La morale di Eutifrone e la falsa “questione morale” di molti

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Di Mariano Colla

Da giorni, programmi televisivi, notiziari, talk show, giornali, settimanali non fanno che porci dinnanzi a questioni di natura morale. Ne emerge la  sensazione, ma direi anche la consapevolezza, che l’etica e la morale siano soggette a una profonda trasformazione, se vogliamo usare un eufemismo e non esprimerci in termini più caustici. Il termine morale è sottoposto a una nuova ermeneutica da cui non sembra emergere  una definizione univoca bensì, parafrasando un concetto aristotelico espresso sul significato dell’essere, “la morale può essere detta in molti modi”. In una visione confessionale, tale affermazione potrebbe essere imputata all’incombente laicismo e conseguente relativismo. Dio è morto  e l’umanità, priva di solidi riferimenti etici, naviga a vista e ha come orizzonte privilegiato a cui rivolgersi il nichilismo o, in sostituzione, un nuovo paganesimo. Si afferma che i giovani non ne vogliono più sapere della morale, ma l’esempio a cui possono o dovrebbero attingere, è quanto mai vacuo e privo di contenuto. Tuttavia, bisogna riconoscere che la distruzione di una morale istituzionale, dettata dalla tradizione e dai valori ad essa associati, ci pone di fronte a noi stessi e alla nostra responsabilità.

L’assenza di un fondamento che ci conforti, rassicuri e ci orienti nelle decisioni, implica la necessità di affidare a noi stessi le decisioni e i giudizi in base a una scala di valori che dobbiamo pur sempre esprimere e circoscrivere. Il punto è capire  chi è l’arbitro della questione morale. Se Dio è morto, chi  sono i nuovi dei che hanno sostituito i valori della tradizione e della stabilità? Anche per loro  vale l’antico dilemma di Eutifrone? Il dilemma proviene dal “processo a Socrate per eresia, corruzione, ateismo ” scritto da Platone. Socrate rivolge ad Eutifrone (indovino che denuncia il padre che ha commesso un omicidio) il seguente quesito: “un’azione è buona perché piace agli Dei, oppure piace agli Dei perché è buona ?”. In qualche modo il quesito introduce un concetto di relatività, che, in campo fisico, è riconducibile alla teoria di Einstein, nella misura in cui gli Dei fanno parte del sistema di osservazione.  Se, viceversa, gli Dei sono esterni al sistema si ripresenta il dilemma nella sua apparente irrisolvibilità morale. I nuovi Dei a cui oggi l’umanità sembra rivolgersi hanno, a mio avviso, ben poco di trascendente, e, pertanto, la concezione di “buono” o “non buono” rischia di diventare estremamente relativa o relativistica, confinando il concetto di “bene” in una dimensione non più assoluta. In tale dimensione saremmo portati a concludere che, definite le aspettative dei nuovi Dei, compito non difficile in un mondo impregnato di materialismo, culto dell’immagine, aspirazione al successo, le nostre azioni, coerenti con tali aspettative, sono per definizione buone e la nuova morale ha, automaticamente, una sua nuova e specifica collocazione.

La filosofia antica, e non solo, ci dice, invece, che il bene ha una valenza assoluta, privilegiando il valore oggettivo del termine “bene”. L’applicazione della seconda parte del dilemma di Eutifrone, ossia “una azione piace agli Dei perché è buona”, apre uno scenario ontologico sul tema della moralità, ponendo l’uomo in una dimensione  autonoma e non di dipendenza morale, autonomia che tuttavia, per superare acritiche credenze, implica un processo di crescita e maturazione che passa attraverso una costante ricerca  dei valori morali. L’analisi critica e matura delle proprie credenze morali, per verificare se esistono paradossi ed incongruenze, è, d’altro canto, la più nobile delle attività della mente umana. La seconda  parte del dilemma di Eutifrone è paragonabile alla  interpretazione del seguente passo della Bibbia: “Dio dice (vede) che la luce è buona”,  in cui si assume che la luce è buona di per sè e non perché lo dice Dio. La risposta al perché è “buona” non esiste, se non in termini  moralmente assoluti. Solo introducendo un concetto di utilità nel termine buono (la luce è buona per….a….) si evade dai contenuti morali. Peraltro lo stesso Kant  diceva che è giusto e buono solo ciò che nel  mio  agire può essere  voluto ed esperito da tutti.

Che cosa si può trarre da queste considerazioni, qualora le volessimo riferire alla nostra quotidianità? Prima considerazione è quella di non usare il termine morale a sproposito. Ci riempiamo la bocca del termine “questione morale”, senza chiarire i riferimenti valoriali a cui ci rivolgiamo. Lo scontro continuo tra morale religiosa e morale civile ci confonde ulteriormente le idee, poiché entrambe hanno i  loro specifici campi d’applicazione, a volte  contraddittori, e una loro impropria interazione può condurci, come di recente, a mescolare reati e peccati. Seconda considerazione è che, anche se il dilemma di Eutifrone rimane un dilemma, la morale non dovrebbe coincidere con impostazioni  soggettive, ma godere di una propria autonomia che vada si al di là delle mode, ma che rimanga umana e non sfoci, necessariamente, nel trascendente. Terza considerazione rimane il suggerimento del buon Socrate:  la morale è ricerca e non accettazione di un dettato altrui. Nell’autenticità di ognuno di noi si può forse individuare una morale comune priva degli orpelli della temporalità.

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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