Nord Africa in rivolta al grido di pane e democrazia

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Di Paolo Cappelli

Il nord dell’Africa, dall’Egitto al Marocco, passando per la Libia, l’Algeria, e la Tunisia e giù fino alla Mauritania, sta vivendo una fortissima crisi e i cittadini di quei paesi reagiscono facendo sentire la propria voce. Un forte e diffuso dissenso assume la forma di una ribellione alla politica, ai governanti, all’economia. Paesi tradizionalmente stabili, perché soggetti, finora, a regimi più o meno autoritari si stanno rivelando polveriere. Il motivo della protesta, di manzoniana memoria, è apparentemente semplice: il prezzo del pane sembra continuare a crescere senza arrestarsi. L’impressione, tuttavia, è che non sia tutto qui. La fame del popolo non è di solo pane però. Il popolo cerca la democrazia e si lancia rabbiosamente alla ricerca di alcuni valori universali e immanenti: l’equità sociale, l’uguaglianza, l’affermazione del diritto, la volontà di veder rispettata l’autodeterminazione di sé stessi, prima che di uno Stato.

Egitto. Una manifestante bacia un agente di polizia antisommossa

Stiamo assistendo a una civiltà che si piega su sé stessa, in una situazione in continua evoluzione. Molti di questi Paesi hanno fatto registrare, nel recente passato, una crescita costante, anche se a velocità diverse, del proprio Prodotto Interno Lordo. Le popolazioni non si spiegano, allora, perché la ricchezza non sia stata ridistribuita alla società attraverso investimenti strutturali. La politica di rigore e autoritarismo creata e fatta sedimentare in molte democrazie nordafricane ha portato, rispetto al passato, al miglioramento delle condizioni generali di vita. Ciò ha dato avvio a una tendenza ormai quasi estranea all’Europa, ovvero quello dell’elevata natalità. In Tunisia, tanto per fare un esempio, l’età media è di molto inferiore a quella italiana (più di metà della popolazione ha meno di 35 anni); la società è ampiamente rappresentata (circa il 40% dei posti pubblici, anche dirigenziali, è occupato da donne); il livello di scolarità è alto. Per contro, la disoccupazione giovanile supera il 42%. Se questi fattori vengono sommati al ruolo crescente, per quantità e importanza, dei nuovi media e delle nuove tecnologie, la situazione diviene presto squilibrata: tanti i giovani, quindi tanti i disoccupati; tante e forti le aspirazioni di vivere meglio, di conoscere il mondo; tanta la rabbia che le oligarchie al potere tendono a reprimere, invece di dare loro voce. I media allora diventano proprio questo: la voce dei senza voce. E’ il Mediterraneo che non riesce a parlare al Mediterraneo.

Contro il presidente tunisino Ben Ali è stato emesso dall’Interpol un mandato di cattura internazionale (che coinvolge anche la moglie e altri 6 parenti), richiesto proprio dal governo tunisino di transizione, per appropriazione indebita e sottrazione di fondi. Ma Ben Ali è stato la causa stessa del proprio declino. Negli ultimi 20 anni, oltre a risanare di fatto l’economia del proprio Paese (distraendo fondi dalle casse dello Stato, secondo i suoi detrattori), non ha fatto altro che creare le condizioni perché la gran parte della sua popolazione, i giovani appunto, maturassero delle aspettative, alle quali la bramosia di potere (e forse di soldi) non ha saputo dare una risposta. Lo stesso si può dire dell’Egitto, teatro in queste ore di altre manifestazioni e, purtroppo, di scontri tra i movimenti e le forze di polizia a Ismailia e Suez. Gheddafi, che vede la piazza agitarsi anche sotto le sue finestre, anche se in maniera ancora limitata, dice che vede nelle proteste l’intervento di una mano straniera invisibile. Curiosamente, è la stessa frase pronunciata da Ben Ali una settimana prima della sua capitolazione. C’è preoccupazione, inoltre, per quanto potrebbe avvenire domani. La situazione in molti di questi paesi è tesa e molti osservatori pensano che, dopo la preghiera del venerdì, la gente vorrà restare nelle strade e far sentire la propria voce.

In tutto questo, l’Occidente fa sentire troppo pacatamente la sua voce. La mancanza di una posizione chiara e netta è vista con sospetto al di là del Mediterraneo. Se è vero, da un lato, che la Commissione europea ha già preso contatti con il nascente governo tunisino ai fini dell’invio di un team di osservatori in vista delle future elezioni politiche, dall’altro il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha chiesto al presidente egiziano Mubarak di fermare le violenze, anche se non è chiaro cosa ciò significhi. Non è chiaro, cioè, se Obama auspica un ripristino dell’ordine costituito (sono più di 1000 gli arresti già effettuati) o la concessione di quanto auspicato dai manifestanti, ovvero una maggior dialettica politica e una vera alternanza alla guida della nazione (Mubarak è in carica dal 1981). Aspirazioni simili motivano le proteste in Yemen, dove la folla scesa nella capitale Sana’a porta avanti anche le istanze di un sud separatista. Le vere motivazioni delle proteste, quindi, possono essere ricondotte a un concetto di facile enunciazione e difficilissima, almeno per il momento, concretizzazione: l’evoluzione della forma statuale in vera democrazia (sullo stile di quelle occidentali), senza allontanarsi dalle peculiarità cui ogni nazione non vuole, legittimamente, rinunciare. I forti movimenti giovanili, oggi, chiedono semplicemente e laicamente che la situazione evolva in senso democratico per realizzare le proprie aspirazioni. Ma questo non ha nulla a che fare con la religione, perché non c’è differenza tra un disoccupato francese e uno magrebino in termini di insoddisfazione sociale. Lavoro, democrazia ed emancipazione non sono stati sostituiti da concetti quali fede, etnia e nazionalismo. Ciò ha un’immediata conseguenza sul piano geopolitico.

Quella a cui assistiamo è la terza grande ondata di democratizzazione del mondo, dopo l’America Latina e i Paesi del blocco ex-sovietico. Fino a questo momento il mondo musulmano è stato presentato come una polveriera fatta di fondamentalismo e i fatti stanno dimostrando che non è così. La miglior situazione per la pace internazionale è la democrazia: questo è il motivo per il quale la democrazia non si esporta. Viceversa si creano le condizioni per una naturale evoluzione di uno stato verso questa forma di governo, eliminando tutti gli elementi di destabilizzazione esistenti o potenziali, se necessario anche usando la forza. E’ questo il senso di quelle missioni che l’Italia svolge all’estero con i propri soldati: non esporta la propria democrazia, ma fa in modo che il Paese in cui si trova ne sviluppi una propria.

Vale la pena spendere due parole su quanto Pino Arlacchi, sociologo e oggi eurodeputato, scrive a proposito del grande imbroglio dello scontro tra civilità: “La guerra tra civiltà è una categoria che nasconde conflitti originati da altro. La persecuzione anticristiana cui assistiamo è la conseguenza di un inquinamento della religione a opera della politica. In Medio Oriente, cristiani e musulmani hanno professato liberamente la propria fede per millenni, senza che ciò desse luogo a guerre di supremazia di una religione sull’altra”. Certo, è impossibile non dare il giusto risalto al problema della difficoltà tra etnie. E’ chiaro che esiste un conflitto tra religioni in medio oriente. La situazione dei cristiani copti in Egitto, ad esempio, è difficile, ma la matrice delle violenze non è solo religiosa e certamente non lo è affatto in origine.

Concludo con un accenno al nostro Paese: oggi un buon numero di senatori ha ascoltato il Ministro degli Esteri Frattini riferire in merito ai documenti relativi all’abitazione di Montecarlo, che parrebbe essere effettivamente intestata al cognato del Presidente della Camera. Quando poi il discorso si è spostato sulla situazione in Tunisia, Algeria e Libia, l’aula si è svuotata. E’ ovvio che la nostra classe politica (e forse anche una parte di quella dirigente) pensa ad altro e dimenticare di presta la dovuta attenzione al fatto che ogni qual volta ci sono molti giovani, molte aspettative, una scarsa liquidità e un maggior ruolo dei media nasce del trambusto. Vista l’importanza attribuita dalla politica e dai media ad alcune note questioni, mi chiedo se non sia il caso di occuparsi di altro.

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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