Jean Dubuffet In mostra a Venezia fino al 20 ottobre 2019. Una rassegna, a cura di Sophie Webel e Frédéric Jaeger

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di Lara Ferrara

Uno dei più importanti artisti francesi del dopoguerra, Jean Dubuffet, a Venezia…

Jean Dubuffet, noto per la sua “art brut” ed il suo stile semplice, primitivo, le sue immagini sembrano quasi incrostate sulla tela, il suo tratto unico lo ha reso famoso in tutto il mondo. Infatti la superficie della sua tela è spesso costituita da materiali come catrame, ghiaia, scorie, ceneri e sabbia legati con vernice e colla.
Affascinato dall’arte dei bambini e dei pazzi, l’artista crea il termine “arte grezza” (art brut) che riporta in pittura tutta l’energia violenta di quel mondo.

Molte delle opere di Dubuffet sono assemblaggi, il risultato della combinazione di oggetti trovati ed altri elementi creando un risultato tridimensionale integrato, come per Porta con gramigna (1957, Guggenheim Museum, New York), opera che si compone principalmente di frammenti di dipinti, erba e sassi.

L’artista torna oggi protagonista con una considerevole rassegna, a cura di Sophie Webel e Frédéric Jaeger, che intende rendere omaggio e ricordare l’importanza di due celebri mostre che, proprio nella città lagunare, hanno segnato il percorso dell’artista: le esposizioni a Palazzo Grassi nel 1964 e al padiglione francese della Biennale nel 1984, palcoscenici importanti scelti da Dubuffet stesso per presentare in esclusiva i suoi lavori più recenti dell’epoca. La mostra è ospitata tra i saloni ricchi di storia del piano nobile di Palazzo Franchetti, prestigioso palazzo di origine quattrocentesca con affaccio diretto sul Canal Grande ed è organizzata dalla società che ha in gestione la sede espositiva, ACP, con la preziosa collaborazione della Fondazione Dubuffet. Il catalogo è edito da Five Continents Editions.

La mostra a Palazzo Franchetti presenta i tre cicli più importanti dell’opera di Dubuffet: dalla serie Célébration du sol, in cui l’artista approfondisce negli anni Cinquanta le ricerche sugli infiniti effetti della materia e a cui appartengono le Matériologies e le Texturologies, al ciclo L’Hourloupe, il vero «nucleo centrale» della ricerca di Dubuffet, come scrive Daniel Abadie, «che orienta il versante precedente e seguente», sviluppato tra il 1962 al 1974 e presentato per la prima volta proprio nella mostra a Palazzo Grassi nel 1964. Le circa venti opere selezionate per questa sezione rivelano come la normale percezione del mondo sia messa in discussione dalle sollecitazioni visive dei sinuosi grafismi di questa serie, trasformandosi continuamente nello sguardo dello spettatore. È un’arte affollata, ricca di suggestioni, quasi chiassosa, come indica il termine stesso di “Hourloupe” (dal francese entourlouper, turlupinare), creatrice di un universo alternativo in grado di penetrare il reale stesso. A questo ciclo appartengono anche interessanti sculture, come l’opera monumentale collocata nel giardino del Palazzo, affacciati direttamente sul Canal Grande e quindi grande visibilità, a pochi passi dal Ponte dell’Accademia. Concludono il percorso gli anni Ottanta con la serie Mires, ben rappresentata in mostra da circa quindici dipinti che, con colori vibranti e fluide pennellate, fanno cedere i limiti fisici del quadro. Sono questi i lavori scelti da Dubuffet per rappresentare ufficialmente il suo Paese alla Biennale di Venezia del 1984. A completare ed arricchire il percorso espositivo, è proposta una selezione studiata di disegni, gouache e documenti a testimonianza delle mostre del 1964 e 1984, accompagnati da fotografie, lettere ed articoli che non tralasciano le sperimentazioni musicali dell’artista. Nello stesso periodo si dedica alla scultura, ma in modo insolito. Preferisce infatti utilizzare materiali ordinari come la semplice carta e polistirolo leggero, che modella in maniera molto veloce per poi passare facilmente da un lavoro ad un altro, come bozzetti su carta. Il suo ultimo lavoro ,infatti, è composto da dipinti in poliestere di grandi dimensioni e sculture in resina.
Prevale comunque in tutto il suo lavoro una mitigazione della violenza, alleggerita da elementi di vitalità ed umorismo.

Lara Ferrara

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