Alda Merini, mia madre

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Alda Merini è la poetessa italiana più amata. Una donna donna ribelle, passionale, sognatrice, una donna che ha sofferto, che ha lottato per avere quello che desiderava, con un carattere difficile, testarda, tenace, bisognosa di continue attenzioni.

La prima figlia, Emanuela, ne racconta la vita domestica e pubblica, attraverso i ricordi personali e gli scritti ritrovati. Una donna che anche se ha passato la vita chiusa tra il manicomio e una casetta di quarantacinque metri quadri, libera lo è stata per davvero. Ma prima di essere, donna e madre è stata un poeta. Ecco, quello da cui non poteva liberarsi, quello che è stato davvero il suo daimon: la poesia.

Fu il padre Nemo a far germogliare l’amore per la scrittura. Di lui Alda ha scritto: “Mio padre, un intellettuale molto raffinato, aveva tratti nobilissimi. Taciturno e modesto, sapeva l’arte di condurre bene i suoi figli e fu il mio primo maestro. Mi insegnò fin da bambina a leggere e a scrivere ed ebbi in lui un grande curatore e un padre amorevolissimo”.

Non fu altrettanto buono il rapporto con la madre “Non ho mai visto una donna più bella e più altera di mia madre. Da noi la chiamavamo la Montenegrina. Era alta, flessuosa e nobile. Il mio complesso di inferiorità cominciò proprio da lei. L’educazione di mia madre era tutta nel terrore che emanava dalla bellezza. Era perfettamente eguale a Monna Lisa. Per più nobile, più peccatrice”.

A dieci anni vinse il Premio Giovani Poetesse Italiane, che le fu consegnato dalla regina Maria José e consisteva in un libretto della Cassa di Risparmio di mille lire.

Alda conobbe la devastazione dei bombardamenti: “La mia casa è stata distrutta dalle bombe. Noi eravamo sotto, nel rifugio, durante un coprifuoco; siamo tornati su e non c’era più niente, solo macerie. Ho aiutato mia madre a partorire mio fratello: avevo 12 anni. Un bel tradimento da parte dell’Inghilterra, perché noi eravamo tutti a tavola, chi faceva i compiti, chi mangiava, arrivano questi bombardieri, con il fiato pesante, e tutt’a un tratto, boom, la gente è impazzita.”

Il 14 ottobre ’43 un secondo terribile bombardamento obbligò la famiglia a lasciare Milano. Alda lavorò come mondina in un paesino in provincia di Novara.

Finita la guerra il ritorno a Milano e la delusione di non poter proseguire gli studi: “Avevo 15, 16 anni. Ero un enfant prodige, una secchiona. Però niente università perché al liceo Manzoni mi hanno respinta in italiano e dopo non mi hanno mai più vista. Così ho frequentato l’istituto professionale Solera Mantegazza. Ero un genio io, invece mi hanno detto che ero confusa, perfino che non capivo un tubo”.

Il dopoguerra fu il periodo della frequentazione dei salotti letterari. Il suo talento si affermò e venne riconosciuto da scrittori ed editori come  Giorgio Manganelli,  Vanni Scheiwiller, Giacinto Spagnoletti, Eugenio Montale, Salvatore Quasimodo, Pier Paolo Pasolini.

Già nella sua prima produzione emergeva la simbiosi dell’erotico e del mistico, l’antitesi di tenebra e luce.

Il mondo letterario le si strinse intorno nel momento in cui emerse la sua parte più fragile. Scriveva l’editore Spagnoletti: “Lo psichiatra che la teneva in cura si è dimostrato scettico sui risultati di un anno e mezzo di psicanalisi, di elettroshock, ecc. L’ha dichiarata, a bruciapelo, inguaribile. E allora, vista questa situazione, ho pensato che sarebbe giusto, umanamente, intervenire con quello che ella ha di più suo, cioè con la poesia. Chissà che questo non serva di più che gli elettroshock”.

Ricorda Emanuela Carniti come Pasolini individuò con esattezza “alcuni tratti significativi di mia madre, non solo della sua poetica ma anche dal punto di vista umano. La mostruosa intuizione, l’inquietudine nervosa, i sensi infelici, l’oscurità, l’attesa”.

Nel 1953 Alda conobbe mio padre, Ettore Carniti, l’uomo della sua vita, nel bene e nel male.

Tornano costanti nei suoi versi il senso di incertezza, di angoscia, di premonizione della malattia. Si leggano questi versi da “Il testamento”: Io non fui originata ma balzai prepotente dalle trame del buio per allacciarmi ad ogni confusione. Se mai io scomparissi non lasciatemi sola; blanditemi come folle!

Emanuela ricorda nel libro due date importanti: “nel 1955 morì nonno Nemo e nacqui io, nel ’58 nacque mia sorella e nel ’59 morì la nonna Emilia, dalla quale mia madre si sentiva molto sostenuta, sia sul piano pratico, poi ché abitava a due passi, sia emotivamente.”

La casa piccola e il marito panificatore sempre fuori casa non rendevano la vita facile. Era difficile trovare il tempo e lo spazio per suonare il pianoforte, e per scrivere: “me la ricordo sempre sul tavolo della cucina, in qualche canto, prima con la penna e poi con la macchina da scrivere, china su un foglio.”

Il clima in casa non era certo sereno. I dissapori e le tensioni erano probabilmente accentuati dalla delusione della mamma di non avere più quell’attenzione e quel successo che aveva avuto. Non riusciva più a trovare editori disposti a pubblicare i suoi scritti.

Fu una prolungata assenza del marito fuori casa a scatenare la discesa negli inferi della poetessa.

“Ho un ricordo netto di quella sera – scrive Emanuela – era una domenica, il 31 ottobre 1965, d’altronde avevo già 11 anni, vedevo la rabbia di mamma che montava, la tensione si tagliava con il coltello, e io pensavo che chi sa cosa sarebbe successo quando lui fosse rientrato. Quando papà arrivò lei era molto agitata, gridava, piangeva, gli andò incontro brandendo un ombrello, senza far- gli nulla ma era fuori di sé. Papà non sapeva come comportarsi, cosa fare per calmarla, ricordo che fece due telefonate, poi accompagnò me e mia sorella dalla portinaia, dopo un po’ arrivò la Croce Verde, e sentimmo la mamma che urlava mentre la portavano via.”

Alda finì all’ospedale psichiatrico Paolo Pini e iniziò un calvario che durò fino al 1978.

Così descrive il primo impatto con l’ospedale: “Fui quindi internata a mia insaputa, e io nemmeno sapevo dell’esistenza degli ospedali psichiatrici perché non li avevo mai veduti, quando mi ci trovai nel mezzo credo che impazzii sul momento stesso quando mi resi conto di essere entrata in un labirinto dal quale avrei fatto molta fatica ad uscire. La sera vennero abbassate le sbarre di protezione e si produsse un caos infernale. Dai miei visceri partì un urlo lancinante, una invocazione spasmodica diretta ai miei figli e mi misi a urlare e a calciare con tutta la forza che avevo dentro, con il risultato che fui legata e martellata di iniezioni calmanti”.

Ogni tanto Emanuela, rimasta solo col padre, la sorella che viveva a Torino da parenti, prendeva un tram e andava da sola a trovare la mamma al Paolo Pini: “molte volte quando mi scorgeva arrivare gridava: “Vai via, vai via”, probabilmente non voleva che la vedessi chiusa lì dentro e in quello stato.”

A 15 anni Emanuela va via da casa con il fidanzato. Si specializza come infermiera psichiatrica: “lo desideravo fin da quando mamma era stata internata… In fondo è sempre così, si curano gli altri per curare anche se stessi, guardando negli altri guardi dentro di te, e cerchi di conoscerti.”

Emanuela ci mostra nel suo libro una Alda Merini anche sei suoi lati più spigolosi del carattere: “Sono contenta che abbia incontrato persone che sono riuscite a vedere la sua grande vena creativa e la sua genialità e le siano state accanto tollerando i suoi eccessi. E magari la sua smodata richiesta di attenzione poteva anche essere divertente e gratificante. Ma nella quotidianità era ingestibile. Con l’età questi suoi atteggiamenti sono andati esasperandosi, ma prevaricatrice lo è sempre stata da che ho memoria. Mamma ti toglieva la tua identità, ti derubava di te stesso.”

Ne esce il ritratto di una donna non adatta a vivere con altri, perché troppo desiderosa di essere libera da vincoli e responsabilità

Quando era ormai consumata dalla malattia, in fin di vita, Emanuela chiama le sorelle: “Se volete vedere la mamma ancora una volta, vi conviene venire”. Ci siamo trovate tutte e quattro attorno al suo letto, e allora credo che anche la mamma abbia capito che era arrivato il momento, perché non lo so, non lo so davvero quand’è che ci aveva viste tutte insieme. Allora con un fil di voce si è messa a cantare una strofa di Porta Romana, che in un verso dice “La gioventù la passa, la mamma muore”.

Nella bara di Alda Merini misero una stecca di sigarette, i soldi nella sottoveste, dove li teneva abitualmente, un cappello, una foto di Ettore e una rosa.

di Mario Masi

 

Emanuela Carniti
Alda Merini, mia madre

Manni editore

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Tutto si integra nell’eterno ritorno: ciò lo sanno gli umoristi, i santi e gli innocenti. -Pier Paolo Pasolini

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