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Mariella Romano: in Italia manca una cultura della mediazione

di Mario Masi
Con il disegno di legge n. 735 (Norme in materia di affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bigenitorialità) proposto dal senatore Simone Pillon si sono innescati una serie di conflitti di opinione, spesso purtroppo supportati solo da pregiudizi ideologici, che hanno il sapore più di difesa di interessi di parte che di una autentica ricerca di una soluzione che tuteli prima di tutto i minori nei casi di separazione.
Uno degli argomenti più dibattuti riguarda quella della mediazione familiare. Molti solo ora apprendono di questa opportunità che permette di andare oltre la formula del conflitto giudiziale .
In Italia sembra essere quasi del tutto assente una cultura della gestione del conflitto nel rispetto dell’altro. Penso si tratti di una vera e propria questione educativa. Noi adulti i non alleniamo i nostri bambini o adolescenti a saper litigare , rispettando sé stessi e gli altri , attraverso il confronto , il dialogo , l’ascolto, provando a trovare una strategia  vincente per le parti configgenti , senza per forza distruggersi e /o offendersi” afferma la dott.ssa  Mariella Romano, mediatrice familiare- scolastica e  conduttore di gruppi di parola.
Uno dei meriti del DDL 735 è stato anche quello di far prendere coscienza di come manchi in Italia una cultura della mediazione, specialmente quella rivolta agli adolescenti. Ne parliamo con la dottoressa Romano
Cosa sono i gruppi di parola?
I Gruppi di Parola sono una risorsa per la cura dei legami familiari durante la separazione dei genitori. Un  intervento innovativo che apre sentieri  inediti per i bambini e le loro famiglie. In ogni  fase della separazione  è fondamentale  la capacità dei genitori  di aiutare i figli a dare un senso a ciò che sta accadendo  e a ricomporre i tanti sentimenti che affollano la loro mente e il loro cuore. Ciascun bambino ha un proprio modo di reagire, diverso a seconda dell’età e della sua storia con i genitori, ma di sicuro per nessuno è facile comprendere cosa stia succedendo, cosa accadrà domani e cosa vogliono dire frasi come “Anche se mamma e papà non stanno piu’ insieme continueranno a volerti bene”. Ecco che allora diventa importante ascoltare i bambini, offrire loro uno spazio in cui senza  patologizzare  né banalizzare la separazione, possano “mettere parola  sul dolore”con l’aiuto di conduttori, professionisti specializzati.  I  GDP  consentono ai bambini e agli adolescenti  di avere un tempo ed uno luogo in cui narrare i propri vissuti rispetto all’evento  separativo. La circolarità all’interno del gruppo permette la ricostruzione della storia di ciascuno e di dare  un senso a quanto sta accadendo, nonchè ai futuri scenari di vita.
Come si svolgono gli incontri?
I GDP possono essere formati da bambini di età compresa tra i 6 e i 12 anni o adolescenti tra i 13 e i 16 anni; i gruppi normalmente composti da 8/10 partecipanti, prevedono quattro incontri a cadenza settimanale, di due ore ciascuno, con merenda nell’intervallo.  Ai GDP si puo’ partecipare  solo se iscritti da entrambi i genitori. Durante i primi incontri  i sentimenti, le emozioni, i desideri, le paure, trovano voce attraverso i giochi, i collage, i cartelloni, i disegni, le rappresentazioni  teatrali, la scrittura,  i libri illustrati e la parola appunto, come risorsa principale. Il quarto incontro sarà poi suddiviso in due momenti, il primo con i bambini, il secondo  con la mamma ed il papà per uno scambio tra genitori e figli con una letterina finale. L’elaborato composto con le frasi dei singoli ma che rappresenta il lavoro del gruppo,  parla di come i figli percepiscono i cambiamenti dovuti alla separazione e dei propri genitori.  La lettura è sempre un momento delicato, alcune frasi mettono a dura prova i genitori che spesso ignorano di quanta consapevolezza e profondità di sentimenti possano essere capaci i bambini.
In quali altri ambiti dell’adolescenza può agire la mediazione?
Imparare a mediare è una necessità  storica in risposta all’aumento della conflittualità ed aggressività registrati nei maggiori centri di aggregazione sociale (famiglia, scuola , lavoro…). Anche attraverso il conflitto le persone entrano in relazione tra di loro, litigare puo’ diventare un momento importante e produttivo di crescita, tutto dipende da come il conflitto verrà affrontato.  Scegliere la mediazione come tecnica di risoluzione della conflittualità  per gestire situazioni difficili senza trasformarle in inevitabili rotture, rappresenta una scelta innovativa, controcorrente rispetto ai messaggi prodotti per le grandi masse, promotori  di una tendenza in cui si predilige il piu’ forte e non sempre necessariamente il piu’ valido.  Sulla scorta della mia esperienza di mediatrice dei conflitti , ho potuto constatare come  la mediazione rappresenti una valido strumento per ripensare le relazioni , in special modo all’interno del contesto scolastico.  Poiché non esiste un età precisa per imparare a mediare, la mediazione fra pari (peer mediation) potrebbe essere proposta  anche a partire dalla scuola primaria come una sorta di live learning program. Un programma di apprendimento per tutta la vita che consenta di attuare un processo di sviluppo o recupero delle capacità relazionali , che unisca i curricula didattici tradizionali a questo innovativo strumento di formazione.
Che risultati si riescono a ottenere?
Grazie alla peer mediation (mediazione tra pari), i ragazzi appositamente formati da un mediatore scolastico, aiutano i loro compagni, coinvolti in dispute, a trovare soluzioni soddisfacenti per tutte le parti coinvolte. In particolare la mediazione tra pari valorizza l’educazione nel gruppo dei pari restituendo senso di responsabilità ai ragazzi, rendendoli piu’ consapevoli delle dinamiche  e delle emozioni che nascono dalle relazioni quotidiane.  La peer mediation consente ai giovani di acquisire  competenze, quali la capacità di ascolto, di accoglienza e  di collaborazione, tramite laboratori esperenziali  condotti  direttamente con i compagni.  Al contempo essa permette alla scuola di (ri)acquisire la propria identità di centro di aggregazione sociale e di produzione di identità,  su cui occorre fare affidamento per la costruzione di sani rapporti sociali.
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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