Crisi economica e disuguaglianze. OMS: attuale generazione con minori aspettative di vita

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Di Paolo Cappelli

Nei paesi ricchi, la speranza di vita è aumentata, in media, di tre mesi all’anno dalla metà del diciannovesimo secolo. Secondo alcuni studi, i bambini che nasceranno nel 2060 potranno avere un’aspettativa di vita vicina ai 100 anni. Secondo altri, però, è stato raggiunto un limite insuperabile. Se, da un lato, i progressi in campo medico hanno messo al bando alcune malattie del passato e si è sempre più vicini a scoprire la cura per alcune patologie mortali, la realtà è che per la prima volta negli Stati Uniti si è accorciata l’aspettativa di vita.

Un recente rapporto del National Center for Health Statistics mostra che nel 2007 i nordamericani avevano un’aspettativa di vita di 77,9 anni. Nel 2008, di 77,8. Anche se la differenza è di un solo mese e bisognerà verificare se non si tratta di una flessione periodica (come è già successo nel 1993), gli esperti ritengono necessario approfondire il caso. Sarebbe semplice imputarlo unicamente alla crisi attuale, anche se quest’ultima potrebbe non essere l’unica causa. Secondo gli esperti, quindi, conviene analizzare gli effetti di quei fenomeni patologici che hanno fatto registrare una crescita. Alcune delle principali cause di morte, segnatamente le cardiopatie, il cancro, le patologie cardiovascolari, gli incidenti e il diabete, si sono statisticamente ridotte. Senza dubbio, però, è aumentato il numero di persone che muore per patologie respiratorie, renali, Alzheimer, suicidio e ipertensione. Analizzando più in dettaglio le cifre, si può rilevare una componente sociale. Se l’aspettativa di vita negli Stati Uniti è diminuita di un mese, la cosa non vale per tutti. Tra i bianchi  è aumentata tra lo 0,2 e le 0,5%, mentre tra gli afroamericani e gli ispanici  è diminuita tra l’1,9 e il 3%.
“Sappiamo che i fattori sociali sono quelli più determinanti per la salute”, afferma Joan Benach, condirettore di EMCONET (Employment Condition Network – www.emconet.org), un’organizzazione che si occupa della relazione tra condizioni di lavoro e salute e che è parte della Commissione sui Determinanti Sociali della Salute dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Anche se l’aspettativa di vita globale è utilizzata come indicatore del progresso, si devono estrarre alcuni aspetti specifici dei dati generali: possono esistere differenze anche fra quartieri di una stessa città. “Tra i più ricchi e i più poveri di una stessa città ci può essere una differenza nell’aspettativa di vita di vent’anni”, aggiunge Benach, “e con la crisi è chiaro che stanno aumentando la disoccupazione, la precarietà e le disuguaglianze”.


Uno dei primi studi ad annunciare una diminuzione dell’aspettativa di vita, pubblicato nel New England Journal of Medicine,  risale al 2005. Esso suggeriva che l’epidemia di obesità tra i bambini si sarebbe tradotta in una riduzione della durata della vita tra i 4 e i 9 mesi: “Ed è una stima ottimista”, come gli stessi autori dell’Ospedale pediatrico di Boston e dell’Università dell’Illinois avevano sottolineato. Anche l’OMS ha lanciato l’allarme, dicendo chiaramente, per bocca del suo direttore generale Margaret Chan, che questa potrebbe essere la causa per cui la generazione attuale “potrà essere la prima da molto tempo ad avere un’aspettativa di vita inferiore a quella dei propri genitori”. Sei morti su 10, ogni giorno, si devono a malattie non trasmissibili, spesso legate alle abitudini di vita e sono la ragione per la quale i bambini di oggi potranno vivere meno della generazione precedente.

Un altro studio più recente, effettuato dalla School of Public Health di Harvard e pubblicato lo scorso settembre nel British Medical Journal, indica che una condizione di sovrappeso in età media può ridurre del 79% la possibilità di avere una vita lunga e sana. Per raggiungere questi risultati, gli autori hanno esaminato i dati di 17.000 donne, tutte infermiere, concludendo che quelle in sovrappeso vivevano meno. Lo studio  indica che i dati relativi all’acquisizione di peso a partire da 18 anni e fino all’età media possono essere utilizzati in maniera predittiva per calcolare l’aspettativa di vita di una persona. L’effetto domino dell’obesità è chiaro, perché strettamente legato all’ipertensione, al diabete e ai problemi cardiocircolatori.

Anche nell’obesità esiste un gradiente sociale. Oggigiorno, mantenere un peso adeguato ha un prezzo che i ceti sociali più bassi non possono permettersi: “Saranno sicuramente questi i gruppi più interessati”, citava lo studio pubblicato nel New England Journal of Medicine. Oltre ad avere minori possibilità di accesso ad una educazione alimentare, gli alimenti più grassi risultano anche meno costosi. Ad esempio, in Italia, una persona che segua una dieta mediterranea (più sana, a più alto contenuto di verdura e frutta e con meno grassi) spende ogni giorno circa otto euro. Una dieta meno salutare, con più grassi, costa circa 6,70 euro al giorno, secondo quanto rilevato dall’Instituto Municipal de Investigaciones Médicas nella città di Barcellona. In paesi dove la frutta e la verdura sono ancora più cari, la differenza è addirittura maggiore. L’incidenza dell’incremento dei prezzi di molti alimenti a causa della crisi non è stato ancora studiato, ma non è difficile intuire che possa avere avuto un’influenza su questo fenomeno. Gli esperti non sono concordi sul fatto che la crisi possa incidere sulla nostra salute e accorciare la nostra aspettativa di vita e anche gli studi predittivi al riguardo sembrano non essere in grado di dare una risposta certa. Se è chiaro che la qualità della vita dei cittadini viene realmente influenzata, non si può stabilire un collegamento diretto con l’aspettativa di vita.

Da un lato, alcuni segnalano che la minore liquidità porta i cittadini a rinunciare ad alcune delle “trappole” dell’abbondanza e quindi a migliorare il proprio stile di vita: si camminerà di più anziché prendere l’automobile per qualsiasi spostamento e si mangerà meno e in maniera più sana. Chissà che non possano riemergere gli aspetti più salutari dell’austerità. Uno studio recente pubblicato su The Lancet, una delle principali riviste angloamericane di medicina generale, con numeri speciali di oncologia, neurologia e malattie infettive, indica che, con la crisi, gli incidenti automobilistici (una delle principali cause di immortalità) sono diminuiti del 4,2% nell’Unione Europea. Dall’altro, un altro studio pubblicato sempre su The Lancet, indica che, dall’inizio della crisi, il numero dei suicidi è aumentato del 2,4% in Europa.

Secondo i ricercatori dell’Università di Oxford e della Facoltà di Igiene e Salute Tropicale di Londra, il numero di suicidi aumenta dello 0,8% per ogni punto percentuale di disoccupazione. È stato osservato anche un aumento del 2,4% negli attacchi di cuore. Nello studio sono stati utilizzati i dati dell’OMS sulla mortalità tra il 1970 e il 2007, che sono stati incrociati con i dati della disoccupazione. Tuttavia, non ci sono dati che indichino fino a che punto queste percentuali si riflettano sulla speranza di vita globale.

Come evitare, allora, che la crisi finanziaria possa erodere, oltre alle finanze, anche anni di vita? “La risposta non si trova nell’aumento della spesa per la medicina di assistenza, ma nelle condizioni di lavoro e di vita”, secondo Miguel Porta, professore di salute pubblica presso l’Università Autonoma di Barcellona. A simili conclusioni è giunto anche uno degli studi di The Lancet: “I governi  che impiegano risorse per preservare i posti di lavoro o per velocizzare il reinserimento nel mondo del lavoro possono prevenire l’aumento di queste morti”, concludono gli autori, suggerendo inoltre che nei Paesi dove si investe meno in programmi di reinserimento, il prezzo da pagare in termini di qualità e quantità di vita sarà maggiore. “Nei paesi in cui l’investimento in questo tipo di programmi raggiunga almeno 190 dollari pro capite, la crisi finanziaria non rappresenterà un fattore di maggiore mortalità”, sottolineano. Il benessere che permette di vivere meglio è diventato, in una certa misura, un trappola per la speranza di vita. Porta riconosce che forse abbiamo fatto un uso non adeguato alla nostra salute delle possibilità offerte dal benessere, ma non esclude neanche il problema dell’inquinamento. Anche se in questo campo gli esperti sembrano non essere tutti concordi, egli ipotizza che una riduzione dell’attività industriale potrà portare a un miglioramento della qualità dell’aria e quindi della vita.

C’è da dire, e non è una novità, che le differenze in termini di aspettativa di vita sono veramente forti tra paesi ricchi e paesi poveri, i quali, al di là della crisi che si vive ora in Occidente, vivono già da anni una crisi profonda. In Giappone l’aspettativa di vita raggiunge gli 82,6 anni. In Spagna e Italia si nasce con un’aspettativa di circa 81 anni è senza dubbio uno dei paesi africani dall’aspettativa di vita più alta è il Ghana, con i suoi sessant’anni. In Etiopia il limite scende a 52,9 anni e in Mozambico a 42,1. Secondo la OMS, in tutto il mondo l’aspettativa di vita aumenterebbe di cinque anni se si eliminassero i cinque fattori principali di rischio per la salute: la malnutrizione infantile, il sesso praticato senza protezioni, la mancanza di acqua potabile e di misure di sanità pubblica, il consumo di alcol e lo stress. Si tratta delle cause di un quarto dei 60 milioni di morti che ci sono ogni anno nel mondo.

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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