Salone del Libro di Torino, se la fede è amica della ragione

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Di David Spiegelman

In principio era il Verbo non è solo l’incipit del Libro, ma anche la codificazione di uno stile. L’idea che la cultura cristiana sia ostativa, se non incompatibile con la conservazione e la diffusione della cultura umanistica e delle scienze, appartiene a un iconoclasmo irragionevole, privo di fondamenti storici. L’intervento del cardinal Bagnasco in margine al Salone del Libro di Torino si colloca nel quadro di una fase che vede la Chiesa raffinare la sua missione, dalla dimensione mistica e profetica esaltata dal pontificato wojtyliano, a quella dell’attuale assetto vaticano, che vede ai vertici uomini di cultura ancor prima che pastori.
Benedetto XVI, prima di ascendere al Soglio, ha percorso una carriera in cui la connotazione pastorale ha un peso minoritario, rispetto agli aspetti accademici, con l’incarico universitario statale, e di governo con il mandato alla Congregazione per la dottrina della fede. Parimenti il cardinal Bagnasco, prima di tornare nella sua Genova dove lo aveva preceduto il Segretario di Stato Bertone, ha un profilo di intellettuale ancor prima che di vescovo. Tutto questo ha reso e rende la Chiesa più attenta che un tempo agli aspetti della produzione e della gestione della cultura, di cui l’attività editoriale è un aspetto fondamentale. La rappresentazione caricaturale di una Chiesa ossessivamente protesa alla dissimulazione, se non alla censura, per quanto fondata su un dato storico incontrovertibile, ha ormai lasciato il passo a una visione a suo modo rivoluzionaria, come dimostra il documento “Segni della memoria e sfida educativa”, illustrato dal presidente Cei nel quadro della rassegna libraria torinese. Negare la rappresentabilità di quel che contraddice la prospettiva della salvazione, infatti, non fa che acuire l’interesse del potenziale fruitore, fino ad alonare il fenomeno nascosto di un fascino che si fa polarità spesso irresistibile. Gli strumenti della cancellazione sono inutilizzabili, di fronte alla potenza di un fatto culturale: non più tardi di un paio di anni fa, un grande romanzo sulla seconda guerra mondiale e sulla Shoah si era imposto all’attenzione mondiale per la scelta spiazzante del punto di vista del narratore: un ufficiale nazista, contabile dello sterminio, che riduce la soppressione degli Ebrei a un puro problema aritmetico e meccanico. Eppure questo scandaloso “Les Bienveillantes” di Jonathan Littell, penalizzato nel mondo culturale italiano da una politica promozionale forse non adeguata oltre che da una indubbia difficoltà dell’opera, è un testo indispensabile per attingere nell’intimo la ferocia cieca dei totalitarismi del Novecento, ai fini della comprensione e del riscatto umano. In altri contesti, si sarebbe trattato di un libro proibito, se non impubblicabile. Andrebbe invece diffuso come un manuale del Disumano, per intendere che si tratta di una categoria inesistente, in quanto anche i comportamenti peggiori sono connaturati alla nostra stessa natura, imperfetta e quindi emendabile soltanto in una prospettiva metafisica.
In un mondo dove produzione e trasmissione dei fenomeni culturali sfugge ormai a ogni concreta possibilità di controllo, sarebbe infatti una insensata campagna di retroguardia lavorare nel senso di quel «troncare, sopire» proprio di una Chiesa che ha visto calare consenso e credibilità proprio perché parsa arroccata alla difesa di una visione del mondo spesso indifendibile, proprio perché trasmessa ai fedeli e ai non credenti secondo moduli canonicamente non comprensibili fino in fondo. Se dal punto di vista iconico i 27 anni di Giovanni Paolo II hanno rappresentato un periodo di grande effetto spettacolare, il capo della Chiesa che si vede donare gli occhiali a lenti gialle di una rockstar concreta il massimo della desacralizzazione. Andare incontro al mondo per compiacerlo, fa invece sapere papa Ratzinger quasi in ogni dettaglio del suo mandato pontificale, perfettamente in linea con i suoi principali collaboratori, significa soltanto banalizzare un messaggio sul quale non esistono margini di trattabilità. L’essenza stessa della Rivelazione cristiana, per chi ne accetti significato e contenuti, è fondata su una provenienza non umana e quindi ontologicamente destinata a un’accettazione integrale, per farsi canone di interpretazione della realtà e guidarne le trasformazioni.
Ha quindi buon gioco il cardinal Bagnasco a sottolineare come la cultura editoriale, intesa come strumento di tutela dei valori umani e quindi del Cristianesimo, concreti «un’occasione di portata storica, per chi non voglia rassegnarsi al fast food pseudo culturale, alla epidermide delle gratificazioni istantanee, alla rassegnata abdicazione dei depressi». La Chiesa insomma, anche nel settore dell’elaborazione culturale in editoria, abbandona quell’adesione seduttiva ai parametri di una malintesa visione del Moderno, per tentare di reimporre la forza del messaggio evangelico in base alla sua sola forza logica, fondata appunto sul Verbo.

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Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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