Vergini in Arsenale, curato quest’anno da Cecilia Alemani. Promosso come di consueto dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo l’allestimento dello spazio vede anche il sostegno della Direzione Generale Arte e Architettura Contemporanee e Periferie Urbane. Tre le installazioni realizzate da Roberto Cuoghi, Adelita Husni-Bey e Giorgio Andreotta Calò che con il loro “Mondo Magico” ci accompagnano in un percorso di ombre (anzi buio) e luci a tratti inquietante e claustrofobico, ma di certo impatto visivo ed emotivo per lo spettatore che vi si addentra.

Biennale che dunque anche in questa edizione non viene meno al porsi come luogo che ha come ragion d’essere, secondo il presidente Paolo Baratta, “il libero dialogo tra artisti e tra questi e il pubblico”.

La 57° edizione pare proprio interamente dedicata a celebrare, se non addirittura a ringraziare l’ arte stessa per il fatto di esistere e di conseguenza omaggiare gli artisti che ci offrono attraverso le loro visioni e i loro mondi una dilatazione della nostra prospettiva e dello spazio in cui si sviluppa la nostra esistenza.

Dice la curatrice Christine Macel : “Una Mostra ispirata all’umanesimo. Un umanesimo non focalizzato su un ideale artistico da inseguire, né tanto meno caratterizzato dalla celebrazione dell’uomo come essere capace di dominare su quanto lo circonda; semmai un umanesimo che celebra la capacità dell’uomo, attraverso l’arte, di non essere dominato dalle forze che governano quanto accade nel mondo, forze che se lasciate sole possono grandemente condizionare in senso riduttivo la dimensione umana. È un umanesimo nel quale l’atto artistico è a un tempo atto di resistenza, di liberazione e di generosità.”

Una mostra dunque che vale sempre e comunque la pena vedere, scoprire e vivere in tutta Venezia. Da evitare l’indigestione, data l’ampiezza espositiva, ma da assaporare un po’ per volta per poterla davvero apprezzare.

 

 

 

 

 

 

caterina ferruzzi

caterina ferruzzi

Laureata in Scienze dello Spettacolo e della Produzione Multimediale presso l'Università Ca'Foscari di Venezia. Formatrice nel campo dell'audiovisivo, scrittrice e videomaker.

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