Nello storico villaggio sanatoriale di Sondalo si salvò un Tintoretto

Vi racconto la storia di un museo edificato nel novecento per combattere la tubercolosi. Un luogo tutt’ora curativo grazie all’aria pura e a gli alberi che lo circondano al sole delle Alpi.

A Sondalo hanno combattuto contro la tubercolosi per anni. Una malattia che nel secolo scorso era endemica e costringeva migliaia di pazienti a lunghe degenze in luoghi come questo, ancora attivo come ospedale, con i suoi lunghi padiglioni costruiti sui pendii dell’alta Valtellina.

Vi è ancora contenuta una collezione di oggetti ed immagini dell’epoca che testimoniano la nascita e l’attività dell’ex Villaggio Sanatoriale di Sondalo, attualmente ospedale “Eugenio Morelli”.
Si può visitare ed il suo percorso di visita si svolge nei locali che un tempo erano destinati all’accettazione dei pazienti.

La prima parte del percorso è dedicata alla malattia.

Tra Ottocento e Novecento la tubercolosi cessò di essere considerata una malattia romantica – il ‘mal sottile’ – e assunse i caratteri di una vera emergenza sanitaria per la nuova società industriale e urbanizzata. Dagli anni Sessanta, gli antibiotici hanno permesso di contrastarla in maniera sempre più efficace ma la TBC è oggi una malattia globale che ogni anno provoca oltre un milione di vittime.

La seconda parte del percorso è dedicata alla cura e ai sanatori.

Inizialmente i sanatori erano costruiti per prevenire il contagio, isolando i malati in maniera confortevole. Nel XX secolo l’architettura si sviluppò secondo i criteri del funzionalismo e seguendo l’evoluzione della medicina: aria, luce e sole entrarono all’interno degli edifici per fortificare i malati e favorire la guarigione. La cura si basava sul riposo, la nutrizione e l’aria pura, cioè sulle tre “L”…Lana, letto, latte. Fino a quando gli antibiotici non furono efficaci contro l’infezione, il sanatorio fu il principale strumento della cura, una vera e propria machine à guérir. Alla sua progettazione lavoravano a quattro mani il medico e l’architetto.

L’ultima parte è dedicata al Villaggio sanatoriale di Sondalo. Il complesso funzionò come sanatorio per 27 anni, dal 1946 fino al 1973, quando fu trasformato in ospedale generale. Gli oggetti della cura in veranda (la sedia a sdraio, le coperte, le cuffie per ascoltare la radio in filodiffusione) sono esposti insieme ai disegni tecnici e alle fotografie del grande cantiere che trasformò il versante sopra Sondalo in una vera e propria città della salute tra il 1932 e il 1940. Il percorso si conclude con la tela “Pescatori a Sampieri”, dipinta dal siciliano Ugo Caruso nel 1954, quando era ricoverato a Sondalo. I colori saturi, gli sguardi severi e la posa incombente dei personaggi paiono alludere con veemenza alle contraddizioni e all’incerta prospettiva del mondo ‘di fuori’ cui tuttavia l’autore, isolato nel temporaneo rifugio alpino, sembra guardare con nostalgia.

Il complesso di Sondalo è impressionante per dimensioni e architettura, è costituito da una decina di grandi palazzi costruiti sui ripidi pendii boscosi a mille metri di altitudine in stile razionalista (stile in voga negli anni ‘30).
Ha terrazze lunghissime programmate per far stendere al sole il maggior numero di malati.
Ci sono inoltre diversi edifici di servizio, collegati con tunnel e teleferiche, e separati da giardini che un tempo erano perfettamente curati, e oggi sono in abbandono.

Negli anni del dopoguerra ospitava centinaia di pazienti nei suoi padiglioni, anche se la storia più interessante raccontata dal museo non riguarda la sua funzione terapeutica ma quella di nascondiglio di opere d’arte durante la seconda guerra mondiale… Prima ancora che cominciasse a funzionare da sanatorio.

“C’erano i bombardamenti angloamericani su Milano, che avrebbero distrutto Brera e tante altre cose. Dopo uno scambio di lettere fra il sovrintendente di Brera, lo storico dell’arte Guglielmo Pacchioni, e il direttore tecnico del sanatorio, fu organizzato il trasferimento segreto di alcune importanti opere d’arte di pittori come il Tintoretto, il Carpaccio, Gentile Bellini, ma anche di beni etnografici, da Brera ed altri musei milanesi, come quello del Castello visconteo, e lombardi, come le pinacoteche di Brescia e Bergamo”- racconta all’Agi la fondatrice e direttrice del museo, la professoressa e “geofilosofa” Luisa Bonesio.

La storia del luogo racconta che la sua inaugurazione fu ritardata dallo scoppio della seconda guerra mondiale. Quindi prima ancora di aprire ai malati, non servì solo da nascondiglio per le opere d’arte ma anche da presidio ospedaliero per i tedeschi in ritirata.

In quell’epoca c’erano i bombardamenti angloamericani su Milano, che avrebbero in seguito distrutto Brera e tante altre cose. Dopo uno scambio di lettere fra il sovrintendente di Brera, lo storico dell’arte Guglielmo Pacchioni, e il direttore tecnico del sanatorio, Luigi Ferrari, si organizzò il trasferimento di alcune importante opere d’arte del Tintoretto, il Carpaccio, Gentile Bellini, i beni etnografici, da Brera ed altri musei milanesi (come quello del Castello visconteo) e lombardi(come le pinacoteche di Brescia e Bergamo).

Il villaggio era stato appena terminato ma la guerra ne aveva impedito l’apertura. C’era solo una guarnigione medica dell’esercito tedesco che si stava ritirando, poche persone, alcune infermiere, l’ingegner Ferrari e quattro operai della manutenzione.

E c’è anche un mistero che riguarda il trasporto: un divieto assoluto di transito sulle strade in particolare della Valtellina, tanto che lo stesso direttore Ferrari non poteva spostarsi in macchina e abbiamo trovato un permesso del maggiore tedesco per poter andare a Milano (a 200 km di distanza, ndr) in bicicletta! Dobbiamo immaginarci questo scenario lontano dal fronte di guerra e come dire immobilizzato nel tempo: i quadri e le altre opere giunsero di nascosto, trasportati dentro a filocarri che percorrevano la stessa strada per arrivare alle dighe di Cancano, sopra Bormio.

Dell’operazione erano a conoscenza solo l’ingegner Ferrari e tre operai che realizzarono un nascondiglio segreto in un’intercapedine del settimo padiglione. Noi non abbiamo delle tracce scritte dei tedeschi ma è evidente che in una Valtellina immobilizzata dove non circola niente arriva improvvisamente una sequenza di camion al villaggio, be’ credo sia passato inosservato al maggiore tedesco.
La cosa interessante è che lo fece perché questo maggiore era in realtà, nella vita normale, un professore di storia dell’arte italiana che aveva vissuto molto in Italia studiando soprattutto l’arte toscana, quindi graziò l’opera.
Dopo la guerra, scampato il pericolo che anche i partigiani, nei giorni finali potessero danni al villaggio e alle opere nascoste (lo stesso Ferrari era un capo partigiano), con il loro inventario minuziosissimo vennero restituite indenni ai rispettivi musei.

Lara Ferrara

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