Massimo Osanna nominato direttore generale dei musei dello stato

Massimo Osanna, direttore del Parco Archeologico di Pompei,è stato nominato direttore generale dei musei dello stato lo ha deciso il ministro dei Beni culturali e del turismo Dario Franceschini.

Massimo Osanna, classe 1963, uomo con la sensibilità filologica dell’archeologo, ma con il dinamismo di amministratore delegato: sa bene che gli organismi complessi – insieme culturali e economici – si reggono nell’identità sull’equilibrio fra ricavi reali e trasferimenti straordinari, finanza di impresa e pianificazione strategica.

Osanna già direttore generale del parco archeologico di Pompei, una delle poche realtà, che prima della paralisi mortifera del corona virus, contraddicevano il senso di ineluttabile sconforto e di pigro declino che, dagli anni Novanta, ha segnato il nostro Paese.

In una Italia abituata ad affidarsi ai demiurghi e agli autocrati
Osanna ha sempre esercitato l’arte maieutica e la persuasione in maniera sfiancante sulla vecchia struttura, composta da dirigenti magari validi ma non propriamente aperti alle innovazioni: «Quando ho nominato a capo dell’ufficio tecnico una donna di 40 anni, Anna Maria Mauro, di carattere e molto competente, è stato un trauma per la vecchia dirigenza, per lo più maschi di età assai più matura», dice con il sorriso duro di chi ha compiuto una cosa non da poco nelle intenzioni e non scontata nella sua effettiva realizzazione. E, poi, attingendo ad una educata ironia molto da borghesia lucana (il papà Raffaele, morto quando lui aveva tre anni, era un ginecologo e la mamma Rosa Antonia ha tuttora, insieme al secondo marito Antonio Vaccaro, una casa editrice, Osanna Edizioni, specializzata in letteratura latina e in meridionalistica), aggiunge sempre sorridendo: «Quando spiegai alla mia struttura più tradizionalista che avremmo digitalizzato l’archivio, mi guardarono straniti e mi dissero: “Ma, così, lo vedono tutti”».

Osanna è uno “tosto” che si è formato nelle scuole meridionali. È di Venosa, in provincia di Matera: «La cittadina di Quinto Orazio Flacco. Gli scavi romani non erano recintati. A otto anni, io e i miei amici andavamo in bicicletta a cercare i reperti. Un mio compagno di giochi teneva sotto il letto un teschio umano. Ho sempre desiderato fare l’archeologo. E ci sono riuscito». Il suo percorso universitario è italiano: «Sono allievo diretto di Mario Torelli, che a sua volta è stato un allievo di Ranuccio Bianchi Bandinelli». La sua frequentazione assidua del circuito accademico internazionale ha aggiunto competenze e relazioni, senza però togliere desiderio di appartenenza alla comunità nazionale.
Concludendo, la speranza del dopo covid è, per l’Italia, drammatica. Ma la contaminazione fra cultura e organizzazione, filologia e managerialità ci darà un senso di speranza per il futuro.

Lara Ferrara

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