Il linguaggio giovanile: un’affermazione di identità

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Di Vanessa Mannino

Nonostante siano passati ben 150 anni dall’Unità d’Italia, l’unità linguistica sembra tuttavia non essersi ancora realizzata, non solo per le varietà linguistiche dialettali diffuse nelle varie Regioni, ma anche per la crescente propagazione tra i giovani di un linguaggio nuovo, definito come un vero e proprio atto di identità tra gli adolescenti. Quando si parla di linguaggio giovanile, o più opportunamente di “uso linguistico dei giovani”, si intende un tipo di linguaggio che secondo Sobrero è caratterizzato essenzialmente da cinque componenti quali: una base di italiano colloquiale informale, scherzoso; uno strato dialettale; uno strato gergale «tradizionale»; uno strato gergale «innovante» (spesso effimero); uno strato proveniente dalla lingua della pubblicità e dai media. A caratterizzare nello specifico il linguaggio dei giovani, non sono tuttavia i singoli elementi che lo compongono, ma il modo in cui essi vengono mescolati tra di loro al fine di originare un nuovo idioma. Tale idioma, legato alla comunicazione tra coetanei, ha il fine di solidificare l’appartenenza al gruppo attraverso un accorciamento delle parole (tranqui per tranquillo, fanta per fantastico), una loro deformazione o attraverso l’applicazione di suffissi. Del linguaggio giovanile, tuttavia, fanno parte anche molti termini tratti dalle lingue straniere: ne è un esempio l’uso diffuso di parole come cabeza, flash, puta o sister. Nella sociolinguistica si evidenziano le diverse funzioni di tale linguaggio, tracciando un iter che va dalla funzione ludica, quindi di divertimento, fino alla funzione di autoaffermazione, dove il ragazzo utilizza la sua creatività linguistica per farsi notare. Non a caso, infatti, un aspetto essenziale del linguaggio giovanile è la sua evoluzione continua: si tratta spesso di invenzioni che non lasciano alcuna traccia, di trasformazioni che non sopravvivono a lungo. Oggi un ruolo importante nell’evolversi di tale idioma è giocato anche dall’uso delle nuove tecnologie e dalle possibilità comunicative da esse offerte.

Il linguaggio giovanile può essere un espediente per non farsi capire dagli adulti, un codice segreto che non permette l’accesso a chi non fa parte del gruppo. E’ con l’evolversi della tecnologia che le parole del mondo dei computer entrano prepotentemente nel lessico. A sedurli sono soprattutto le forme abbreviate: come “nick” per dire nome, o “mandami una mail” invece di scrivimi una lettera. Oppure, l’uso di “SMS” che sostituisce la parola “messaggio”. E’ proprio con l’avvento dei nuovi media che la scrittura è tornata a rivestire un ruolo importante nella comunicazione e si è inserita nei domini appartenenti da sempre all’oralità, trasportando l’informazione in tempi vicini a quelli del parlato e in quelli della comunicazione face to face. Questo avviene anche grazie alla diffusione delle chat o dei social network, che richiedono una comunicazione veloce e un linguaggio rapido per definire emozioni o stati d’animo, a volte rappresentate tramite brevi smiles o emoticons che tutti i giovani sono in grado di decodificare. E’ stato Benedetto XVI, nella 45esima Giornata Mondiale per le Comunicazioni Sociali, a sottolineare come le tecnologie non stanno solo modificando il modo di comunicare, ma la stessa comunicazione. Non a caso, molti sono gli studiosi che affermano come questo tipo di scrittura comporta da una parte un impoverimento nel vocabolario dei ragazzi, che adattano il linguaggio orale alla scrittura, dall’altra una barriera che i giovani creano nei confronti degli adulti, rendendo tramite tale idioma il loro mondo impenetrabile e inaccessibile.

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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