Chiara Giannini: in Italia c’è necessità di una rivoluzione culturale

Chiara Giannini è una giornalista vera e una donna tosta. I suoi articoli raccontano di guerre, vere o personali. I giornalisti veri scrivono quello che vedono e ascoltano e sono sempre lì, sul posto, che sia in Tunisia, di fronte ai barconi in partenza per l’Italia o davanti a un camion che in Afghanistan viene incontro all’impazzata pronto a esplodere, o su un elicottero diretto chissà dove. Sono molti i protagonisti che Chiara ha incrociato lungo il suo cammino e l’ultimo suo libro dedicato a un protagonista della politica italiana è stato oggetto di una feroce discussione, spesso addirittura bandito da alcune fiere della letteratura, in una Italia dove la democrazia è sempre più un paravento di un regime senza re, infestato da molti re.

In ‘Io sono Matteo Salvini’ pone 100 domande al più noto e acclamato politico italiano. Un libro verità che mi ha ricordato le interviste di Oriana Fallaci, non a caso citata dal leader politico come autrice del suo libro preferito. Chi è Salvini? Che idea si è fatta?

“Salvini è il personaggio che vedete. Un uomo che vuole cambiare l’Italia e per farlo ci mette tutto se stesso. È il papà che toglie tempo ai figli per darlo agli italiani, ma che appena può corre da loro, perché dare qualcosa di buono a questa terra significa soprattutto darlo proprio ai figli. È un politico serio, impegnato a 360 gradi in ciò che fa. È una mente pazzesca. Riesce a parlare a braccio per ore, sintetizzando concetti spesso difficili da sintetizzare” 

Lei è una giornalista e inviata di guerra. Il Giornale, Libero, Il Tempo, La Nazione, Oggi. Ha curato reportage da Afghanistan, Libano, Tunisia, confine libico, non posso esimermi dal chiedere un parere sulla questione porti chiusi-porti aperti.

“Ho visto coi miei occhi e più volte la partenza dei barconi dalle coste dei Paesi del Nord Africa. Quello che vi stanno raccontando è un’emergenza per gente che scappa dalla guerra. In realtà c’è un disegno ben preciso per far arrivare gente in Europa. Spesso chi parte viene finanziato proprio da Ong e altre realtà europee. L’ho scritto più volte, l’ho documentato, ma a tutti conviene fare orecchie da mercante. Basterebbe investire in Africa i soldi che impieghiamo per accoglierli e l’immigrazione clandestina sarebbe fermata per sempre. Così non si favorirebbe il finanziamento ai criminali del traffico di esseri umani. I porti, per me, restano chiusi”. 

Quali sono state le esperienze nelle zone di conflitto che l’hanno più segnata?

“Sicuramente l’attentato del gennaio 2014. Per poco un camion non si schianta addosso al mezzo militare su cui viaggiavo. Il conducente è stato ucciso dai nostri militari. Ci ho messo mesi a riprendermi, ho avuto un disturbo da stress post traumatico. Ma non ho mai smesso di partire”. 

“Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci”. Come commenta la replica di Giorgia Meloni a un velenoso articolo pubblicato su La Repubblica?

“Giorgia Meloni è una grande guerriera come me. Questa frase mi appartiene moltissimo. Ha fatto bene a rispondere così al vergognoso articolo pubblicato su Repubblica che ho provveduto a segnalare al Consiglio di disciplina dell’Ordine dei giornalisti di appartenenza. Spero che stavolta facciano qualcosa. In Italia sembra siano punibili solo i giornalisti che lavorano per i giornali di Centrodestra. Occorre una rivoluzione culturale. Il pensiero deve essere libero, come sancito dall’articolo 21 della nostra Costituzione. Invece, se appartieni a un’area politica diversa da quella di sinistra, devi essere censurato, annientato, ignorato, come è successo a me al Salone del libro di Torino. Poi, però, vinci”. 

Com’è la comunicazione politica in Italia?

“Da quando ci sono i social funziona almeno lì. Ma i politici dovrebbero smetterla di twittare o postare troppo e dovrebbero parlare più con noi giornalisti”. 

Cosa manca alla politica italiana oggi?

“Spesso onestà. A parte poche eccezioni, vedo gente che una volta eletta neanche più ti saluta, a meno che non abbia bisogno di te. Invece c’è bisogno di tornare al contatto con la gente. Solo così ci si riavvicina al popolo. Perché anche i politici sono cittadini come noi”. 

di Mario Masi

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