Se la società multiculturale è un fallimento

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Di Maria Rosaria De Simone

Negli ultimi giorni si sta avviando una riflessione riguardo al tema della multiculturalità, perchè alla 47esima Conferenza Internazionale di Monaco, il Primo Ministro britannico, David Cameron, ha affermato, che il modello del multiculturalismo, accettato in Inghilterra e nei vari Stati europei, è fallito. “Con la cultura del multiculturalismo abbiamo incoraggiato culture differenti a vivere vite differenti, separate l’una dall’altra e da quella maggioritaria. Abbiamo fallito, -continua Cameron- non siamo riusciti a fornire una visione della società in grado di far desiderare loro di appartenervi.” Cameron, nel suo intervento, havoluto dare un quadro preciso al riguardo, e ha asserito che in genere gli stati occidentali, nel desiderio di praticare la tolleranza, hanno accolto in maniera passiva gli immigrati. Questo ha portato, per esempio, ad avere in Gran Bretagna immigrati di terza generazione, con passaporto e cittadinanza britannica, ma che vivono ai margini della società, che non si riconoscono nei valori comuni, e che danno vita a nicchie di terrorismo interno. Dunque, secondo Cameron, la tolleranza passiva deve lasciare il posto ad una politica più attenta a promuovere una forte identità nazionale, dove i diritti, le leggi, la libertà di parola, la democrazia, siano valori condivisi. Parole dure queste, che sono la cartina di tornasole di una realtà davvero complicata, che rischia di esplodere. Perché purtroppo molti gruppi di immigrati non credono nei diritti umani universali, né accettano le leggi del paese ospitante, né credono nell’uguaglianza e nella democrazia. E non sarà semplice trovare un nuova strada, considerando la crescita esponenziale al sl suo interno, ad esempio, della comunità islamica. Ma la prima ad ammettere il fallimento della società multiculturale era stata la Cancelliera tedesca Merkel, che lo scorso anno aveva detto che la Germania ha bisogno di lavoratori immigrati qualificati, ma che si integrino ed adottino la cultura ed i valori tedeschi.

Non è semplice affrontare la tematica perché, a voler troppo approfondire, nella ricerca di una strada risolutiva, si rischia di essere tacciati di intolleranza e di razzismo. Eppure è assolutamente necessario discuterne se non vogliamo lasciare questa patata bollente, assieme ad altre, alle future generazioni. La Gran Bretagna si fregiava di essere un modello multiculturale da seguire ed ora invece si ritrova ad aver perso la propria identità. Non si festeggia più il Natale  con recite scolastiche e cartoline di auguri, le infermiere ad esempio non possono portare il crocifisso sul posto di lavoro, proprio per non offendere chi non è cristiano. Ma, per contro, se oggi, qualcuno osa dire che le donne completamente coperte con il velo debbono invece rendersi riconoscibili, scatta un dissidio enorme e si viene tacciati di razzimo dalle stesse comunità islamiche, che tende ad applicare sempre più le leggi della Sharia. Recentemente lo stesso lord Carey of Clifton, ex arcivescovo di Canterbury, aveva confutato la tendenza degli inglesi a vergognarsi delle loro tradizioni cristiane, dei loro simboli, considerati vecchi e desueti e, per contro, ad accettare con facilità quelli provenienti da altre religioni. L’arcivescovo ha affermato che ciò conduce ad un multiculturalismo esasperato. In generale, I maggiori Stati Democratici cominciano a rendersi conto che il rischio insito nel multiculturalismo potrebbe essere proprio la perdita di identità per l’Europa stessa, oltre al fatto del pericolo di profonde e inattese lacerazioni sociali. Lo stesso Benedetto XVI, pochi mesi fa, durante l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, aveva ricordato che, nel contesto della società attuale in cui avvengono incontri fra i popoli e le varie culture “è imperativo sviluppare sia la validità universale di quresti diritti, sia la loro inviolabilità, inalienabilità e indivisibilità”. Alla luce di queste considertazioni, due quindi sembrano essere i punti cardine di una politica che tenda all’integrazione. Da una parte si rileva la necessità che gli immigrati accettino le leggi dei paesi in cui hanno scelto di vivere e rispettino la libertà di religione e l’uguaglianza  tra le persone. Dall’altra, si comincia a ritenere che un’Europa, che nasconda a se stessa che i principi di cui si è cibata, sono legati alle radici cristiane, non può essere in grado di realizzare una buona accoglienza degli immigrati, né una reale integrazione.

E in Italia? L’Italia dovrebbe avere il coraggio di aprire un serio dibattito sulla questione, perché, sulla falsariga della Gran Bretagna, forse sta abiurando anch’essa alla sua identità e, in una sorta di desiderio di tolleranza ed accoglienza, non trova sconveniente tralasciare le proprie tradizioni culturali e religiose per non disturbare la sensibilità dei nuovi venuti. Ma questa, non sembra essere la strada giusta. Un popolo senza storia, senza radici e senza identità, è un popolo senz’anima. Quando le comunità di immigrati entrano in relazione con un popolo anonimo, senza volto e senza storia, senza valori fondamentali e principi comuni, vi si inseriscono come se entrassero in una terra di nessuno, in cui coltivare solo la propria identità, magari maturando ostilità verso ciò che non appartiene alla loro cultura. L’Italia non può presentarsi in questa veste, e deve ritrovare senza alcuna vergogna  l’orgoglio dei propri valori civili e spirituali, operando un’accoglienza aperta e rispettosa, combattendo anche estremismi e fondamentalismi. Indispensabile che a seguire l’accoglienza ci si possa incontrare su un piano di parità e rispetto reciproco. Questa è una condizione pregiudiziale: credere nei propri valori, affinché siano riconosciuti e rispettati dagli altri. Forse è maturato il tempo di voltare pagina.
Foto: www.maof.rjews.net

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

5 Comments

  1. 23 febbraio 2011

    Questo articolo oltre ad essere scritto in maniera semplice ma ci fa capire di come siamo stati secondo me telleranti nel nostro paese ma anche tutta l´Europa e condivido il pensiero della cancelliera Angela Merkel, io vivo in Germania e noto di come ci sono veri e´propri quartieri concentrati di altre nazioni e la maggior parte Turchi che con la loro religione mussulmana avvolte nn si integrano con i cittadini tedeschi proprio perche´si attengono alla loro cultura ma a mio modesto parere nn si vogliono integrare, e qui la politica dell integrazione c´e´e come anzi al contrario dell Italia ! dove nn vedo politica per l´integrazione ! io sono una di quelle che crede nell integrazione facente parte di un paese che mi ospita e quindi mi devo adeguare anche alla cultura del paese ospitante Complimenti per l articolo merita di essere letto !

  2. FRANCESCA SCOLERI
    23 febbraio 2011

    Un significativo contributo al tema è stato dato dal celebre politologo Giovanni Sartori. Nel suo saggio sulla società multietnica (‘Pluralismo, Multiculturalismo ed estranei’) sostiene una forte distinzione tra il pluralismo dei valori ed il multiculturalismo. Il primo, inteso come valore fondato in primis sulla tolleranza, garantisce la coesistenza pacifica e democratica di ambiti socio-culturali differenti; il secondo, visto come una commistione caotica di valori e culture dissenzienti.In Italia,a mio avviso,c’è meno apertura di quel che appare verso una società mista.A dire il vero,non siamo capaci ne di conservare la nostra storia,ne tanto meno di offrire ad altri l’opportunità di farne parte.

  3. Rita Stanzione
    24 febbraio 2011

    I flussi migratori e la società in evoluzione. Tema molto difficile, dato che il rapporto di convivenza tra più civiltà ha assunto dimensioni poco controllabili.
    La società multietnica è un problema da risolvere e sembra esserlo sempre più, complicato dai vari fenomeni di tolleranza/intolleranza che si manifestano anche nelle “guerre tra poveri” (poveri italiani e poveri extracomunitari) nel nostro Paese.
    Ci si chiede se sia il caso di fermarsi e bloccare i flussi migratori o lavorare di più per offrire opportunità a tutti di realizzarsi culturalmente, costruire davvero società dove la diversità sia vissuta come un valore.
    Tornare indietro vorrebbe dire vanificare l’impegno di tanti studiosi e operatori che nelle varie strutture e a vari livelli si dedicano al tema dell’integrazione, in questo caso degli stranieri. Ma la perdita della propria identità culturale non è la via giusta per conseguire la condivisione di valori democratici, compreso lo scambio di culture.
    Ma …il processo di globalizzazione? Sembrava poter dare una mano nella costruzione di una cultura multietnica…ci siamo sbagliati, forse…
    oppure la globalizzazione serve la causa degli interessi, più che altre?
    Grazie, Maria Rosaria, per l’interessante articolo.

  4. 28 febbraio 2011

    Ongi religione monoteista parla di amore o quanto meno di rispetto per il prossimo.
    Le religioni (cristiana, mussulmana, buddista, etc etc) hanno come punto in comune l’amore ed il rispetto in primis per se stessi e dopo cio che circonda se stesso.
    San Francesco recita “la prima carità falla a te stesso” ma immagino che il concetto equivalente di San Francesco ci sia nelle altre religioni.
    Ovvero se a me manca qualcosa a sufficienza posso io donarlo al mio prossimo? E’ evedente che la risposta sia NO.
    Mi sono chiesto perche io sono e saro peccatore a prescindere e per sempre? La risposta piu plausibile che sono risucito a trovare per le mie possibità e che mai riusciro a conoscere me stesso in modo perfetto e quindi mai riusciro a sfruttare a pieno le doti che mi sono state donate. Questo ritengo sia un concetto abbastanza condivisibile e, se unito alla condivisione intesa come amore scambievole be allora credo e spero che qualcosa cominci a cambiare. Questo solo a livello trascendente. Visto il livello di discussione mi posso fermare qua e lascio a agnuno di noi la libertà di tramutare in immanente il concetto espresso per quelle che sono le esigeneze giornaliere di onguno di noi.
    @rita la globalizzazione è uno strumento. Esso è stato usato indirizzato al male. Si pensi solo se si fosse scambio bidirezionale tra europa e paesi asiatici escludendo tutti gli impicci politici. Sarebbe molto melgio secondo me.
    Un fraterno saluto salvatore

  5. 28 febbraio 2011

    @fancesca la tua frase “A dire il vero,non siamo capaci ne di conservare la nostra storia,ne tanto meno di offrire ad altri l’opportunità di farne parte” a quanto pare è vera come non mai, hai ragione francesca. Per esempio non conosciamo il significato delle parole, anche quelle di uso comune.
    Ad esempio l’altra sera parlavo con un mussulmano in merito ai saluti usati nelle ns rispettive culture.
    Lui sapeva il significato di salam (si scrive cosi?) ovvero il saluto in usato dal suo popolo. Si salutano donandosi la “Pace”
    Io ingoravo il significato della parola “ciao”. Lui giustamente mi ha detto “tu usi ciao senza sapere cosa significa?”, me lo sono andato a studiare e vuole dire in realta “Servo Vostro”.
    Inoltre le parole le usiamo in modo travisato, distorto a partire dalla parola “politica” che nel colletivo comune significa tutt’altro che amministrazione della citta e/o nazione che dovrebbe essere cosa buona e giusta. Nella realta dei fatti noi “popolo” appena sentiamo politica rabbrividiamo di paura perche gia pensiamo alle svariate complicazioni nel caso un cui dovessimo avere a che fare con le istituzioni.
    Mi chiedo se conoscere la storia possa permettere di gestire il presente al meglio e immaginare il futuro e quindi programmarlo? Secondo me si.
    Devo tornare sui libri du scuola e di corsa 🙂

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