Apolidi, lucchetti e catenacci – di Barbara Martusciello

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Barbara Martusciello su Apolidi – identità non disperse” (a cura di. Antonietta Campilongo);

“Le porte possono anche essere sbarrate, ma il problema non si risolverà, per quanto massicci possano essere i lucchetti. Lucchetti e catenacci non possono certo domare o indebolire le forze che causano l’emigrazione; possono contribuire a occultare i problemi alla vista e alla mente, ma non a farli scomparire” (Zygmunt Bauman, La società sotto assedio)
Perché una mostra contemporanea affronta oggi il tema dell’apolidia? Perché vi si sono cimentati il duo Valentina Addabbo & Gerardo Rosato, Antonio Agresti, il collettivo Artisti Innocenti, il Movimento non perdono, Karmil Cardone, Antonella Catini, Federica Cecchi, Dario Fo, Daniela Foschi, Ignazio Fresu, Antonella Graziano, Valentina Lo Faro, Fabio Patronelli, Adriana Pignataro, Parlind Prelashi, Eugenio Rattà, Stefania Scala, Vincenza Spiridione, Carmelo Tommasini, Annamaria Volpe, Lisa Yachia, Emre Yusufi, Grace Zanotto?

Con la sua specialissima e qui eterogenea lingua, l’arte si pone e pone domande proponendo nuove prospettive sulla realtà, concreta o eterea che sia. In questo senso, un argomento complesso e attuale come questo dell’essere senza patria (ápolis: dal greco “a”, senza – privativo – e “pólis”, città / Stato), che si rivela, a ben guardare, storicamente più remoto e ciclico nel tempo e collegabile al suo contrario – il mito dell’autoctonia di origine greca (si veda Erodoto) –, torna questione sempre aperta con cui necessariamente gli uomini di buona volontà – e tra questi, appunto, gli artisti e i loro compagni di viaggio come lo sono i critici e i curatori, ad esempio – devono fare i conti. Questi, i conti, non tornano mai, men che meno in questi nostri giorni in cui i numeri aumentano spaventosamente: solo in Italia, più di 15 mila invisibili e, secondo le stime dell’UNHCR, circa 10 milioni nel mondo

L’apolide è una persona priva di qualunque cittadinanza a causa di discriminazioni subite nel proprio paese d’origine (ad esempio durante una dittatura) o a causa di un espatrio (come migranti o rifugiati) in un altro Stato che non gli ha riconosciuto la nuova condizione.
Questi soggetti si trovano in una situazione di limbo, senza diritti né sicurezze, privati di una identità anche sociale e politica, nonostante l’approvazione, nel settembre 1954 a New York, di un’apposita Convenzione – ratificata e resa esecutiva in Italia con legge n. 306 del 1 febbraio 1962 – relativa allo Status degli Apolidi; l’accordo, oltre a determinare le specifiche rispetto a chi rientra nella categoria, ha indicato agli Stati contraenti benefici da garantire loro e doveri da far rispettare.

“Il rifugiato è una persona che nel giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato. Il rifugiato è anche chi essendo apolide e trovandosi fuori del suo Stato di domicilio in seguito a tali avvenimenti, non può o, per il timore sopra indicato, non vuole ritornarvi.” (Convenzione di Ginevra, 1951)

Nella storia sono stati tantissimi gli esiliati dalla propria terra che hanno subito la condizione di apolidia: l’autorevole psicologo austriaco di origini ebraiche Sigmund Freud, ad esempio, che riparato a Londra finalmente ottenne la posizione di profugo politico; o il grande scrittore e intellettuale Luis Sepúlveda, attivista cileno punito durante la feroce dittatura di Augusto Pinochet con il ritiro del passaporto e della cittadinanza. Sepúlveda racconta molto bene, nel suo Storie ribelli (Guanda editore, 2017), la sua vicenda e la sensazione di “essere doppiamente paria”, ovvero oppresso e reietto.

L’artista, figura nobile nella società e al contempo scomoda, per via del suo sottrarsi – generalmente – ai preconcetti, alle regole precostituire e ai rigidi schemi del potere dominante, è stato, proprio per questo suo essere voce non irreggimentabile, spesso sottoposto alla censura, alla tirannia, all’annientamento, dovendo quindi fuggire per aver salva la vita oltre che la libertà. Innumerevoli sono gli espatri più o meno rocamboleschi per la ricerca di ospitalità in Paesi più democratici e/o accoglienti; non sempre lo spostamento è stato facile o è andato a buon fine. Solo per citare uno dei più massicci esodi di intellettuali e artisti: quello durante le persecuzioni naziste, che di fatto hanno provocato un’epocale movimento fisico, ma pure del sapere e creativo, essenzialmente negli USA, determinando di fatto anche la sostituzione del polo culturale dominante, o preminente, da europeo ad americano. Da quel momento in poi, insomma, grazie anche all’apporto di questi nuovi cittadini stranieri, il Sistema dell’Arte – solo per fermarci a questo ambito – è diventato statunitense.
Gli artisti, dunque, emigranti per necessità essi stessi, apolidi o finalmente regolarizzati, sono stati e sono anche categoria che sottopone alla propria società il dubbio. Più di tante altre persone, possono, infatti, farsi portatori di una sensibilità non omologata in grado di includere, attraverso le proprie grammatiche visive, analisi e riflessioni critiche nei confronti di squilibri e problematiche – sia esistenziali, sia tangibilmente quotidiane, sia entrambe – che necessitano di urgente risoluzione. Le risposte spettano ai consessi civile e istituzionali che, oggi meno che mai, non possono permettersi un arroccamento su vecchie valutazioni e posizioni, poiché il mutamento geopolitico è in atto e inarrestabile e ciò che serve è solo e semplicemente prenderne atto e organizzarsi per accoglierlo e governarlo virtuosamente.

E’ interessante vedere come i singoli autori abbiano affrontato il tema: chi in modo più narrativo, anche nelle nominazioni delle opere, chi più concettualistico, scegliendo la figurazione o l’astrazione, la performance, l’installazione o il dispiegamento su superficie. Anche nei titoli dei lavori in mostra è possibile riscontrare il temperamento degli artisti di fronte alla questione e il rispettivo carattere stilistico, che ci dispone una poetica variegata come variegato è il mondo.

Antonio Agresti si esprime tramite meticciaggio, riversando nel mix di materiali e reperti – collage, manifesti murali di carta e colla su legno multistrato di pioppo – una peculiare forza simbolica: i suoi “Anima oscura” e “Onda anomala” ci parlano di diversità, tumulto e di coesistenza possibile; Karmil Cardone con la fotografia digitale ci propone una “Anima Mundi” magnificamente al femminile; Antonella Catini un groviglio di colori e pittura che edifica una moderna versione di “zattera della medusa”, di gericaultiana memoria, non dimenticando, qui, che l’opera-ossessione dipinta dal celebre francese nel 1818-19 raccontava anche una efferata storia di soprusi di una classe sociale e del suo potere su un’altra. Federica Cecchi, con “Alone “ e “Mani” ci consegna immagini quasi monocrome di toccante robustezza evocativa. Dell’immenso Dario Fo, (Sangiano, Varese, 1926 – Milano, 2016) è in mostra una stampa digitale tratta dal dipinto “Sbarco a Lampedusa” (realizzata a cura di Touch Art International appositamente per la manifestazione Apolidi / Identità non disperse). La composizione figurativa mima certe opere medioevali: un’antichità di cui Fo capì e comunicò la grande modernità attraverso la sua letteratura e le sue messe in scena. Non a caso, proprio “seguendo la tradizione dei giullari medievali” dileggiò “il potere restituendo la dignità agli oppressi.” (la citazione è tratta dalla motivazione dell’assegnazione, nel1997, del Premio Nobel per la letteratura). Daniela Foschi, con una tecnica mista d’impatto retinico sottopone al pubblico una ponderazione sui tanti “Dove” e “Quando” (con “Tracce” e “Impronte” contemporanee”.
Ignazio Fresu sceglie le valigie come manufatti e materia emblematica della sua ambientazione: questi oggetti, portati differentemente da molti artisti nella storia dell’arte, quasi tutti affidando ad essi un significato drammatico, in Fresu compongono “Oggetti Smarriti”, definendo quindi una nota allegorica pure nel titolo. L’installazione è costruita con una serie di queste valige in resina, ferro e ruggine e, fatta salva l’inequivocabile durezza del tema evocato, è attraverso la deperibilità e provvisorietà della materia che Fresu ci fa intravedere una certa, commovente bellezza e, dunque, un barlume di speranza. Non tutto è perduto… forse. Antonella Graziano consegna a un piccolo (cm 50×50) acrilico su tela la possibilità di una figurativa “Rinascita” dopo un reale o metaforico peregrinare; Ombretta Iardino fissa i “Movimenti di luce” – geometrie e lacerazioni della serie “Shangai” – composti da tubi modulari, di ferro, assemblati mediante l’utilizzo di calamite strutturali; i tubi lavorati a cannello allocano led dando vita a giochi chiaroscurali. Con tutti questi elementi l’artista compone un’installazione che può modificarsi ad ogni allestimento: non v’è narrazione del tema esplicitato dalla mostra ma un’allusione ad un alfabeto versatile in grado di farsi, di volta in volta, linguaggio diverso e insieme unificante.
Valentina Lo Faro incarica la sua figurina gentile, quasi una Primavera di richiamo neo-liberty (tecnica mista su tela, cm 50×50), della comunicazione di una riflessione sullo stare nel mondo e sull’avere (riconosciuta) un’identità; Fabio Patronelli, con la sua astrazione lirica sui toni acrilici del blu e dell’azzurro, nelle versioni “Mediterraneo” n. 1 e n. 2 inevitabilmente richiama terribili traversate con le famigerate carrette del mare; Adriana Pignataro sceglie il registro didascalico nel suo “Apolidi in cerca di identità” in cui strutture cromaticamente vivide celano impronte di mani; Parlind Prelashi visualizza sulla tela, con la sua tecnica mista, una sorta di spettro che emerge o è risucchiato nel buio cromatico con un grido mefistofelico – da strega delle fiabe – che pare al contempo tragico e ribelle; Eugenio Rattà reitera su un ampio fondo blu un bel volto di donna tra le rose, reso piatto e graficizzato tanto da riconvocare un certo tipo di comunicazione visiva e da rendere “Namless”, costruita sull’uso di collage e acrilico, opera-manifesto. Stefania Scala visualizza, tramite stampa digitale su carta, una sequenza di immagini che ricordano frame luminosi, gorghi di energia, grovigli di vibrazioni e onde, riassumibili nel linguaggio di un “SOS” lanciato affinché qualcuno, dall’altra parte, lo ascolti e non resti sordo e cieco; Vincenza Spiridione ne “L’abbraccio” e “Alì ha gli occhi azzurri” mescola legami letterari e pittorici di storica memoria che richiamano, almeno in un caso, l’Inferno di Dante reso dal visionario segno di William Blake: mai riferimenti furono più pertinenti, aperti al fine alla speranza con un piccolo bronzo “Dal gioco alla gioia”;
Carmelo Tommasini ha edificato due piccole sculture in ceramica – “Mammoccio seduto” e “Mammoccio totem” – dalla forza evocativa inusitata e un legame con l’originario alla base della storia dell’uomo anche universalmente inteso. Annamaria Volpe traccia un percorso minimale nell’apparentemente pacata e candida forma della “ Solitudine”, che si apre alla “Speranza”; Lisa Yachia scombussola i registri – astratto e figurativo – per una messa in opera che vede manifestarsi dalla massa cromatica alcuni elementi riconoscibili (forse); il magma pittorico richiama sia il caos della cronaca sia quello più privato, intimo e personale e non è facile reperire in essi punti di orientamento, approdi sicuri, nemmeno riferibili a se stessi e alla propria identità. Neanche un’impronta digitale può aiutare, anzi, al contrario: diventa il codice a barre di una filiera in cui le merci viaggiano liberamente e gli esseri umani no. Questo ed altro viene in mente di fronte al grande dittico (cm 300×150) a olio su stampa digitale “Road sweet home” e “Confused identity”.
Emre Yusufi produce fotografie lavorate, contaminate, che appaiono realistiche e allo stesso tempo spiazzanti, in molti casi strabilianti: la manipolazione digitale riesce a costruire scene esagerata ma che possono sembrare verosimili, un po’ come le antiche leggende e le favole; tutto è atto a creare un’atmosfera per sottolineare un dato, un percorso di senso, un pensiero, restituito con una leggerezza giocosa dietro cui può celarsi il particolare toccante: come in “Old Man” e “Old Woman” in cui Yusufi enfatizza un dettaglio, quello più pertinente e coinvolgente, il più emblematico: lo sguardo. La prassi, tipica di fumetti e animazione, affida all’ingrandimento esponenziale delle pupille dei soggetti raffigurati quel tanto di commovente e onirico da comunicare. Così, ad esempio, agli acquosi, tristi occhi dell’anziana signora – come fossero quelli di una bambina cresciuta troppo in fretta, che ha visto tanto, troppo – è trasmesso il compito di contenere e annunciare l’intero, articolato tema della mostra. E mentre lo cerchiamo lì nei suoi occhi, che pare ci guardino, sembra in essi rispecchiarsi una frase di Fëdor Dostoevskij: “Io mi sento responsabile appena un uomo posa il suo sguardo su di me.”
Grace Zanotto espone una efficace fotografia documentaristica di street performance, “Love Burka, Missione India”, da un reportage di Malini Kochupillai, fotografa indipendente e ricercatrice urbana di stanza a Delhi. La composizione parla di libertà e Identità celata e allo stesso tempo preservata – a seconda del punto di vista –, mostra controsensi e ingenera preconcetti; ma quel che resta una volta eliminato il rumore di fondo, è la struggente bellezza della composizione, il taglio di luce calda fissata dalla foto, il gesto della donna interamente coperta di stoffe colorate ed eternata da uno scatto che la svincola dal fragile posto nella vita e la consegna per sempre all’Arte.
Infine, tre cooperazioni tra artisti: del gruppo che si riunisce nel nome del Movimento Non Perdono (Roberto Marsella, Grace Zanotto, Alessandra Camera e Angelo Pacifico), che ci propone “Cadavere Squisito” e “La Tratta e il Tratteggio”; così un estratto della loro performance: “Il corpo vale in relazione al passaporto che ne determina il valore. Nel passaporto son scritte le istruzioni per la mercificazione degli organi, come un regolamento per il gioco del dottore. Quando il passaporto non garantisce l’identità del corpo esso diventa oggetto della tratta, tavola da tratteggio.”; e: “Il mare ha l’acqua salata e come un frullatore, nei suoi vortici dimentica e custodisce identità sospese. Mappe e frammenti da secoli rimangono a margine della tratta degli esseri umani. Eppure gli organi sono interscambiabili, solo però con le regole scritte nel passaporto.”
Valentina Addabbo & Gerardo Rosato distendono a quattro mani, sulla parete, una leggerissima installazione di carta e fil di ferro di dimensioni variabili con tantissime piccole farfalle notturne. “Come una falena alla luce” consta di una sovrapposizione di significati che iniziano liricamente e giungono verso il dramma perché per orientarsi in volo, questi lepidotteri seguono la luce – della luna o del sole al tramonto – per arrivare a destinazione; ma il loro istinto non considera ciò che può turbare l’ordine naturale e, purtroppo, spesso confonde la luminosità di una lampada o del fuoco; le falene, quindi, “credendo di seguire una giusta rotta – ci dicono gli artisti – sono disorientate e disilluse dalla realtà”, finendo “per bruciarsi”; ebbene: tale “viaggio verso la meta agognata ricorda i flussi migratori di uomini e donne che partono da paesi in cui non possono più stare per seguire una meta che credono essere la salvezza. Ma la luce in fondo spesso non è quella della luna ma di una misera lampadina. Molti insetti per orientarsi seguono la luna o il sole, un po’ come la stella polare per gli antichi marinai. Ogni anno il nostro paese è sorvolato da una moltitudine di farfalle notturne migratrici, tra cui alcune Sfingi che sono nate in Africa: sulla loro rotta trovano una serie ininterrotta di luci pronte ad ammagliarle e a condurle a morte sicura.”
Gli artisti§innocenti daranno corpo liquido – perché collegati via SKYPE – a una perform/azione (agita da: Petra Arndt, Franco Ottavianelli, Daniele Villa Zorn, Riccardo Marziali, Roberta Guerrera, Federica Santoro, Meletios Meletiou, Armando Moreschi, Monica Pescosolido, Davide Cortese, Mirco Vrummi) che immaginiamo nel pieno rispetto del loro carattere collegiale: densa di ironia, irriverenza dadaisteggiante e sguardo critico sulle cose del mondo. Entrano negli spazi espositivi con delle corone in testa e variamente agghindati con capi d’abbigliamento bordati da acuminati dissuasori per piccioni: quelle strisce plastiche dotate di pungoli che si applicano solitamente su muri e cornicioni per respingere i volatili. Ciò – questo è il loro comunicato – “per sperimentarne, a diretto contatto col pubblico, la prossemica, rifacendosi, ludicamente sottotono, ad una lunga sperimentazione” che passa anche per il “Cadeau” / ferro da stiro (Parigi, 1921) di Man Ray e le fisiche provocazioni di Marina Abramović & Ulay negli anni Settanta.
“I pungoli distanziano i corpi dei performer dallo spazio circostante. A prima vista rimandano a: perni in serie, aculei, antenne, distanziatori, raggiere, trofei, chiodi di fissaggio, canali di scolo per le fusione di statue in bronzo; coincidono insomma con un’aureola di raggi che ritmicamente isola e virtualmente può produrre ferite a chi osasse trascurare la barriera acuminata. Gli artisti§innocenti sono ferri da stiro viventi, il loro abbraccio potrebbe trasformarsi in morsa. Con dissuasivi, basterà vedere affiancati due componenti del gruppo, ugualmente armati di questa sorta di pettini irti (come i gatti lo sono di peli e di baffi), per prospettare l’avvicinamento e l’impossibile contatto col pubblico che non si dovrebbe presumibilmente allarmare. In effetti. i performer andranno diversificando azioni e situazioni intorno alla vicinanza dei loro corpi scenografici con quelli del pubblico.
L’immagine fotografica di dissuasivi è (…) un’immagine-gioco (…) e consta di due foto contrassegnate da un a) ed un b). Con essa gli a§i non rappresentano un’opera (da performer si esprimono infatti con azioni) ma un manifesto che attiene alla categoria del ludico. Il lettore si scoprirà incapace di comprendere il senso del raddoppiamento della figura, se non che l’effetto finale è una disattesa, una delusione. Le due copie identiche invitano a cercare inutilmente differenze (inesistenti), proprio come, allo stesso modo, nel pianeta terra la segregazione che alcuni impongono relega individui fuori dal contesto o dai gruppi di appartenenza. L’esclusione appare insensata, l’aut-aut inammissibile. I sentieri non si possono biforcare.”
“L’esclusione” appare anche a noi come qualcosa di “insensato” e ogni “biforcazione” attinente al dibattito apolidi / rifugiati / immigrati priva di valore costruttivo e di civiltà così come lo è ogni filo spinato, muro e lucchetto di cui scrive Bauman. Questo è un po’ il leitmotiv della mostra tutta e sottinteso in ogni opera esposta che si fa canale di comunicazione stratificata di tale spinosa questione.
“A te. Straniero, se passando mi incontri e desideri parlarmi, perché non dovresti farlo? E perché non dovrei farlo io?” (Walt Whitman).

Barbara Martusciello

• Tutte le informazioni sulla mostra “APOLIDI – Identità non disperse , a cura di Antonietta Campilongo:

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