Intervista a Giancarlo Ciccozzi, pittore e scultore contemporaneo

Giancarlo come vedi lo stato dell’arte in questo periodo di crisi?

Mostre di livello internazionale ormai spente e conclusesi male sono implose nel buio di musei inaccessibili, congelati. I musei sono vissuti solo dallo spirito di opere-fantasma già sottratte agli sguardi del pubblico per chissà quanto tempo e con chissà quali conseguenze. Sono reduce da una mostra al Metropolitan Pavilion di New York; l’esposizione si è chiusa nei primi di marzo, tornando in tempo per non rimanere “confinato” negli USA. Le opere della mia collezione più recente, ben 18, e quelle di altri artisti internazionali, sono ancora “sequestrate” nei magazzini del museo. Insomma, tutto è sospeso, con il timore reale che non se ne uscirà a breve. Il settore ne risentirà enormemente e l’elenco delle “vittime” che si ritroveranno senza lavoro saranno soprattutto gli artisti, i curatori, i critici d’arte, i giornalisti, la stampa specializzata, i manager e gli allestitori. Da una parte ci saranno le grandi istituzioni che sopravvivranno per il loro prestigio e il loro potere economico, non fosse altro che per non farle fallire, e purtroppo, dall’altra, ci saranno molte realtà minori, ovvero piccoli musei, pinacoteche, fondazioni, associazioni, rassegne, che sicuramente non ce la faranno. E pensare che sono proprio queste ultime che hanno fatto della bellezza dell’arte un bene sociale disseminato in tutto il mondo. Ho notato comunque un aspetto positivo. La pandemia ha fatto crescere il desiderio di cultura delle persone e delle comunità. In un momento storico in cui milioni di persone sono fisicamente separate la cultura è un legame che unisce, aiuta, che fornisce conforto, ispirazione e speranza. In questi tempi difficili l’arte è una boccata d’ossigeno che dona sollievo. Artisti famosi utilizzano i social media per trasmettere la loro arte gratuitamente diffondendo messaggi positivi e informazioni sul coronavirus. Intere comunità, isolate nei loro appartamenti si ritrovano sui balconi per cantare e ballare insieme. I musei, i teatri dell’opera e le istituzioni culturali chiuse al pubblico hanno fatto finalmente un “bagno di umiltà” offrendo gratuitamente spettacoli e mostre virtuali tipo quella di Raffaello a Roma. Riflettendo nell’ambito strettamente professionale, credo si debba ridimensionare il discorso della consacrazione dell’arte solo con i parametri di mercato. Questa potrebbe essere la volta buona. Provo a spiegarmi meglio. La consacrazione di un vero artista avveniva prima ad opera del museo o della critica dell’arte e, successivamente, del mercato. La consacrazione, quindi, avveniva prima a livello istituzionale. Oggi, invece, è quasi sempre il mercato a influenzare il mondo istituzionale o le valutazioni degli storici dell’arte. Non esiste artista contemporaneo riconosciuto come tale, che non sia stato prima consacrato dal mercato e dai collezionisti. Sono loro che decidono se acquistare o meno, e a quali prezzi, le sue opere. Naturalmente l’Italia e i suoi artisti sono fortemente svantaggiati a livello globale vista la situazione economica che, anche prima della pandemia, certamente non era e non è una delle migliori. In breve, il mio desiderio sarebbe quello di tornare a reinterpretare il concetto del bello, magari riattualizzato, ma senza troppe esagerazioni.

Parlaci di come stai vivendo questo momento?

Auto-confinato, in quarantena, isolato quasi volontariamente a colpi di decreto. Un allontanamento dal mondo che si sta rivelando con una dimensioni spaziale e temporale formidabile che ha inevitabilmente cambiato le mie abitudini e le mie aspirazioni. In questo periodo sono diventato l’artista, il pubblico e il critico, ma non l’acquirente. Cambiando l’ambiente in cui l’opera viene pensata e realizzata, si modifica anche il contesto in cui essa è recepita. Le trasformazioni che stiamo vivendo si concentrano nello spazio prettamente domestico, nello spazio chiuso della casa o del laboratorio di fortuna di pochissimi metri quadrati. E’ qui che sperimento il mio isolamento, ed è qui che faccio esperienza del mio tempo, facendomi attraversare da esso e dei suoi mutamenti. Non dico che prima ero abituato agli open space degli artisti newyorkesi, ma proprio ora mi accorgo maggiormente dell’esigenza della mia intimità. Ora, è proprio il caso di dire che sto producendo opere fatte in casa, ma per la casa. Cosa mi spingeva prima a sforzarmi di codificare il comportamento e i gusti altrui? Adesso lo sto capendo a pieno. Mi conformavo troppo al modo di vedere e di pensare di chi mi circondava e mi rendeva meno sincero soprattutto con me stesso. Questo periodo è un acceleratore eccezionale di emozioni, pensieri, idee e amplifica enormemente i processi che erano già in me. Mi reputo a tutti gli effetti un artista “bohémien” e restare confinato in casa non per mia scelta mi rimane abbastanza difficile. A volte sono emotivamente distaccato da ciò che mi capita intorno tanto da non percepire la reale pericolosità dell’epidemia in corso. A volte mi fermo, rifletto e confermo di essere ancora quello che sono sempre stato; un eterno sognatore. Forse è proprio questo che mi dà la forza per tirare avanti. E’ proprio adesso che la pandemia mi pone dinanzi ad un momento inedito e complicato. L’organizzare la mia “normalità” personale e professionale, quella “normalità” senza regole e imposizioni che o sempre avuto. La mia vita da nomade si è ristretta al tragitto che va dal soggiorno di casa al mio “laboratorio minimo” al piano basso. Oltre a dipingere mi soffermo alla riorganizzazione digitale dell’archivio delle opere, alla cura del web e spesso ad intrattenere colloqui con personaggi del mondo dell’arte finalizzate alla ricerca di una una visione sul prossimo futuro. Ma la vedo abbastanza dura, soprattutto dover rinunciare ad impegni per il 2020 già presi in precedenza come la mia personale all’Aquila con Vittorio Sgarbi, alcune mostre a Tirana, un’altra a Long Island negli USA con il mio gallerista Armando Principe. Questa pandemia sta emancipando il mio concetto di spogliarmi di tutto, fino al minimo indispensabile, ripensando sinceramente alle cose che davo quasi per scontate. L’idea di essere rinchiuso in una società impaurita, non libera, focalizza ora il mio pensiero sul concetto pieno di libertà.

Che cosa ne pensi delle misure di sicurezza prese dal governo italiano?

Questa situazione di sospensione senza certezze costringerà la stragrande maggioranza degli operatori del settore dell’arte a invertire la rotta. Naturalmente saranno anche i fruitori a pagarne le spese. Guardando oltre recinto di casa il mondo dell’arte sta attraversando un momento critico della sua storia. Dopo tante opinioni e teorie, ad oggi, se i governi dei vari paesi del mondo non provvedono immediatamente con importanti azioni di sostegno c’è la reale possibilità che il sistema dell’arte non regga all’urto. Mi viene in mente il periodo della grande depressione americana del ’29, il famoso New Deal di Roosvelt. Fu lo stupefacente piano di riforme e investimenti messo in campo dal ’33 al ‘39 per superare quel tragico periodo della comunità americana. Proprio in quel momento di crisi nazionale vennero coinvolti tanti artisti statunitensi che, grazie anche all’instancabile lavoro e al talento degl’intellettuali, dei ricercatori, degli ingegneri, degli architetti e dei creativi, rimisero in moto tutto il mercato che vi gravitava intorno. Realizzarono in breve tempo progetti per lavori pubblici, processi di riqualificazione urbana, grandi mostre internazionali, riuscirono ad attrarre e a generare nuovi flussi di utenza, di consumo e di comunicazione legata al turismo culturale. Figure come Jackson Pollock, ritenuto l’eroe della rinascita americana e capostipite della “Scuola di New York”, Mark Rotcho, Willem de Kooning piuttosto che Helen Frankenthaler o Franz Kline, divennero i “miti dell’arte mondiale”, ma non solo. Sarebbe un progetto unico per l’Italia, quando soprattutto a livello europeo si dovranno rivedere norme più eque che ripartiscano denaro e potenzialità tra tutti gli stati membri.

Cosa comunicano le tue opere in questo periodo?

Nel mio caso rimango sempre molto restio a dare spiegazione dei miei dipinti. Già da tempo ho smesso di dargli un titolo scrivendo solo numeri. Rimango sempre sorpreso nel sentire che i miei dipinti comunicano una sensazione di pace e di armonia. In realtà essi sono una lacerazione. Nascono dalla sofferenza, appagato e rassicurato dal fatto che l’arte, almeno per me, è sempre un “eterno ritorno”, come il dolore. Il tempo, la vita e la sofferenza mi consumano quasi inconsciamente, ma non mi tolgono la dignità. I segni violenti, le ferite inferte ai materiali o alle tele stesse, rappresentano episodi indelebili con i quali ho imparato a convivere. Una tela dilaniata, logorata, bruciata fino a mostrarsi dal dentro, non è forse un elogio a quelle persone che hanno vissuto tremende sofferenze? E questa pandemia non è una vera sofferenza? A volte le parole non mi sono d’aiuto quando provo a parlare della mia pittura. La mia pittura è una realtà che non riesco a rivelare con le parole. Per l’arte si traduce in gioia e positività. Come diceva il maestro Alberto Burri “le parole, per me, non contano nulla, esse parlano intorno alla pittura. Ciò che voglio esprimere appare nella mia pittura”. E’ proprio l’opera d’arte che dà vita a nuove emozioni, a nuove idee e nuove discussioni. Non è tale se non possiede un “hic et nunc”, un qui ed ora, una collocazione spazio-temporale che le fa assumere il ruolo di testimonianza storica. Proprio ora, come a testimoniare questa dolorosa sofferenza, abbiamo bisogno di arte e di bellezza, di positività e coraggio di andare avanti.

Lara Ferrara

Leave a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.