Il piacere della felicità

Come definire ed esprimere la felicità nella frammentarietà temporale? Con il piacere.

Non c’è mai stato al mondo uomo che non si sia augurato di non vedere l’indomani.
La definizione più semplice della felicità è “non aver bisogno di nulla se non di se stessi”. Il problema è che per raggiungere questo stadio di autonomia sarebbe necessario possedere una notevole quantità di stoicismo o di cinismo. Diogene arringava la folla gridando “Ehi, uomini!”, e , all’accorrere di molti, li respinge sprezzante “Uomini chiamai, non canaglie”.

Parliamo del piacere.
Il piacere è una sensazione di appagamento densa, tangibile. È verità. Per crearsi un alibi gli umani hanno usano la parole “amore” che, quando si riferisce al rapporto tra i sessi, è un altro modo di definire l’attrazione sessuale o il piacere. E’ di pochi l’incapacità di resistere alle pulsioni del corpo. L’amore è connesso strutturalmente al piacere. Infatti le teorie di Platone sull’amore platonico, non hanno trovato e non trovano molto seguito.
Perché i filosofi costruiscono teorie che sembrano dimenticare che l’uomo è un animale generalmente incapace di tenere a bada i propri impulsi, se si escludono rarissime eccezioni di persone che hanno raggiunto il dominio di se stessi?

Alla radice c’è sicuramente l’incapacità di auto dominio, di indirizzare le proprie energie mentali verso obiettivi capaci di dare senso alla propria vita.

Lara Ferrara