Dostoevskij, la leggenda del Grande Inquisitore

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Di Mariano Colla

La leggenda del “Grande Inquisitore”, capitolo del romanzo “I fratelli Karamazoff” di F. Dostoevskij, sembra riproporre, con sorprendente attualità, l’irrisolto rapporto tra idealismo e realismo. Gustavo Zagrebelsky, in una recente conferenza tenuta all’Accademia dei  Lincei, ne traccia una nuova esegesi, evidenziando le tensioni che il racconto fa emergere fra i simboli della fede e del potere. Il Cristo e il Grande Inquisitore  a confronto, un dialogo forse improponibile, in realtà un monologo dell’Inquisitore in cui egli afferma la sua visione del mondo e i valori guida dell’umanità, finalmente affrancata, in tale visione, da inquietudini e ansie esistenziali.

Ritratto di Innocenzo X, Francis Bacon

Due simboli salvifici a  confronto, ognuno con sulle spalle il peso della salvezza dell’umanità, il Cristo per renderla libera e l’Inquisitore per renderla schiava. Ma ciò che pone il suggello al presunto contraddittorio  tra i due personaggi, dove chi parla è l’Inquisitore, mentre il Cristo è tremendamente silenzioso, è il bacio finale. In quel bacio del Cristo all’Inquisitore si manifesta la profondità e la poesia dell’opera di Dostoevskij. Con quel  bacio si apre un dilemma aperto a più interpretazioni.

Il bacio del Cristo provoca nel vecchio un fremito, la percezione di un atto inatteso che irrompe, con la sua dolcezza , nella fredda corporeità dell’Inquisitore. Il sentimento, anche se brevemente, fa capolino nella gelida razionalità dell’uomo che, con metodo, cinismo e logica freddezza, cerca di contrastare il messaggio evangelico del Cristo. Ma anche l’Inquisitore, dietro al fremito di quel bacio, fa  emergere la fragilità  umana, l’impossibilità, anche nei momenti più estremi, di bandire totalmente il sentimento dalla propria natura. Il cuore del vecchio Inquisitore, di fronte a un puro atto d’amore, un bacio non strumentalizzato, fa sentire la sua voce e apre la porta a uno scenario imprevedibile, non deterministico, luogo di riconciliazione, di recupero di un sentimento mai morto, di un dubbio. Un bacio non tanto da intendere, sostiene Zagrebelsky,  come rivincita del religioso sul dogmatico, ma atto umano, semplice e concreto, che riafferma la luce del bene sulle tenebre,  della libertà sull’oppressione. L’effetto, imprevedibile,  sull’Inquisitore è tale da fargli convertire la condanna al rogo, già pronunciata nei confronti del Cristo,  in  un perentorio invito  a non tornare mai più, per non sovvertire l’ordine che la gerarchia ha stabilito per governare e controllare l’uomo secondo la “ragion del volgo” e non la “ragion di fede”.

Il monologo si svolge nelle cupe prigioni dell’arcivescovado di Siviglia, nella plumbea atmosfera di quel tragico e infausto periodo del cristianesimo. L’Inquisitore, nel suo ruolo salvifico, cela, dietro una immagine esangue, quasi a competere con le sofferenze del Cristo, la fredda determinazione dell’uomo di potere. Cristo, pur riconosciuto dal vecchio uomo di Chiesa, viene sottoposto, 1500 anni dopo, a un nuovo processo  e condannato,  perché l’amore e la libertà non sono di questa terra. Ragioni che, in estrema sintesi, ripropongono il contrasto e la lotta perenne tra libertà e autoritarismo. Cristo è l’eponimo della libertà. Tentato, nel deserto, da Satana  che gli offre la ricetta del governo degli uomini, fatta dal pane, dal mistero e dal potere politico, egli rifiuta, affermando la sua indipendenza dai mali che costringono l’uomo in schiavitù, privilegiando una diversa scala di valori etici e morali. Con questo atto il Cristo propone la libertà e scardina la dipendenza che priva l’uomo di un dono inestimabile per affermare la propria individualità e dignità. Ed è qui che l’Inquisitore gli dice “tu hai voluto essere adorato in libertà dello spirito e non sulla base della coartazione dell’animo degli uomini. Richiamando gli uomini alla libertà tu li hai sottoposti a una peso che non vogliono sopportare, perché l’uomo preferisce essere guidato, piuttosto  che essere autonomo nell’ orientare la sua esistenza e, vedrai che nel nome del pane, del mistero, e del potere, l’uomo seguirà noi e non te ”.

L’ordine del mondo è troppo prezioso per metterlo a rischio con il ritorno delle parole del Cristo. In questa affermazione l’Inquisitore abbraccia un ruolo apparentemente benigno, perché, valorizzando la precedente ricetta, salva l’uomo dal pericolo ma, nel contempo, lo priva della libertà.  “L’umanità va gestita come un gregge e  noi questo lo sappiamo fare e tu non puoi disturbare questo nostro progetto. La tua possibilità  l’hai avuta ora tocca a noi”, sostiene l’Inquisitore.

Cosa aspettarsi di fronte a tali affermazioni? Dostoevskij privilegia un gesto, che, semmai, avrebbe potuto essere violento, affermativo della  autorità del Cristo, ma una tale scelta avrebbe contraddetto la legge della libertà contro la legge della necessità rappresentata dall’Inquisitore e, quindi, lo scrittore propone un gesto d’amore. Ma il bacio può essere considerato come un gesto di connivenza o di convivenza tra i due attori, quasi un accordo tra il bene e il male, tra libertà e autoritarismo? L’interpretazione dicotomica del dialogo, che impone al lettore la decisione di schierarsi o con il Cristo o con l’Inquisitore,  sembrerebbe favorire una interpretazione non basata sul bacio come mediazione, come compromesso.

Dostoevskij da che parte sta? Non è chiaro. E’ come se la interpretazione della leggenda sulla libertà fosse lasciata alla libertà. E questa libertà riguarda ognuno di noi, ieri come oggi. Nella leggenda vi si legge  una condanna del corpo secolare della Chiesa, costantemente compromesso con il potere e l’autoritarismo, spacciati a fin di bene, dell’uso politico della religione  e della fede in Cristo come l’unica via per giungere alla verità, con l’esclusione della altre fedi per salvarsi dalla logica del nichilismo. Ma nella rinuncia dell’uomo alla libertà, Dostoevskij ci fa anche  intuire come le cause del nichilismo siano non tanto una conseguenza del cristianesimo ma, in qualche modo, contenute nel cristianesimo stesso, il quale sposta i valori nella metafisica, abbandonando il mondo  a se stesso, separando, appunto, il senso dal mondo.

Dostoevskij vive nel periodo in cui nella filosofia si afferma l’esistenzialismo di Kierkegaard, Shopenhauer e Nietzsche. Essi affermano il principio della individualità dell’uomo. La ragione dialettica hegeliana è accusata di totalitarismo, perché non dà conto di tale individualità, della filosofia della vita. Peraltro lo stesso Dostoevskij ne “I fratelli Karamazoff” afferma: “ il segreto dell’uomo non consiste nel sopravvivere ma nell’avere qualche cosa per cui valga la pena di vivere”. In tale ottica il bacio può essere il segno di un rapporto e di una comunicazione, l’invito al recupero di una propria sensibilità, di una propria interiorità. Afferma Zagrebelsky che se noi concediamo al Cristo il mondo dell’ideale  e a quello dell’Inquisitore il mondo del reale, questi due mondi possono essere messi in tensione senza essere reciprocamente distruttivi, come invece sosteneva l’Inquisitore che temeva il ruolo distruttivo dell’ideale.

Potrebbe esserci quindi una tensione teologica generata dal bacio che, secondo la interpretazione di Bonhoeffer, genera un rapporto tra le cose ultime di Dio e le penultime dell’uomo. In sostanza il Cristo ognuno se lo deve dare secondo la sua libertà morale, o come fede umana o come fede religiosa, ed è questo un messaggio che manifesta tutta la sua attualità in un periodo di forte contrasto tra presunto relativismo e incombente dogmatismo.

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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