I Joe Victor all’Atlantico di Roma! Le foto e l’intervista.

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Di Marina Capasso, foto di Serena De Angelis

Con il loro secondo disco Night Mistakes, i Joe Victor, Valerio Roscioni, Gabriele Amalfitano, Guglielmo SenatoreMichele Amoruso, ci confermano nuovamente il loro eccentrico ed esuberante talento e la capacità di trasformarsi senza mai snaturarsi. Dopo il successo del concerto del 14 dicembre all’Atlantico di Roma, abbiamo chiesto a Gabriele, splendida voce della band, di raccontarci qualcosa di più sul disco e sul loro modo di vivere la musica.

Night Mistakes è un disco poliforme e difficilmente ascrivibile ad un unico genere. Che differenze stilistiche e che diverse intenzioni ci sono rispetto a Blue Call Pink Riot?

Night mistakes secondo noi rispecchia tutte le caratteristiche di un disco rock dei fine settanta, fantasia melodica, contaminazioni eterogenee, ritmiche disco funk, ma sopratutto voci. È un lavoro fatto nel 2017 in Italia e quindi con alcune influenze tipiche di quest’epoca (l’uso dei synth ad esempio) e un modo mediterraneo di esprimersi.
Le differenza maggiore con Blue Call Pink Riot sta nel lavoro di costruzione di una band che cerca di trovare un proprio luogo musicale, chiamato anche sound, mentre quel disco era molto più cantautoriale. In Blue Call Pink Riot intorno alla canzone si aggiungono gli strumenti per sostenerla senza esserne elementi indispensabili, e infatti funziona anche chitarra e voce. In Night Mistakes risulta più difficile.

La vostra musica strizza da sempre l’occhio ad un rock “classico”, ma in cerca sempre di elementi nuovi. Quali secondo voi?

Ci piace molto tutta quella massa sconosciuta di produzione musicale che è difficile da classificare in un genere preciso, potrei fare un elenco.
La musica africana tra i 50 e i primi ottanta (highlife, afrobeat, afropop) artisti come Thomas Mapfumo, T.E. Mensha, S.E. Rogie, Alhaji K. Frimpong e Orchestra Baobab, oppure la musica etiope di Mulatu Astatke.
Ci piace molto la musica Indiana soprattutto la vasta produzione Bollywoodiana più datata dove compositori come Shankar Jaikishan o A.R. Burman hanno scritto canzoni incredibili come Awara Hoon oppure Yeh Dosti. E la musica sacra Qawwali (Nusrat Fateh Ali Khan e Sabri Brothers) che è una musica della tradizione sufi del pakistan, che è davvero incediaria sopurattutto live.
Molte canzoni tedesche incise durante la repubblica di Weimar e tutta la musica Mitteleuropa o Europa danubiana di quel periodo fatta di incredibili armonie vocali, beatbox ante litteram (Commedian Harmonists), cabaret, canzoni e violini bohemi, zigani o klezmer che sono strepitosi.
Tutto il country blues degli anni ‘20 (Skip James, Son House, Blind Willie Johnson, Blind Lemon Jefferson, Blind Willie McTell, Bessie Smith, Mississippi John Hurt, Tommy Johnson, Charlie Patton).
Non vorrei dilungarmi oltre ma rende l’idea di produzione musicale varia, datata ed esotica.

Qual è il brano che amate di più in assoluto o che vi ha maggiormente ispirato? E tra i vostri?

E’ veramente difficile rispondere perché canzoni che ispirano continuano ad arrivare nel tempo, quelle che mi ispiravano a sedici anni sono diverse da quelle dei ventidue e da ora. Però mi ricordo la folgorazione quando capii “Oh Death” di Charlie Patton e Bertha Lee, sembrava un rintocco a morte e una foto d’epoca con emozioni d’epoca annesse. Un duetto magico e grottesco allo stesso tempo, che sembrano tre voci.
Sempre per me, dei nostri lavori, Days del primo album. E Vanities per Night Mistakes.

Qual è per voi la missione di un musicista e quale in particolare la vostra?

Spesso mi sono chiesto a cosa servisse scrivere o cantare canzoni, soprattutto oggi, poi l’anno scorso ho capito che la risposta è banale. Al dì là di tutti i motivi legati alla fama o alla ricerca artistica, il motivo principale è cercare di fare bene all’anima, è super scontato ma me ne ero dimenticato. Quando ascoltiamo musica cerchiamo costantemente questo, qualcosa che ci conforti o che ci liberi, commuoverci o ballare, quando si è tristi o si sta vivendo un periodo nero una chitarra e una voce possono alleviare e dare forza per tirare avanti.
Come dicevano i Blues Brothers: “in missione per conto di Dio”.

Vi aspettavate questa risposta da parte del pubblico?
Soddisfatti?

Siamo molto soddisfatti e non so se ce lo aspettavamo, ma ci siamo svegliati con quelle farfalle nello stomaco la mattina del concerto che ci facevano credere che sarebbe stata una bella serata e che il messaggio musicale sarebbe passato.
Stiamo dando tutto da tre anni, anche se spesso sembriamo pazzi esaltati o veniamo male interpretati. Ma dare in musica è sempre bellissimo e continueremo a farlo.

Ma soprattutto… Come ti è venuto in mente il bagno di folla????

Hahaha, se avessi potuto avrei cantato una canzone lì in mezzo direttamente.

Marina Capasso

Marina Capasso

Laureata in Scienze della Formazione Primaria e dottore di ricerca in Pedagogia della Formazione. Lavora come insegnante di sostegno nella scuola primaria. Appassionata di musica jazz.

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