Il Concordato della discordia

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Di Mariano Colla

“L’11 febbraio 1929, un lunedì, poco prima di mezzogiorno, il corteo ufficiale che accompagnava Mussolini, si avviò, in una giornata piovosa, verso Il Palazzo Apostolico Lateranense, dove sarebbe avvenuta la cerimonia della firma dei Patti tra Stato italiano e Stato pontificio. Per primo firmò il cardinale Gasparri, e, quindi, fu il turno di Mussolini. Dio era stato ridato all’Italia e l’Italia a Dio. Sembrava tutto risolto, ma, in realtà, non era così. L’interpretazione dei Patti Lateranensi avrebbe creato non pochi problemi ”. Questa è la ricostruzione divulgativa redatta da Indro Montanelli sul Concordato. Con tale citazione si è aperta  laconferenza  del prof. Alberto Melloni, storico italiano, esperto di storia della Chiesa, docente all’Università di Modena e Reggio Emilia,  svoltasi  all’Auditorium Parco della  Musica in concomitanza con l’anniversario del Concordato. Ne è emerso un excursus storico delle premesse della importante intesa  e delle incongruenze e contraddittorietà di un  accordo che, se da un lato, ha sanato la difficile e apparentemente irrisolvibile conflittualità tra Chiesa e Stato, dall’altro, ha lasciato aperti problemi di interpretazione che tuttora hanno effetto sulle relazioni tra le due Istituzioni. Una conferenza ricca di episodi e aneddoti che, non sempre, trovano adeguato spazio nei libri di storia. Nel 1929  i giornali celebravano, con toni trionfalistici, l’evento storico e Mussolini veniva additato, anche dalla Chiesa stessa, come l’uomo della provvidenza. Bisogna tenere conto che la Chiesa era  pervenuta all’accordo sentendosi assediata dal liberismo  e dal razionalismo incombente in Europa alla  fine del XIX secolo, ciò che essa stessa chiamava, in senso lato, il modernismo. La Chiesa si riteneva timone della morale religiosa e civile delle masse e, quindi, rifiutava  soluzioni che implicassero la sua rinuncia al potere temporale e alla  “presa confessionale” sullo Stato italiano.  Erano i tempi del  “non expedit”,  disposizione della Santa Sede con la quale, nel 1868, i  cattolici italiani furono “caldamente invitati” a non partecipare alle elezioni politiche italiane e, quindi, alla vita politica del nuovo Paese. La condanna del modernismo crea un clero “scervellato”, sostenevano diversi intellettuali di allora. La Chiesa, d’altro canto,  associava alla cultura un ruolo maligno. “Va visto positivamente il prete che fa opere buone mentre quello che studia non è detto”, dicevano gli ecclesiastici. E’ in corso nel clero una vera decapitazione intellettuale, i cui effetti arriveranno sino al Concordato. Contro il modernismo la Chiesa si esprime con termini caustici e retorici, favorendo, nei propri addetti,  una abulia culturale. Già  nel 1911, in  occasione del cinquantenario del Regno di Italia, il Vaticano, tramite gli editoriali di “Civiltà Cattolica”, si scaglia contro il dissacrante simbolo del nuovo paganesimo – il Vittoriano -,  eretto a sfida simbolica, secondo la Santa Sede, contro la basilica di S. Pietro, e testimone di una cultura massone. Gli anni 20, tuttavia, indicano un chiaro spostamento del Vaticano verso il regime, restauratore, agli occhi degli ecclesiastici, di valori spirituali contro il liberalismo. Tale atteggiamento, in qualche modo, favorisce i Patti del 29. Di fatto essi risolvono la questione sulle proprietà della Chiesa, stabiliscono una convenzione finanziaria  per i risarcimenti dei beni incorporati dallo Stato, e, fissano dei principi nelle  relazioni tra Stato e Chiesa in base ai quali, tra l’altro, la religione cattolica è  la religione di Stato, è l’unica insegnata nelle scuole e il matrimonio viene regolarizzato. Ma, dietro i trionfalismi dei primi momenti, il Concordato anima, con il passare del tempo, incertezze e perplessità, già sottoscritte da personaggi, quali De Gasperi e Arturo Carlo Jemolo. Celebre è, infatti, la frase “il Papa ha inchiodato il coperchio sulla bara della libertà degli italiani”, attribuita a Ernesto Bonaiuti.

I contrasti tra Pio XI e Mussolini, sull’effettiva sovranità della Chiesa, fan parte della storia del trentennio. Il mancato ossequio del Papa all’accordo, scatena il regime contro le associazioni cattoliche, come la FUCI del cardinale Montini e, a sua volta, monsignor Tardini, intellettuale ecclesiatico, scrive un memorandum contro il regime fascista. In Vaticano c’è chi sostiene che la Chiesa stava meglio quando la questione romana era aperta, perché poteva dimostrare tutta la sua indipendenza, e la sua sovranità non era messa costantemente in gioco da una società civile riottosa e arrogante. Attriti che giungono, nella loro asprezza, anche alla fase costituente della Repubblica italiana. I Patti Lateranensi, viziati, secondo alcuni dei padri fondatori della Repubblica, dall’intervento del regime fascista, non avrebbero dovuto essere in alcun modo incorporati nella nuova Costituzione. Ma il mondo cattolico, fortemente radicato nelle masse popolari, spingeva per una rappresentatività degli accordi nella nuova carta istituzionale. I democristiani vanno in Vaticano per sentire le istanze ecclesiastiche sul tema. Interlocutori sono i padri gesuiti della civiltà cattolica. E’ un dialogo difficile, che parte da richieste assurde del Vaticano, come la costituzione di uno Stato confessionale come quello franchista. Ma i tempi sono cambiati e la Chiesa deve scendere a più miti consigli. Va bene, quindi, anche uno Stato democratico, purché la Costituzione inserisca il contenuto dei Patti nel proprio dispositivo. I costituenti ci lavorano su  e il massimo che la Chiesa ottiene è scritto negli articoli 7 e 8 della Costituzione stessa, che mettono in equilibrio  i diritti civili e quelli della libertà religiosa, senza includere formalmente il dettato dei Patti, ma incorporando il principio bilaterale che sta alla base del  Concordato stesso.

Una nuova Italia introduce e afferma i principi laici della propria Costituzione e seppellisce, almeno nelle intenzioni, le ambizioni e le nostalgie vaticane per uno Stato confessionale. Dice il prof Melloni: “i cattolici italiani esistono soltanto come una specie di giubbotto antiproiettile intorno al papato, visto, quest’ultimo, come un corpo unico, inglobante, senza distinzione, il Papa, i vescovi, il cattolicesimo, i cattolici, la Chiesa,  simile a una azienda in cui l’amministratore delegato è il Santo Pontefice”. E’ una idea radicata nella cultura del cattolicesimo italiano, parzialmente  superata con la  revisione del Concordato, effettuata nell’84 da Casaroli e Craxi, che  riuscirà ad operare quelle distinzioni funzionali, anche economiche, all’interno del corpo granitico della Santa Sede, come, per esempio, il dare  una maggiore evidenza al ruolo pastorale della Chiesa.

Osservo che, per noi contemporanei, il tramestio che ha portato a tutto ciò può sembrare, ormai, sfumato nel tempo. In realtà, il contrasto è ben lungi dall’essere sopito. Il “non expedit” fa ancora parte delle recenti dichiarazioni vaticane e le pressioni sul mondo politico cattolico sono all’ordine del giorno,  nell’opinabile  tentativo di limitare la libertà dell’individuo nel nome di una morale trascendente, non discutibile. In un’epoca di incessanti sviluppi scientifici, di multiculturalità, di migrazioni, di superamento del concetto di nazione, di globalizzazione, circostanze non del tutto prevedibili nell’84, il ruolo dei Patti appare in parte anacronistico, soprattutto quando ne scaturisca ancora una primogenitura fideistica e morale che detti comportamenti a scapito della libertà individuale, valore indiscutibile, anche per un credente, di una società democratica e laica. Semmai, sarebbe auspicabile una revisione del Concordato che tenesse conto di queste nuove istanze, sempre che l’accordo del lontano 29, abbia, oggi, ancor senso. Se il soggetto del Concordato passato  era il popolo con una certa pratica religiosa, come diceva Jemolo, oggi il popolo ha una maturità per essere maggiormente autonomo. Il rispetto di quei diritti, non negoziabili, che alla Chiesa stanno a cuore, non deve implicare il non rispetto di istanze simmetriche, con  pari dignità, che devono trovare posto in un concetto di Stato non confessionale.

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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