L’interesse dei figli e la bigenitorialità: intervista a Anna Poli

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Dopo ben dodici anni dalla legge n.54 (Disposizioni in materia di separazione dei genitori e affidamento condiviso dei figli), finalmente si volta pagina, il disegno di legge n. 735 proposto dal Senatore Simone Pillon (Norme in materia di affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bigenitorialità) segna una importante rivoluzione introducendo la cultura della bigenitorialità.

Il dibattito sulla proposta di riforma ha via via assunto toni sempre più accesi fino a trasformarsi in una lotta di classe fra Maschi contro Femmine, nel presunto interesse dei figli.

Ne parliamo con Anna Poli, blogger di StakerSaraiTu, che è intervenuta più volte nel dibattito sui media.

La proposta Pillon sulle separazioni ha sollevato una discussione finita in una specie di lotta maschi contro femmine e per dar forza alle proprie posizioni viene tirato in ballo l’interesse del minore. Ma in cosa davvero consiste l’interesse di un bambino figlio di genitori separati?

L’interesse di un bambino figlio di genitori separati non differisce minimamente dall’interesse di un qualsiasi altro bambino con i genitori che stanno insieme. Semplicemente, su quale possa essere l’interesse del secondo non ci si interroga mai. Eppure la risposta è lì. Proviamo a riformulare la domanda: qual è l’interesse di un bambino figlio di due genitori che stanno insieme? Lei crede che a qualcuno verrebbe in mente di rispondere: “stare in una casa sola” o “che mamma e papà possano permettersi di mantenere il suo tenore di vita sempre uguale”? Certo che no. Nessuno si sentirebbe di dare a questi elementi grande rilevanza. Ci sono bambini che passano due o tre giornate a settimana a casa dei nonni per motivi organizzativi o che vi si fermano a dormire di regola, ma ci sono anche bambini che passano pomeriggi interi a cadenza regolare a casa di amici di famiglia nell’attesa che la mamma o il papà tornino dal lavoro. Qualcuno si sentirebbe di dire che questi bambini sono trattati come pacchi postali? E vi sono situazioni o momenti particolari in cui una famiglia può trovarsi a dover fronteggiare un’inaspettata condizione economica disagiata e a richiedere, per questo, uno sforzo a tutti i suoi componenti in termini di tolleranza e di abbassamento delle aspettative. Quante volte capita di dire frasi del tipo “le scarpe che ti ho comperato l’anno scorso, quest’anno non si possono comprare perché costano troppo”. Qualcuno si sentirebbe di dire che l’interesse del minore è avere le scarpe fighissime come l’anno precedente alla faccia delle reali possibilità familiari? Ecco, allora, la risposta è: l’interesse di qualsiasi bambino è avere due genitori che portino insieme i pesi che la vita inevitabilmente pone lungo ogni cammino, insieme così che non debba portarli lui, insieme così che lui non se ne trovi mai schiacciato. L’interesse del minore è, dunque, avere due genitori non separati, motivo per cui, in caso di separazione, l’interesse primario del minore non può essere fatto. Appurato ciò, occorrerà adoperarsi affinché venga fatto tutto il pensabile e il praticabile per avvicinarsi il più possibile a quell’interesse. E cioè, prima di qualsiasi altra cosa, garantire la bigenitorialità.

  • Altro termine inflazionato è quello di Bigenitorialità, che significato attribuisce a questo termine?

Bigenitorialità è un termine totalmente inutile, che è rimasto inutile fintanto che abbiamo fatto i genitori ed è diventato, invece, fondamentale da quando abbiamo smesso. Bigenitorialità è fare il genitore, non dovrebbe esserci nemmeno bisogno di specificarlo. Il genitore si fa in due. Il fatto che oggi ci siano genitori costretti a rivendicare la possibilità di esercitare il loro ruolo significa che, a livello educativo, abbiamo sbagliato qualcosa. Quello che davvero viene strumentalizzato è il significato che si dà a questa rivendicazione, quasi fosse una richiesta capricciosa, un privilegio, o (peggio!) un diritto. La bigenitorialità non è un diritto, né dell’adulto, né del bambino. La bigenitorialità è un dovere. E c’è una grossa differenza. Ora le spiego perché. Giocare al parco è un diritto di ogni bambino, ma se viene a piovere, al parco non si va e non succede nulla. Viceversa andare al lavoro (o a scuola) è un dovere, dunque se viene a piovere, ci si arma di stivali e ombrello e si parte. Il diritto è qualcosa che si può fare oppure no, il dovere è qualcosa che si fa e basta. Pensare la bigenitorialità come un diritto è un errore concettuale, ma soprattutto educativo. E questo perché, un po’ in generale, i doveri sembrano non esistere più. Eppure dovere è sinonimo di presa in carico, di responsabilità, di “mi occupo di te”. Sembra coincidere un po’ con l’interesse del minore, non le pare? Concludo dicendo che il problema della bigenitorialità non è conseguente il problema delle separazioni, bensì antecedente. Nelle situazioni altamente conflittuali, la bigenitorialità non c’è mai stata, nemmeno da coppia. Viceversa, nelle coppie che hanno fatto della bigenitorialità un valore fondante fin da subito, sono i genitori stessi a ridimensionare o addirittura a non innescare il conflitto in fase di separazione.

  • Perché proprio le femministe sono insorte contro questo disegno di legge che ha come obiettivo quello di tutelare meglio i figli?

Perché la parità è bella fintanto che è rivendicata; ottenuta ha tutto un altro sapore. Mi spiego: la lotta per la parità (dei diritti, neanche a dirlo, perché i doveri non li rivendica nessuno) ha consacrato il genere femminile come classe svantaggiata per eccellenza, oppressa, perseguitata. Il movimento femminista si è strutturato su questa rivendicazione e ha fatto del suo “essere vittima” un baluardo identitario, una bandiera: la donna è vittima in quanto donna. L’avere o meno subito una violenza non è rilevante, essa è vittima sia in atto che in potenza. Se si parte da questo presupposto, è facile capire perché di fronte a un disegno di legge che promuove l’indiscussa parità genitoriale, il discorso sia stato pilotato fuori rotta fino all’inevitabile schianto nel conflitto di genere. Il motivo è che si doveva ripristinare l’antico metro comodo per cui donna uguale svantaggiata, uomo uguale privilegiato. Peccato che nell’ambito dell’educativa familiare il ruolo indiscutibilmete dominante sia sempre stato quello della madre, dunque ad oggi è la categoria delle madri che deve cedere qualcosa in nome della parità genitoriale che, come abbiamo già detto, pare non essere così scontata come dovrebbe. La parità genitoriale si esplica (nel ddl 735) principalmente in termini di tempo, il che sarebbe niente, se non portasse con sé un ben più tragico spauracchio: il famigerato mantenimento diretto. E qui casca l’asino, perché il buon vecchio patriarcale, sessista, poco dignitoso, oppressivo, maschilista assegno di mantenimento, ecco, quello, “nell’interesse del minore”, le femministe avanguardiste proprio non lo vogliono mollare.

  • Ma è verosimile credere che tale proposta possa far aumentare i casi di femminicidio?

Ma ovviamente no! E sulla base di quale connessione, poi? Qualcuno ha detto: le donne d’ora in avanti avranno paura a denunciare una violenza perché questa potrebbe poi non essere dimostrata. Ma fosse vero! Perché l’intento è proprio quello di scoraggiare le false denunce, non quelle vere. La cosa ben più grave è che si sia costretti a questo. Personalmente, trovo che una denuncia intenzionalmente falsa sia un atto di una violenza inaudita che, quantomeno per onestà intellettuale, dovrebbe essere non solo scoraggiato, ma messo al bando e punito anche da tutte quelle associazioni sedicenti anti-violenza che purtroppo, in realtà, sono anti solo qualche tipo di violenza perpetrata contro qualche tipo di vittima. La falsa denuncia è un reato gravissimo, al momento totalmente impunito.

  • Come si spiega che non esiste un termine analogo a quello di femminicidio per le violenze sugli uomini?

Lei ha mai sentito parlare di “adolescenticidio”? No, però di infanticidio sì. Come mai, secondo lei, gli adolescenti non sono degni di avere un termine tutto loro che designi le loro morti violente? Perché le parole, nella comunicazione mediatica, sono strumentali, cioè devono servire a qualcosa. Nello specifico, a far aprire le bocche e storcere i nasi. Ora, se vogliamo caricare di dramma la morte che è la cosa più drammatica che ci sia come possiamo fare? Semplice, istituiamo i morti di serie A e quelli di serie B. Cioè i morti che fanno venire i brividi e gridare “al mostro!” e che ci servono per innescare paure e lotte e quelli su cui, invece, si può soprassedere, perché rientrano nelle cose che capitano , nel  “così è la vita”. Dunque se ad essere ucciso è un bambino di 3 anni è infanticidio, mentre se di anni ne ha 14 è omicidio; se ad essere uccisa è una donna è femminicidio, mentre se è un uomo è omicidio; se ad essere uccisa è una moglie è uxoricidio, ma se è un marito (chi indovina?) è omicidio. La serie A ha un nome suo, la serie B no. La serie A fa piangere, la serie B meno. Ma soprattutto, la serie A va sui giornali, la serie B al limite su qualche blog.

  • Ha avuto problemi per le sue posizioni sui temi trattati?

Sì, certo. Non a caso uso uno pseudonimo per firmare i miei articoli. Anna Poli è odiatissima dalle femministe. Potrei dire uno dei rari, rarissimi casi in cui una donna è odiata proprio in quanto donna, un odio di genere, insomma. Che a quanto pare è possibile anche quando è perpetrato dalle donne. Questo giusto per dare un’idea di cosa si può fare maneggiando il magico potere della strumentalizzazione delle parole.

foto: Andrea Messaggeri

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Tutto si integra nell’eterno ritorno: ciò lo sanno gli umoristi, i santi e gli innocenti. -Pier Paolo Pasolini

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