Dietro le rivolte mediorientali: Gene Sharp, ‘il Clausewitz della guerra nonviolenta’

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Di Paolo Cappelli

Già nel I secolo a.C., Caritone, romanziere greco antico, aveva colto la forza del contrasto esistente tra il desiderio e la sua realizzazione. Ne “Il romanzo di Calliroe”, racconta le traversie vissute da una fanciulla, appunto Calliroe, e dal giovane, bello e ricco Cherea nella Siracusa della Magna Grecia. Separati dal Fato, i due, dopo mille vicissitudini, si ricongiungeranno in un lieto fine. Nello stesso filone, detto del , troviamo autori . Caratteristica comune alle opere che appartengono al cosiddetto romanzo greco o ellenistico è la storia di due giovani che si incontrano e si innamorano, salvo poi subire una serie di disavventure per mano degli dei o della Fortuna, che terminano felicemente. Lo schema, adattato anche a personaggi che amanti non sono, è sopravvissuto intatto fino ai giorni nostri e costituisce la base di ogni storia: ciò che ci spinge all’azione è il contrasto tra ciò che vogliamo e l’ostacolo che ce lo impedisce. Ora, storicamente, questo concetto è stato esteso fino ad essere applicato virtualmente ad ogni azione umana.

Gene Sharp

Pensiamo al nostro lavoro, al rapporto con i nostri superiori, o con il vicino. Pensiamo agli amanti, pensiamo alle pulsioni che sono parte della nostra esistenza, pensiamo ai desideri, quantunque piccoli, che rendono un individuo combattivo. Non si tratta di un’azione o di un ideale in grado di salvare il mondo, quanto di un interesse che, per chi lo ha, è importante come il mondo. Di quante storie è fatta la realtà, che sembrano uscite dalla fantasia di un romanziere? Il successo del romanzo, in realtà, si deve proprio a questo: alla sua capacità di cogliere il vero e descriverlo. Poiché, però, non vogliamo parlare di letteratura, ma di società, vediamo come questi concetti si sposano con quello che le cronache moderne ci raccontano.

Tradizionalmente, esistono tre atteggiamenti principali per tentare di risolvere il conflitto esistente tra il compimento di un desiderio, da una parte, e l’ostacolo antagonista, dall’altra. In primo luogo si può scegliere, alla maniera taoista, l’inazione. Una questione controversa è se l’inazione sia da intendersi o meno come passività, perché proprio come tale è stata criticata da vari autori occidentali. Il wu wei (l’inazione, appunto) non è semplicemente uno starsene con le mani in mano. Anche il taoista agisce,ma lo fa, si suppone, in armonia con la Via (il Tao), non forzandone il corso, ma accettando il carattere transitorio delle cose e seguendo la Via di Mezzo, una via di moderazione degli istinti e delle passioni, confidando che tutto farà il corso cui è destinato. Più che inazione, si potrebbe parlare di inattività consapevole. Il secondo metodo ce lo suggerisce la storia del mondo, dalla Genesi biblica fino all’era moderna: usare la violenza. Necessaria, giusta, proporzionata, preventiva e chi ha più aggettivi, più ne metta. Ma pur sempre violenza. Ne sono un esempio Caino e Abele (gelosia), Romolo e Remo (supremazia) e tutti i conflitti combattuti e in corso fino ai giorni nostri. Il terzo, che emerge ad una più attenta analisi dei fatti degli ultimi anni, è quello della non violenza. La differenza tra il primo e il terzo metodo è che nell’ultimo si tende a fare comunque qualcosa, pur rifiutando a priori la violenza come veicolo dell’azione. Sappiamo che in tutta l’Africa settentrionale, dall’Algeria all’Egitto, si sono sviluppate proteste popolari e che queste ora si vanno estendendo anche a paesi dai regimi tradizionalmente più duri e conservatori verso l’innovazione e la modernizzazione, come l’Iran.

Ebbene, in tutte queste proteste è possibile ritrovare uno schema comune, che va al di là della semplice finalità, ovvero dell’esigenza, intimamente sentita dal popolo, di una maggiore democratizzazione dell’apparato dello stato e della vita. E’ come se l’ispirazione ad agire venisse da un atteggiamento filosofico simile a quello taoista, che ha permeato, coscientemente o incoscientemente, l’interiorità delle popolazioni. Della non violenza, intesa come rifiuto della supina accettazione di uno stato di cose e rigetto di un’opposizione a mano armata, hanno fatto la propria bandiera personaggi, tra gli altri, come Mahatma Gandhi, che per anni ha condotto una battaglia contro la dominazione britannica in India, Martin Luther King e i suoi sforzi per ottenere l’uguaglianza dei diritti tra americani bianchi e afroamericani, e la “rivoluzione di velluto” del 1989 in Cecoslovacchia volta al rovesciamento del regime comunista. La nonviolenza non va confusa con il pacifismo: la prima si prefigge l’intento di giungere a un cambio nella società o nella politica, mentre il secondo indica, concettualmente, il rifiuto dell’uso della violenza in conseguenza di una scelta morale o spirituale, senza necessariamente implicare il raggiungimento di un risultato nelle dimensioni prima accennate.

In un articolo, pubblicato qualche giorno fa sul New York Times, David D. Kirkpatrick and David E. Sanger sottolineavano come il movimento che ha portato alle dimissioni del Presidente Mubarak in Egitto abbia trovato ispirazione nell’attivismo di un movimento simile, chiamato Otpor, che rovesciò il regime di Slobodan Milosevic in Serbia. La lotta non violenta condotta da Otpor fu ispirata dagli scritti di Gene Sharp, classe 1928, che da anni pubblica opere che trattano di non violenza e non solo dal punto di vista filosofico. Definito il “Machiavelli della nonviolenza”, Sharp è professore emerito di scienze politiche presso l’Università del Massachusetts e nel 1983 ha fondato l’Albert Einstein Institution, un’organizzazione no profit per la promozione dell’uso della nonviolenza nei conflitti.

Sul relativo sito web (www.aeinstein.org/organizations5e7c.html) sono presenti la maggior parte delle opere di Sharp in diverse lingue, tutte scaricabili gratuitamente, alcune delle quali si adattano particolarmente bene all’Egitto di Mubarak, ma più in generale a tutti quei regimi in cui la non violenza è un mezzo straordinariamente efficace nella resistenza a uno stato di polizia che utilizza metodi violenti di repressione giustificandoli con l’esigenza di stabilità. L’essenza dell’idea che Sharp ha del potere è abbastanza semplice: le persone nella società si dividono in governanti e soggetti. Il potere dei primi deriva dal consenso dei secondi. L’azione non violenta è un processo di rimozione del consenso e quindi è un modo per affrontare sistemi e situazioni quali dittature, genocidi, guerre e oppressione. Sharp definisce il potere politico, che è un tipo di potere sociale, come ‘l’insieme dei mezzi, dell’influenza e delle pressioni disponibili per il raggiungimento di obbiettivi di chi detiene il potere, tra cui rientrano il governo, lo Stato e i gruppi che a questi due si oppongono’.  Sharp si oppone all’idea diffusa che il potere sia qualcosa di monolitico, proprio della persona o della posizione di un governante, persona o istituzione che sia. Viceversa, sostiene che il potere è qualcosa di pluralistico, riscontrabile in attori diversi e luoghi diversi, che chiama ‘luoghi di potere’. Sono proprio questi ultimi a compensare il potere del governante, in particolare quando sono ampiamente distribuiti nella società. Per Sharp, il potere è sempre precario e impone di coltivare sentimenti di cooperazione e di manipolare quei ‘luoghi’ in cui può risiedere un potenziale antagonismo. L’obbedienza, in questo, gioca un ruolo fondamentale. Ne La politica dell’azione non violenta, dice: “la qualità più importante di ogni governo, senza il quale lo stesso non potrebbe esistere, è l’obbedienza e la sottomissione dei suoi soggetti, in quanto l’obbedienza è al cuore del potere politico”.


Dal punto di vista dell’analisi strutturale della società, la teoria del potere è forse troppo semplicisticamente espressa per catturare l’intera complessità delle dinamiche sociali, ma non è per questo meno efficace. L’idea alla base dell’azione non violenta sta proprio nella volontarietà di chi la compie: le persone che decidono di ritirare tutte insieme il proprio consenso, possono rovesciare anche la dittatura più repressiva. Oltre a fornire esempi di azione non violenta, l’opera di Sharp descrive dinamiche semplici in cui un’apparente debolezza, la non violenza, appunto, può generare un sempre maggior sostegno. Le sue idee sono state fatte proprie dai teorici dell’azione non violenta in tutto il mondo: in Venezuela, Vietnam, Russia, Zimbabwe, Birmania e Iran, così come in Georgia, Ucraina e Ungheria. Le sue idee sul potere sono il fulcro di corsi e seminari sulla teoria della non violenza e sono riproposte in discorsi e volantini.

L’analisi approfondita dei singoli lavori richiederebbe molto più spazio, ma non si può non citare quelli che – si ritiene – sono i limiti di questa teoria. L’approccio strutturale nell’analisi della società si basa sull’assunto che le strutture sociali implicano l’esistenza di interazioni a diversi livelli, inferendo che alcuni tipi di queste interazioni sono così regolari e diffuse da avere una dinamica propria. Ciò è vero solo in parte. Prendiamo il caso del capitalismo. Sharp, nel valutare le ragioni psicologiche dell’obbedienza, afferma che il consenso è individuale e volontario. In linea di principio, una delle forme di contrasto a un governo oppressivo può essere uno sciopero lampo, ma sicuramente la mobilitazione dei lavoratori in questo senso è un’altra cosa. Per quanto forte sia l’oppressione, tra questi ultimi ci saranno sempre alcuni che, a vario titolo, sono legati al potere da favori, regalie, o corruzione. La volontaria partecipazione può essere minata da principi nazionalistici, dall’attività denigratoria dei media, dall’esaltazione dal fantasma del nemico esterno, o da agitatori attivati ad hoc. Inoltre, il sistema, ancorché dispotico e autoritario, può apportare comunque dei vantaggi ad ampie porzioni della popolazione in modi che non appaiono così evidenti. Molti membri della forza lavoro, per quanto si sentano sfruttati dai ‘capitalisti’, ricevono in cambio salari sufficienti a rendere la loro vita migliore di quella delle generazioni che li hanno preceduti. Il capitalismo, quindi, allo stesso tempo opprime e offre benefici a coloro che lo vivono.

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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