Non chiamatelo fiume: la storia illustrata della Prima Guerra

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  • di Lara Ferrara

“Non chiamatelo fiume” è uno straordinario progetto editoriale volto a veicolare quanto più possibile la storia della Prima Guerra Mondiale in occasione del Centenario del Conflitto. Si tratta di una striscia illustrata e continua che si estende per ben 7 metri, una lunga panoramica storico- geografica ripiegata a fisarmonica e conservata all’interno di un cofanetto assieme ad un volume esplicativo. La “narrazione per immagini” riguarda le principali battaglie che si sono succedute sul fronte italiano a partire dal ripiegamento di Caporetto fino alla vittoria italiana.
Fra gli autori di questo racconto storico troviamo Federica Dal Forno, già curatore della mostra sulla Prima Guerra Mondiale dello Stato Maggiore Esercito, nonché restauratrice e perito d’arte, esperto di diagnostica dei beni culturali. Sua è la voce narrante, supportata dall’illustre consulenza scientifica di due storici d’eccezione, Marco Pascoli e Paolo Pozzato, che hanno contribuito a costruire un impianto storico accurato. L’illustrazione, il fulcro immaginifico del progetto, è stata affidata ad un giovane fumettista di grande talento, VinGenzo Beccia, che con il suo tratto sapiente, di emozionante tridimensionalità, ha raffigurato con ricercatezza e poesia i soldati in grigioverde, senza ridondanza e senza cadere negli eccessi del fumetto del genere supereroico.

Quella che andiamo a leggere è un’intervista a due voci, quelle di Federica Dal Forno e di VinGenzo Beccia, che ci raccontano la nascita dell’anima di questo racconto, progetto per la divulgazione delle memorie storiche patrimonio di questo paese.

● “Non chiamatelo fiume”, un titolo piuttosto curioso, vuole spiegarci come è nato e cosa significa?●

(Federica) Qualche anno fa mi trovai a Belluno per un corso d’aggiornamento, all’epoca stavo scrivendo i testi per una mostra sulla Prima Guerra Mondiale e cercavo di sfruttare ogni momento libero per andare a caccia di cimeli rari o racconti poco conosciuti relativi al conflitto. Spesso mi fermavo ad osservare il Piave che in quelle zone ha ancora l’aspetto di un torrente dalle gelide acque cristalline. Un anziano signore del luogo si fermò accanto a me, così finimmo per scambiare due parole sulla Grande Guerra ed infine sulla portata del “fiume”. Non appena mi sentì usare quel termine mi guardò con un mezzo sorriso e mi disse: “Mi raccomando, non lo chiami mai fiume, non qui! Per noi è offensivo! Vedo che conosce la storia di questi posti, non le devo spiegare l’Importanza del Piave… dunque, non lo chiami fiume! E’ Piave, solo Piave!”.
Rimasi colpita da quelle parole accorate che mi avevano fatto comprendere ciò che nessun libro di storia era ancora riuscito a trasmettermi: la profondità del sentimento che legava gli abitanti di quelle terre al
Piave, la sua imponente identità, non più fiume ma monumento alla memoria, luogo sacro, arteria pulsante e viva, che mai cessa di rammentare il cordoglio a quella parte d’Italia che ancora conserva le cicatrici della Grande Guerra. Quando un anno fa, dialogando con il Generale di Divisione Giuseppenicola Tota, nacque l’idea di un fumetto ambientato sulle rive del Piave, non potei che legare il progetto a quel concetto ed aquel sentimento che tanto efficacemente mi fu espresso quel giorno.

● Dunque si tratta di un fumetto?●

(Federica) Fumetto non è il termine più calzante, nonostante fosse l’idea sulla quale nacque il progetto. E’ più corretto chiamarla “storia illustrata” giacché niente di quanto è rappresentato è frutto di fantasia: eserciti, soldati, uniformi, fregi, armi, equipaggiamenti… Gli episodi narrati rispecchiano quanto più possibile la realtà dei fatti, niente è stato lasciato al caso. I luoghi riportati nella panoramica, lunga quasi sette metri, sono stati studiati sulle foto d’epoca gentilmente concesse dall’Ufficio Storico dello SME, cercando di rappresentare persino il tipo di vegetazione presente in quei luoghi nonché le condizioni atmosferiche in cui i soldati si trovavano a combattere nel mese ed nell’anno dell’episodio considerato. Abbiamo voluto scegliere un mezzo divulgativo come quello dell’illustrazione senza rinunciare alla precisione storico-geografica, affinché questo prodotto non sia semplicemente un mezzo per ricordare più o meno piacevolmente la Grande Guerra, ma per conoscere davvero alcuni suoi protagonisti, inseriti nell’esatto contesto, acquistando quel valore didattico che è l’aspetto irrinunciabile di ogni mio progetto. Nonostante la generosità dell’Ufficio Storico nel mettere a disposizione i documenti originali dell’epoca, non vi era il tempo necessario ad appurare tutti gli aspetti menzionati poco fa, era necessario coinvolgere chi questi studi li aveva già condotti in anni di consultazione, per questo motivo mi sono rivolta a due straordinari storici, Marco Pascoli e Paolo Pozzato, che hanno fatto della Grande Guerra il loro campo di elezione. Da loro ho potuto ricevere indicazioni, correzioni, nonché un’oculata cernita degli eventi da rappresentare, privilegiando gli episodi
meno conosciuti e più significativi. Senza di loro, la qualità del prodotto ne avrebbe certamente risentito
molto. Oggi possiamo invece pubblicare con una delle Case Editrici specializzate proprio nella storia, la
Rodorigo Editore, con presentazioni a nome dello Stato Maggiore Esercito, a garanzia della serietà e della validità dei contenuti di questo inconsueto racconto.Non di soli italiani e austro-tedeschi si parla, sono infatti rappresentati tutti gli eserciti presenti sul fronte Grappa-Piave negli anni 1917 e 1918. Ciascun esercito è inoltre protagonista di un particolare episodio,cosicché all’interno della narrazione vengono illustrati atti di eroismo di ogni fazione.

● Quindi lei e gli storici avete creato l’impianto su cui poi ha lavorato il fumettista Vingenzo Beccia? ●

(Federica) Devo ammettere che a Vingenzo abbiamo complicato un po’ la vita… Ogni scena doveva rispettare “dictat” storici ed esigenze narrative che spesso e volentieri facevano a pugni con l’idea di panoramica continua che volevamo realizzare, limitando anche la libertà espressiva del nostro artista. Io e Vingenzo, costretti a cooperare a distanza di svariate centinaia di chilometri, abbiamo passato un intero anno al telefono a cercare di risolvere improbabili prospettive senza tradire il senso storico-geografico della panoramica, arrivando a curvare Cima Grappa come un treno, oppure passando da una riva all’altra del Piave a bordo del nostro drone immaginario. Devo dire che Vingenzo ha ripagato magnificamente ogni fatica, tavola dopo tavola, realizzando al meglio ogni singolo episodio. Del resto, al momento della scelta dell’illustratore, avevo selezionato una discreta rosa di artisti ed alcuni di loro erano certamente più noti al pubblico di Vingenzo. Tuttavia, la sua formazione accademica ed il suo tratto sapiente, non proteso a creare super uomini ma adatto ad illustrare l’uomo quotidiano in tutta la sua commovente drammaticità, mi convinsero subito. Inoltre, era il più giovane e, nel mio piccolo, ho sempre cercato di promuovere nuovi talenti. Non potevo davvero scegliere meglio!

(Vingenzo) Quando mi è stato proposto di disegnare le tavole per Non chiamatelo Fiume, il progetto mi ha subito entusiasmato; non si trattava di un libro illustrato con modalità standard, ma di un lavoro di squadra in cui ognuno di noi era chiamato a mettere in campo le proprie competenze, per creare un prodotto finale polivalente. Nostra intenzione, fin dalla fase progettuale, è stata quella di usufruire di  una forte consulenza storica, per andare oltre il semplice elenco di imprese da parte di un solo schieramento. Spesso, infatti, le nostre tavole raccontano di come il fronte veniva vissuto dall’altra parte, quella del “nemico”. E come potrete vedere non ci sono differenze stilistiche quando rappresento un austriaco, rispetto a un italiano. Non troverete volti “belli e buoni” che combattono nemici “brutti e cattivi”. Da fumettista e illustratore mi interessava che venisse fuori l’umanità di donne e uomini che, credendo fortemente in determinati ideali, si sono battuti fino alla morte. E, a prescindere dalla loro nazionalità, penso fosse importante raccontare la storia di ognuno di loro. Eppure, per quanto questo periodo storico sia fondamentale per capire gli avvenimenti successivi (che hanno influenzato tutto il Novecento) spesso a scuola viene insegnato in maniera frettolosa. Ricordo che, da alunno, la Prima Guerra Mondiale si studiava con nervosa velocità, perché “dobbiamo arrivare a spiegare la seconda”.  E così ci si limitava leggiucchiare qualche aneddoto sulla vita in trincea in un breve sottoparagrafo, senza andare oltre uno storytelling superficiale. Adesso, che sono un professore di Italiano e Storia, ho cercato di mostrare, con immagini forti ma adatte anche a un pubblico in età scolastica, cosa è successo in concreto, sperando di essere andato oltre quel sottoparagrafo che, da studente, non mi entusiasmò.

Il libro poi, per come è pensato (una striscia di tavole accurate non solo nella rappresentazione dei personaggi, ma anche dei luoghi, grazie al materiale fotografico e storico che mi è stato fornito) si presta egregiamente a corroborare una moderna lezione di Geostoria. Da qualche anno utilizzo il fumetto in ambito laboratoriale, a scuola, per insegnare le mie discipline. Ho avuto inoltre la fortuna di collaborare con Serafina Pastore (Università di Bari), ricercando i vantaggi che il fumetto, inteso come mediatore iconico, può apportare al mondo scolastico. Grazie a questa esperienza formativa ho potuto disegnare le tavole di Non chiamatelo Fiume con maggiore consapevolezza, non solo come disegnatore, ma tenendo anche da conto eventuali applicazioni in campo didattico; e non nascondo che, all’indomani della pubblicazione, potrei utilizzarlo io stesso per una lezione da proporre ai miei alunni sulla battaglia del Piave.

●Un fumetto creato dai giovani per i giovani, mi sembra di capire.●

( Federica) Esattamente. Cento anni fa, poco prima  che i combattimenti infiammassero sul Grappa e il Piave, iniziarono a combattere i ragazzi del 99′ non ancora diciottenni. Durante le lunghe settimana passate in trincea, nei momenti in cui le artiglierie tacevano e si attendeva nel fango il momento del nuovo attacco, tra i soldati passavano di mano in mano dei fogli stampati e dai colori sgargianti, con vignette satiriche firmate dai disegnatori del Corrierino dei Piccoli. Si trattava dei giornali di trincea e per illustrarli erano stati scelti i fumettisti più amati dai ragazzi, quegli stessi ragazzi che si erano trovati d’un tratto adulti e soldati. I giornali di trincea avevano il compito di distrarli, di farli sorridere sulla guerra, sui nemici da affrontare e sulla dura vita del fronte che, in quelle vignette caricaturali, diveniva tragicomica e forse più tollerabile. Li abbiamo voluti ricordare così, con un’illustrazione che parla ai ragazzi che oggi hanno la medesima età e che forse ancora non conoscono.

● Siamo arrivati ai saluti, a chi volete rivolgere le ultime parole di questa intervista? ●

(Federica) Per quanto mi riguarda voglio ringraziare sentitamente lo Stato Maggiore Esercito che ha adottato questo progetto e lo ha fatto proprio, facendosi conquistare dal nostro inconsueto racconto. In secondo luogo, è doveroso ringraziare la Deutsche Bank, exlusive sponsor dell’iniziativa, che ha dimostrato una grande attenzione per la divulgazione culturale.
(Vingenzo) Abbiamo davvero citato tutti, quindi non rimane che dirvi: vi aspettiamo in libreria!

Ringraziamo Federica Dal Forno e Vincenzo Beccia  per averci rilasciato l’intervista in attesa della mostra evento che si terrà a Palazzo Vittoriano, Roma.

 

Redazione

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Tutto si integra nell’eterno ritorno: ciò lo sanno gli umoristi, i santi e gli innocenti. -Pier Paolo Pasolini

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